Parlare male dell’Italia è trendy. Addirittura si vincono premi a Cannes. Eppure un giornalista britannico riceve la cittadinanza onoraria e le chiavi della città dal sindaco di Verona per essersi rifiutato di scrivere un articolo negativo sulla città dove abita. Per soccorrere la vostra fantasia, abbiamo deciso di fare due chiacchiere con lui e – visto che, Tim Parks non si limita a scrivere, ma insegna anche traduzione alla UILM di Milano - abbiamo approfittato della sua disponibilità per concentrarci sulla principale fonte di energia pulita del nostro paese: i giovani.
Professor Parks, innanzitutto: ci spieghi come mai si è rifiutato di parlar male del nostro tanto vituperato Paese.
Beh, guardi: a dire il vero l’ho criticato anch’io, e pesantemente. Basta leggere il piccolo reportage che ho scritto nel Febbraio 2008 per il Wall Street Journal, poi ripubblicato da Internazionale. Ma un conto è stigmatizzare le evidenti - e per certi aspetti clamorose - storture del sistema Italia e sollecitarne il cambiamento; un altro - come pretendeva il quotidiano scandalistico inglese che mi ha contattato - è costruire un pezzo infamante su Verona usando argomenti discutibili e al solo scopo di colpire il presidente francese Sarcozy, che vi avrebbe soggiornato con la novella sposa. Non potevo farlo: è un fatto di onestà intellettuale.
Allora ci dica: che cos’è, dell’Italia, che la colpisce negativamente?
La cosa che salta subito all’occhio di uno straniero è che questo il vostro Paese ha potenzialità enormi, qualità preziose e difficilmente eguagliabili; e tuttavia il suo sviluppo è bloccato da una frammentazione politica così grave, che impedisce di prendere decisioni importanti e attuare qualsiasi tipo di riforma. Anche il fatto di dare tanta importanza alle opinioni della stampa straniera lascia gli osservatori un po’perplessi. Mi riferisco - ad esempio - alla reazione che avete avuto all’articolo del New York Times che, a fine 2007, vi definiva un paese vecchio e disperato. Ne avete fatto una questione di stato: è intervenuto persino il Presidente della Repubblica! Inutile dire che una cosa del genere, in Gran Bretagna - ma ritengo in qualsiasi altro paese europeo- non sarebbe mai accaduta. Il mistero si infittisce se consideriamo che i giornali italiani le critiche al governo non le risparmiano di certo: eppure basta un commento negativo di un quotidiano o una rivista straniera per scatenare il finimondo.
Ma alcune critiche sono fondate: l’età media dei politici, dei docenti universitari e dei dirigenti d’azienda italiani è la più alta d’Europa.
I giovani non sono valorizzati in modo adeguato, specialmente nel mondo del lavoro. In gran parte a causa del nepotismo: troppo spesso i posti di lavoro non vengono assegnati ai più meritevoli e motivati, ma ai raccomandati. Il nepotismo esiste anche all’estero, sia ben chiaro, ma il fenomeno è meno accentuato, meno sfacciato: in Inghilterra, ad esempio, la maggior parte delle imprese tende ad assumere la persona più adatta a ricoprire il ruolo e non esiste la presunzione - tutta italiana – per cui, se consci qualcuno che conta, quello deve per forza aiutarti.
A proposito di giovani e lavoro: è mai possibile che il destino di chi oggi si affaccia sul mercato del lavoro sia quello di scegliere se diventare bamboccione, precario, o raccomandato?
Il precariato, di per sé, non è una cosa negativa. Anzi. I vantaggi del precariato per l’economia del paese, in teoria, sono molto superiori agli svantaggi: è chiaro, infatti, che se le imprese fossero costrette ad assumere sempre a tempo indeterminato sarebbero più restie a offrire nuovi posti. In un paese come l’Italia, poi, offrire il posto fisso significa quasi sempre alimentare la logica scambista delle raccomandazioni. I posti a tempo determinato, invece, per il fatto che ad un certo punto scadono, non si prestano a questa perversa dinamica lavorativa.
Insomma: il precariato sembra un dono del Cielo…
Quello che voglio sottolineare è che all’estero non hanno l’ossessione del posto fisso: sapendo che è abbastanza facile trovare lavoro, le persone accettano contratti di tre anni e poi, magari, si fa un anno sabbatico, in attesa di trovare qualcosa di interessante. In Italia, invece, i giovani tendono ad aggrapparsi ad un lavoro – anche se al di sotto le proprie aspettative, anche se non piace – soltanto perché è a tempo indeterminato. Io lo trovo gravissimo, ma li capisco.
In che senso?
Qui, causa la scarsa mobilità lavorativa, il precariato non funziona come dovrebbe e finisce per diventare un problema, e forse anche una piaga: uno strumento per arricchire le imprese e sfruttare i ragazzi. Come accade quando – inspiegabilmente - i contratti a tempo determinato sono retribuiti meno di quelli a tempo indeterminato; o quando gli stage servono non a formare e valutare il lavoratore, ma soltanto a risparmiare sui costi del personale. A queste condizioni, per un giovanotto, entrare nella categoria dei bamboccioni è quasi inevitabile!
