DNella fitta e intricata foresta della musica si aggira una lupa. Ha la bella fisionomia di Shakira, che intona convinta She wolf, singolo apripista all’album che porta lo stesso titolo, già finito dritto filato in cima alle classifiche di mezzo mondo.
Non è una sorpresa. La brava pop star colombiana è abbonata alle vendite stratosferiche: non a caso si porta sulle spalle oltre 50 milioni di dischi piazzati in ogni angolo del globo.
Un bottino che ha incominciato presto a incamerare, sviluppando quelle qualità notate quando era una bambina. Lei, giovanissima, impara a cantare, suonare, ballare e persino recitare; poi, da Barranquilla, la sua città natale, parte per conquistare il mondo.
Cadono ai sui piedi prima i Paesi sudamericani e dopo quelli degli Stati Uniti e dell’Europa. Convince la sua formula pop, che si adatta come un guanto di volta in volta al rock, al latin, all’hip hop. E la sua voce dalla timbrica originale s’incrocia con altre stelle in collaborazioni dorate: canta con Beyoncé (Beautiful liar), Wyclef Jean (Hips don’t lie), Miguel Bosé (Si tù no vuelves).
Avvolta dal successo planetario, Shakira non dimentica però chi è stato meno fortunato di lei e da tempo ha messo in piedi in Colombia una sua fondazione, Pies Descalzos, che sta dando ottimi frutti con progetti dedicati ai bambini e ai ragazzi poveri.
Insomma, a 32 anni, Shakira sembra avere le idee chiare su come aggirarsi nel music-biz e con l’ultimo She wolf pare anche aver maturato una nuova consapevolezza sul suo ruolo di donna, prima ancora che di artista. Come ha sottolineato durante l’intervista.
Chi è la lupa del titolo?
Sono io e al tempo stesso anche le donne della nostra società che si battono per realizzare i loro desideri e le loro libertà individuali. È di questo, in fondo, che parla lo stesso brano, di quanto sia importante difendere la nostra indipendenza con tutte le forze. Come fa appunto il lupo.
Quali ostacoli incontrano le donne, oggi, nel trovare la loro indipendenza?
In generale, ci sono ancora troppe limitazioni imposte dalla società. Si idealizza il concetto di libertà con canzoni, inni, poesie, film, per poi scoprire che la realtà è ben diversa. Non c’è ancora una vera libertà di idee dal punto di vista intellettuale, artistico, spirituale. È questa la chiave per sbarazzarsi dei tanti cliché che opprimono soprattutto le donne.
La gabbia in cui sei rinchiusa nel video di She wolf è quindi una metafora di quanto sostieni?
Senza dubbio. La lupa vuole liberarsi dalla gabbia, ovvero da quella “prigione” fatta di pregiudizi e limitazioni che troppo spesso ci costruiamo noi stessi. Dovremmo ascoltare forse un po’ di più la nostra parte irrazionale, anche se non è facile liberarsi dai condizionamenti della società. Io stessa mi sono a volte sentita come la Shakira del video, chiusa in una gabbia dorata, ma pur sempre una gabbia. Ora sono cambiata.
In che modo?
Oggi mi sento più donna, padrona della mia vita e di me stessa, più matura. È stato un processo che è andato di pari passo con la mia crescita, con le mie esperienze personali, che mi hanno aperto la mente. Se qualche anno fa mi avessero chiesto se mi sentivo una femminista, avrei risposto di “no”, ma ora so che sbagliavo. Adesso mi sento molto più vicina alle donne, ai loro problemi, alle loro difficoltà.
Quali problemi, per esempio?
Le donne devono soddisfare sempre tante aspettative: essere brave figlie e brave lavoratrici, ma anche essere belle, compagne affidabili, ottime madri. C’è insomma tanta pressione intorno a una donna, la sento anch’io e la vivo come se fosse appunto una gabbia.
Non ti piacerebbe diventare mamma?
Non ho detto questo, anzi, mi piacerebbe avere dei figli, ma per adesso sono concentrata su questo “bambino” chiamato She wolf: spero che cresca bene e di portarlo fino ad Harvard.
A proposito del disco, quale “vestito” hai voluto dargli?
Ritmi e suoni sono al servizio di melodie dove si amalgano insieme strumenti elettronici ed acustici. Un risultato ottenuto lavorando a stretto contatto con produttori di valore assoluto, come Pharrell, Wyclef Jean, The Neptunes. È un passo avanti rispetto al mio precedente lavoro: anche dal punto di vista artistico mi sento cresciuta.
Sei impegnata con la tua fondazione Pies descalzos. Quali sono i suoi obiettivi?
Quando è nata avevo 18 anni e, insieme ai miei collaboratori, ci siamo prefissi di avviare progetti di qualità in Colombia dedicati ai bambini che vivono in aree devastate dalla miseria: costruzione di scuole, aiuti alimentari destinati alle mense. Sono la base per dare un futuro migliore ai minori e anche alle famiglie: l’istruzione può trasformare le loro vite.
I risultati?
Decisamente positivi. Attualmente la fondazione gestisce sei scuole in tre cittadine. Oltre seimila bambini ricevono quindi istruzione, cibo e servizi di sostegno psicologico. È una grande soddisfazione e una immensa gioia per me portare avanti questo progetto, anche se tanto rimane da fare. Sono milioni i minori che solo in Sudamerica vivono nell’abbandono: per questo sto facendo pressioni sui grandi del pianeta per avere maggiori aiuti.
Nel tuo ultimo tour, nel maxi schermo del palco, durante Octavo dìa c’erano Bush e Saddam Hussein che giocavano insieme a scacchi. Ora c’è Obama: con chi lo faresti giocare?
Non saprei… Di certo, non vorrei essere nei suoi panni. Lo attendono grandi sfide, dal superamento della crisi economica ai processi di pace in aree da sempre in guerra. In ogni caso, ha già dato scacco matto a un problema serio: quello della discriminazione razziale. Essere diventato il primo presidente di colore degli Stati Uniti è un passaggio fondamentale della storia moderna.
Cosa ti attende domani?
Sto preparando il tour mondiale che passerà in Italia il prossimo anno: amo visitare la vostra terra, mi piace il cibo e avete un pubblico caldissimo.
Claudio Facchetti |