In questo numero
MANGO, IO LE CANTO COSI' di Claudio Facchetti

Nell’immenso cielo della musica,
passano come nuvole tante celebri canzoni.
Mango ha pensato bene di acchiapparne
qualcuna e metterla in un album.
Per volare con la sua voce.


Se potessimo contare tutte le volte che una canzone ha trasmesso un’emozione a chi l’ascoltava, probabilmente non basterebbero le stelle dell’universo. D’altra parte, ognuno di noi conserva nello scrigno dei ricordi una melodia che gli evoca un momento particolare della propria vita, una scintilla di emozione. Quella scintilla, ovviamente, ce l’hanno anche gli artisti. Come Mango.
Dopo aver, per tantissimi anni, confezionato e regalato brani di raffinata qualità, anche lui si è avvicinato al suo scrigno delle memorie e lo ha aperto. È scaturito così Acchiappanuvole, un album dove l’artista rilegge 14 brani altrui colorandoli con la propria sensibilità. La maggior parte sono di autori italiani: De Andrè, Fossati, Battisti, Daniele, Elisa, De Gregori, Patty Pravo, Oxa, Zero, Tenco, Battiato e Baglioni (con gli ultimi due a cantare con lui). E poi gli stranieri, John Lennon e i Creedence Clearwater Revival.
Artisti e stili diversissimi tra loro, di periodi differenti, talvolta quasi in contrasto. Eppure Mango è riuscito ad acchiapparne l’essenza e a portarli tutti dentro il suo “cielo”, quello che frequenta dal 1976, quando esordì, a oggi, in un cammino sempre rigoroso e ispirato. Un cammino distante dalle banalità, caratterizzato da album di classe puntellati da una voce superlativa e premiato con oltre cinque milioni di dischi venduti in tutta la carriera. E adesso è pronto per un nuovo volo.

Quanto è stato difficile portare la tua sensibilità “dentro” queste canzoni?
In effetti, la cosa più complicata di un progetto del genere è stata proprio quella di riuscire a immettere la mia creatività nei vari pezzi, tra l’altro provenienti da mondi diversi. È senz’altro più facile incidere un album d’inediti, dove devi confrontarti solo con te stesso. Qui, invece, ho dovuto misurarmi con altri artisti, la loro storia importante e le loro canzoni di prestigio, cercando però di essere sempre me stesso, di usare i miei codici espressivi. Non ho fatto, insomma, un disco di cover per mancanza di idee ma, al contrario, perché ne avevo tante.

Nel rivisitarle, mi sembra tu abbia seguito due linguaggi che ti appartengono: quello evocativo e quello rock. È solo un’impressione?
No, sono le linee su cui ho provato a ricondurre tutti i brani per farli miei. Ho cercato, però, di carpirne sempre l’essenza e di mantenerne il sentimento primigenio. Ognuna di queste canzoni ha un suo cuore profondo e io ho provato a rubarlo. Ecco, sono diventato un ladro, per poi far rivivere un pezzo sotto un’altra veste.

La play list segna 14 brani. Ne hai dovuto lasciare fuori qualcun altro?
Mi sono trovato di fronte, ovviamente, a una scelta immensa: le canzoni che mi piacciono sono tantissime. In studio, ne ho elaborate circa una cinquantina, per poi arrivare alla scrematura finale. A malincuore, ho dovuto escluderne di altrettanto convincenti, come Il tempo di morire di Battisti, o I heard it through the grapevine di Marvin Gaye. Non è detto che le recuperi per un altro progetto come questo.

Hai citato Battisti, di cui riproponi Mio Dio no, uno dei suoi pezzi meno famosi. Perché?
In effetti, non è tra le canzoni di Lucio più note, come La canzone del sole o Pensieri e parole. È un brano, però, che mi ha sempre emozionato, con una poesia tutta sua, che mi coinvolge. In questa luce, va vista anche Love, scritta da Lennon. Devo ammettere che io stesso non la ricordavo e mi è stata suggerita dal mio chitarrista, che la riteneva adatta per le mie caratteristiche. È un capolavoro di semplicità, con un paio di passaggi armonici che solo un genio come Lennon poteva pensare.

Come sono nati i duetti con Battiato e Baglioni?
Ho fatto ascoltare ad entrambi le versioni che avevo preparato dei loro pezzi e ne sono rimasti entusiasti, per cui la collaborazione è scaturita in modo del tutto spontaneo. Mi piace sottolineare che né l’uno né l’altro avevano mai fatto un duetto in un disco altrui e averli in studio con me, vedere con quale umiltà e gioia questi due fuoriclasse hanno cantato, mi ha davvero commosso.

Qual è il brano dove hai incontrato maggiori ostacoli nel farlo tuo?
Nessuno, perché come ho accennato, per tutte le canzoni sono partito dal sentimento e dalla voglia di viverlo, di farlo mio. È stata piuttosto una specie di sfida vocale: affrontare questi pezzi mi ha dato la possibilità di esprimere uno dei miei grandi amori, ossia la vocalità. In un disco di inediti accade più raramente, perché hai già avuto occasione di metterla a fuoco durante la carriera.

Perché lo hai intitolato Acchiappanuvole?
È una parola tratta dal pezzo di Tenco che reinterpreto, Ragazzo mio, composto oltre 40 anni fa eppure così straordinariamente attuale. Il suo autore la vede un po’ in negativo, considera il protagonista un perditempo, un acchiappanuvole appunto. Io, però, ho voluto dargli un significato diverso: è colui che segue i sogni e li cattura, li fa diventare veri.

Ma c’è ancora spazio oggi per trasformare i sogni in realtà?
Tempo fa avrei detto che i sogni sono una cosa talmente bella e importante che non vanno toccati, devono rimanere là, sospesi nell’aria. Invece, forse invecchiando, ho cambiato idea: i sogni sono parte di noi, devono essere la nostra pelle, il nostro battito, il nostro cervello. E abbiamo il dovere di inseguirli e di realizzarli ogni giorno. Sono nuvole da prendere.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com