Quindi lei conferma che nel resto d’Europa, al di là dei soliti miti esterofili, per i giovani è più facile costruirsi un futuro, una vita propria?
La realtà che conosco meglio, quella inglese, è senz’altro più favorevole ai giovani in cerca di lavoro: le occasioni lavorative non mancano, la selezione del personale avviene sulla base di colloqui molto approfonditi che consentano di capire se sei adatto a quelle mansioni, al di là delle raccomandazioni, dei titoli e delle esperienze precedenti. Inoltre, fatto da non sottovalutare, se sei i gamba vieni retribuito in maniera adeguata anche se sei neolaureato. In questo modo ci si può costruire una vita propria senza attendere i capelli brizzolati: cosa che, qui in Italia - purtroppo - mi sembra diventata fantascienza.
Vuol dire che in Inghilterra i bamboccioni non esistono?
Esistono, esistono. Anche in un Paese come la Gran Bretagna, dove i giovani erano abituati ad andarsene di casa molto presto, le cose stanno un po’ cambiando. Credo che sia una tendenza generale e le ragioni sono molteplici: tra queste, almeno oltremanica, sicuramente la scomparsa delle sovvenzioni che permettevano di frequentare le università lontane da casa.
Insegnando all’università, lei conosce i problemi dei giovani. L’Italia è davvero una repubblica fondata sulla ricerca del lavoro, oppure la realtà non è così drammatica come la si descrive?
Che oggi trovare un lavoro, per un giovane, possa essere un problema è un dato di fatto. Ma che in passato fosse molto più facile, beh, è tutto da dimostrare. La verità è che neppure vent’anni fa si trovava il lavoro dei propri sogni il giorno dopo la laurea e che, fortunatamente, non è un problema che riguarda tutti: gli studenti del mio corso, ad esempio – e ne vado particolarmente fiero – trovano regolarmente lavoro entro un anno dalla laurea. C’è crisi, è vero e il mercato non è così spumeggiante come si vorrebbe. Ma io dico sempre ai miei studenti di non avere paura: se lavori e ti impegni, se ti dimostri necessario all’impresa in cui fai lo stage, il tuo datore non vorrà perderti e ti offrirà un contatto, magari a tempo indeterminato.
Ha mai consigliato ai suoi studenti di andarsene all’estero, a cercare fortuna?
No, perché so benissimo che trasferirsi in un altro Paese è una decisione molto difficile che coinvolge molti aspetti, non solo professionali. Può darti grandi soddisfazioni, è vero, ma prima di partire bisogna pensarci bene. La lingua, ad esempio, può essere un problema e conoscere l’inglese, per chi vuole andarsene, è quasi obbligatorio. Ho notato, poi, che molti ragazzi sono bloccati dalla paura di non trovare lavoro in Italia, di essere tagliati fuori per ragioni di età, qualora un giorno decidessero di rientrare.
Non le sembra che molti dei mali dell’Italia siano collegati alla decadenza del sistema scolastico e universitario?
A mio parere le scuole Italiane non sono poi così scarse: forse alle Superiori manca un poco di professionalità, ma direi che nella scuola primaria e secondaria ci sono ottimi esempi. I problemi iniziano all’università, dove purtroppo nepotismo e burocrazia raggiungono la loro triste e scandalosa apoteosi. L’obiettivo principale dei docenti, a quanto pare, è formare gruppi di potere assumendo persone che poi, per ricambiare, li sostengano e rafforzino la loro posizione. Le regole che governano il sistema università, poi, sono pensate più per tutelare più gli interessi dei docenti che degli studenti. Si pensi, ad esempio, al caso delle due lingue obbligatorie per la laurea in traduzione letteraria: in questo modo si sfornano studenti meno specializzati, ma si dà lavoro a chi insegna lingue meno ambite. Come non menzionare, infine, il bubbone dei concorsi? Sono quasi tutti truccati, o ritagliati su misura per un unico candidato in lizza: e quindi uno enorme spreco di tempo e denaro.
Secondo un recente sondaggio, il 62% degli Italiani non ha letto nessun libro nel corso del 2007. Come scrittore innanzitutto e poi come e insegnante, che cosa prova di fronte a questi numeri?
Prima di tutto rassegnazione: bisogna accettare che i libri, ormai, non sono più il motore culturale della società, e la diffusione delle idee e della conoscenza è affidata soprattutto alla tv e ad internet. E poi una certa rabbia: in Italia, infatti, gli editori hanno contribuito a questo disinteresse per la lettura: pubblicano libri solo perchè li hanno scritti degli amici, o perché hanno avuto successo all’estero, anche se è chiaro che non riflettono i gusti dei lettori. A questo punto, non resta che ringraziare se è vero, come suggerisce la statistica, che nel corso del 2007 il 38% degli Italiani ha letto almeno un libro.
Carlo Mantovani |