In questo numero
TI PIACE VINCERE FACILE? di Stefano Ferrio

La questione morale nel calcio
non riguarda solo gli arbitri
e le partite comperate,
coinvolge anche la gestione
delle società sportive
che pur di vincere non si fanno scrupoli
di lasciare i loro conti in dissesto.
Ma in Europa non tutti sono d’accordo.


“È giusto far giocare partite di calcio tra squadre con i conti a posto e i bilanci in regola, e squadre indebitate fino al collo ed esposte al rischio del fallimento?”. Certo, se guardiamo alla cavalleria, potremmo rispondere di sì.
In realtà, quella domanda può essere precisata così: “È giusto che il Bayern Monaco, squadra tedesca solidamente in attivo con i conti, perda contro un’Inter gravata da un deficit societario pesantissimo ma, ciò nonostante, autorizzata ad acquistare i più forti campioni in circolazione?”. È quindi leale il comportamento di chi, pur di vincere, ignora in modo consapevole quell’etica che gli imporrebbe di provvedere alla salute economica della società, comprensiva del mantenimento dei suoi vari dipendenti, e, solo in un secondo tempo, ai risultati ottenuti dalla squadra? Perché, qualora tutte le squadre facessero come l’Inter, o anche l’Arsenal e il Real Madrid se vogliamo citare qualche pecora nera di altri Paesi, più prima che poi, il calcio europeo fallirebbe sotto il peso dei debiti, e non ci sarebbero più né coppe né partite in tv. Invece, se il tracollo non si è ancora verificato, lo si deve anche a quei club, soprattutto tedeschi e olandesi, disposti a sacrifici e rinunce pur di mantenere se stessi in attivo, contribuendo in questo modo alla sopravvivenza dell’intero sistema.

La festa è finita
Come si sarà già intuito, i quesiti da cui siamo partiti sono tutt’altro che accademici. Negli ultimi tempi vengono posti in modo sempre più incalzante in seno a commissioni e uffici della Uefa preposti all’organizzazione e alle regole delle competizioni continentali: Champions’ League e Coppa Uefa. In queste sedi, proprio da parte dei rappresentanti di Germania e Olanda, Paesi dove con i conti non si scherza nemmeno nel calcio, si continua a configurare come “sleale” la condotta di chi scialacqua impunemente capitali allo scopo di mantenere alta, davvero “a tutti i costi”, la competitività in ambito nazionale e internazionale. Al solito bar Sport si replica ricordando che, per quanto riguarda l’Inter, i debiti vengono annualmente ripianati di persona, con vertiginosi aumenti di capitale, da parte del presidente Massimo Moratti. Ma è il Mercato stesso a rammentarci che questa può essere una misura eccezionale, e non una malsana abitudine. Succede infatti che l’intera programmazione dell’Inter venga studiata non in base a calcoli rigorosi di entrate e uscite, ma prevedendo l’intervento salvifico del presidente, notoriamente così tifoso dei colori nerazzurri da esporsi a qualsiasi spesa gli consenta una spropositata ricchezza. Solo che se un bel giorno Moratti si sveglia, e trova i suoi rubinetti prosciugati da uno dei rovesci finanziari oggi così frequenti, di fronte a un passivo che solo per il 2007 si aggira attorno ai 150 milioni, l’Inter rischia di crollare su se stessa, e addirittura di estinguersi.

Nuove regole
Fin tanto che in Europa c’è stata crescita economica, questi problemi hanno continuato a correre sottotraccia, denunciati dagli uni e ignorati dagli altri. Adesso invece il clima è drasticamente cambiato, e gli sconquassi generati da un crack globale di proporzioni non ancora calcolabili, hanno brutalmente investito i palazzi del calcio. È lo stesso presidente dell’Uefa, Michel Platini, a tuonare in ripetute occasioni contro un malcostume economico diventato intollerabile, e ad annunciare l’arrivo in tempi brevi di nuove regole per l’ammissione in Europa, le famose “licenze” di cui si sente dibattere ormai da qualche anno.
Inutile nascondercelo, il dito di Platini e di quanti la pensano come lui, è puntato soprattutto contro l’Italia. Qualcuno obbietta che anche la Spagna e, ancora di più, l’Inghilterra, stanno raschiando il fondo del barile, ma in realtà non è esattamente la stessa cosa. A livello di grandi club, il calcio iberico contrappone alla gestione allegra del Real quella molto più oculata, e per certi versi avanzata, del Barcellona, che notoriamente basa la sua forza sull’azionariato diffuso, con quote della società distribuite fra migliaia di tifosi. Quanto all’Inghilterra, si parla di club costituiti su forti principi autonomistici, con una precisa idea di cosa significa un patrimonio societario in termini di strutture e merchandising. Il Manchester United, per esempio, ha sì 700 milioni di debiti, ma da qualche anno chiude i bilanci in attivi così floridi, grazie agli incassi di un meraviglioso stadio di “sua proprietà”, che può agevolmente pagare gli interessi sul debito stesso. Quanto all’Arsenal, si è tremendamente esposto per la costruzione, anche qui a proprie spese, del nuovo stadio dove gioca a Londra, ma ha in questo modo arricchito in modo sensibile il proprio patrimonio, avendo nell’impianto una concreta risorsa su cui appoggiarsi per l’avvenire.

Intanto in Italia…
In Italia, dove gli stadi sono in buona parte pubblici, il quadro è molto più cupo. Fra le quattro squadre iscritte in questa stagione alla Champions, oltre all’Inter di cui già si è detto, c’è una Roma che la famiglia Sensi non sa se vendere o meno a causa del forte indebitamento bancario, una Juventus impegnata in una difficile risalita dopo i traumi di Moggiopoli, e una Fiorentina che la manageriale famiglia Dalla Valle ha pur sempre ereditato da una drammatica gestione Cecchi Gori. Per quanto riguarda la Coppa Uefa, lo stesso Milan del presidente Berlusconi lancia proclami di maggiore sobrietà dopo avere centrato l’accoppiata stellare Ronaldinho-Beckham, mentre Udinese e Sampdoria vanno annoverate fra le poche virtuose del panorama italiano. Che, se guardiamo all’intero sistema delle quattro serie professionistiche, fa letteralmente paura, con una A dove iniziano a sparire dalle maglie i nomi degli sponsor (vedi Lazio e Palermo), una B dagli stadi svuotati giunta ormai alla bancarotta, e una ex C (oggi divisa fra Prima e Seconda Divisione) sottoposta ogni anno a epurazioni forzate di società fallite o insolventi.
La situazione si sta facendo così grave che, secondo le previsioni della Lega Calcio, ne risentiranno in modo sensibile perfino gli stipendi dei giocatori, considerati fino a pochi anni fa una sorta di dorato e intoccabile totem. Se oggi tutti i professionisti militanti in Italia percepiscono un totale di 722 milioni di euro, si calcola che nel 2010 dovranno accontentarsi di 578, con una diminuzione di circa il 20%. Sbocco inevitabile se consideriamo che il pallone italiano dipende da un’infinità di variabili esterne - in primis il salvagente dei diritti televisivi - senza tuttora ispirare il proprio sviluppo a sani criteri di mercato, con una precisa idea di voci chiamate utili, spese, debiti, patrimonio e budget. È vero che la stessa Uefa ammette per il calcio regole contabili diverse rispetto al resto del mondo economico, ma sono anche regole destinate, probabilmente dal 2010, a un più ferreo rispetto. A chi sgarra, niente “licenza” di giocare in Europa. Capito, Moratti?

Stefano Ferrio

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