«Con il permesso degli stimati presenti, in nome di Dio e dei Martiri caduti sul sentiero della libertà, vorrei dire che ancora una volta mi trovo a dover condividere quest’aula con i Signori della guerra, gli stessi artefici dell’attuale situazione catastrofica del nostro amato Paese. Stimati presenti, concludo dicendo che mentre anche gli animali nella stalla hanno una loro utilità, questi animali che siedono oggi in Parlamento accanto a me sono addirittura inutili».
Era il 21 maggio del 2007, e la giovane parlamentare Malalai Joya, di appena 29 anni, non riuscì più a trattenere la rabbia nella solenne cornice della Camera del popolo afgana. Schiacciata tra la responsabilità del mandato dei suoi elettori e la sottile speranza di poter influire sui processi decisionali di un paese allo sbando, la giovane assistente sociale capì in quel momento che non sarebbe più stato possibile scendere a compromessi con il “male”. Sugli spalti del Parlamento si scatenò l’inferno. Mentre il Presidente Hamid Karzai cercava invano di riprendere il controllo dell’aula, alcuni parlamentari raggiunsero Malalai Joya e cominciarono a malmenarla. Altri urlavano insulti, minacce di stupro e di morte, rivolte a lei a tutta la sua famiglia.
Alla fine della seduta, contusa e spaventata ma scampata al linciaggio, l’eletta dal popolo Malali Joya, con atto illegale e fortemente anti democratico, venne allontanata dal Parlamento. Per sempre.
Politica per forza
«La mia generazione è stata costretta ad occuparsi di politica – spiega Malalai Jaya -. Da quando sono nata, 30 anni fa, mi sono sempre trovata in situazioni di guerra. Prima con l’occupazione sovietica, poi con la guerra civile, e infine con l’occupazione americana. E’ in questo clima che ho maturato la scelta di farmi eleggere in Parlamento». Nata sotto l’occupazione dell’Armata rossa Malalai Jaya, di modesta famiglia, con sei sorelle e tre fratelli, come molte ragazze della sua generazione ha studiato nei campi profughi. All’età di quattro anni si trasferisce in Iran, per poi riparare in Pakistan. Torna in Afghanistan nel 1998, nella Provincia di Erat, poi in quella di Fara, dove trova una situazione insostenibile: «C’erano i talebani al potere – ricorda la giovane–, non mi lasciarono accedere all’università in quanto donna, e la situazione dei diritti delle persone in generale era davvero critica». Ma Joya non si è persa d’animo e ha cominciato ad insegnare a leggere e scrivere a ragazzi e ragazze che non avevano avuto l’opportunità di frequentare le scuole. «In seguito ho lavorato con e per le donne in un’associazione clandestina denominata Opawc come assistente sociale – continua -. Ricordo il caso di Fatima, 20 anni, a cui il marito ha tagliato le dita dei piedi prima di bruciarla completamente con l’acqua bollente. Nafisa, otto anni, stuprata, uccisa e sepolta non si sa dive. O quello di Raschia, 14 anni, violentata da tre uomini, di cui uno figlio di un parlamentare. Tutti reati impuniti, perché la polizia in questi casi, ancora oggi, fa finta di non vedere. Quando si tratta di donne in Afghanistan non parte nessuna denuncia, non si arriva mai a nessun processo». Secondo le statistiche ufficiali afgane raccolte dalla parlamentare, nei primi sei mesi del 2007 si sono verificati 250 suicidi di donne nella sola Kabul. Il 95% delle donne afgane soffre di depressione, mentre il 75% delle vedove vedono come unica via d’uscita dalla loro condizione di sofferenza il suicidio. «Quando è arrivata l’opportunità delle elezioni democratiche – ricorda Malalai Jaya – la mia responsabilità era talmente grande che non ho potuto evitare di candidarmi. Era come se me lo chiedessero tutte le persone sofferenti conosciute negli anni, nel corso del mio lavoro». Il 18 settembre del 2005 Malalai Jaya viene eletta con 7.813 voti al Parlamento afgano.
Relazioni internazionali
«La responsabilità degli Stati Uniti e dei suoi alleati è stata quella di occupare il nostro paese in nome dei diritti umani e delle donne, senza in realtà fare nulla in proposito». Accuse forti quelle della giovane parlamentare. Che da quando ha messo piede in Parlamento, fino all’espulsione, non ha mai smesso di urlare denunce in faccia ai suoi colleghi. «La coalizione straniera – continua – ha portato al potere l’Alleanza del nord, che come denunciano Human right watch e Amnesty international, è responsabile di numerosi crimini di guerra e delle 75 mila vittime civili di Kabul, cinque volte tanto quelle dell’11 settembre. Gli Usa hanno sostituito i talebani con una realtà magari meno medioevale, ma sostanzialmente fondamentalista allo stesso modo. E non si può pensare di combattere il terrorismo con il terrorismo». Secondo Malalai Jaya nessuno sta facendo nulla per garantire la sicurezza nel paese, senza la quale è impossibile avere diritti umani, delle donne e democrazia. Ma i Signori della guerra pensano solo a portare avanti i loro business. «Basta guardare il problema dell’oppio – spiega– forse il segno più eclatante del fallimento della politica statunitense: la produzione continua ed è in aumento e non è vero che le coltivazioni vengono eradicate. Anzi, capo del Ministero contro la droga è stato nominato il generale Mohammad Daud, personaggio che negli ultimi anni è entrato e uscito dalle galere proprio per traffico di droga. In realtà una posizione di comodo che permette a tutti di continuare i propri loschi traffici». Paesi stranieri compresi.
Una strada in salita
La battaglia di Malalai Jaya continua oggi anche al di fuori della Camera del popolo afgana. «L’espulsione dal Parlamento è in realtà solo un atto formale – spiega – ma io rimango la donna attiva di sempre. In questo modo il Parlamento ha semplicemente rivelato la sua natura di istituzione illegale, che fa atti illegali come espellere un parlamentare eletto dalla sua aula. Cercherò comunque in tutti i modi di rientrarci per lavorare per la mia gente». Anche se non sarà facile, confessa, perché : «L’occupazione straniera che copre gli attuali interessi dei Signori della guerra in Afghanistan, va letta all’interno di un quadro generale in cui gli Usa hanno tutto l’interesse a creare una base militare nel cuore dell’Asia, crocevia strategico tra Cina, Iran, Pakistan e India. Com’è successo in Iraq con il petrolio, gli americani trovano conveniente rimanere in Afghanistan per interessi economici, legati al traffico d’armi e di oppio». Per cui, per quanto riguarda la possibilità del nostro paese di aiutare il popolo afgano, punto all’ordine del giorno dell’attuale Governo Berlusconi, il consiglio della giovane parlamentare è che: «L’Italia dovrebbe cominciare ad agire indipendentemente dagli Stati Uniti, che non vogliono una vera democrazia nell’area, ma solo la sua recita».
La strada per la “vera” democrazia in Afghanistan è ancora lunga. Gli ostacoli molti e, all’apparenza, insormontabili. Ma l’indomabile Malalai Joya si congeda con un sottile messaggio di speranza citando Bertolt Brecht: «Chi lotta almeno ci prova, chi non tenta nemmeno ha già perso…».
Maurizio Dematteis |