Ecco, dobbiamo comprare un nuovo pc e un nuovo telefonino. Ma, aspetta un attimo, quando abbiamo comprato l’ultimo computer? Due anni fa, già. E l’ultimo cellulare? Un anno fa, mi sembra.
Purtroppo è la norma, anche in periodi di crisi economica la cultura dell’usa e getta ci porta a sostituire sempre più spesso le nostre apparecchiature elettroniche, in un perenne inseguimento della novità e del gadget tecnologico. Dalla penna USB da 16 GB alla scheda SD più capiente per fare le foto ad alta qualità, dall’iPhone di terza generazione alla stampante integrata con la fotocopiatrice, l’elenco sarebbe interminabile. Soprattutto se si pensa che anche le apparecchiature più tradizionali, per esempio le lavatrici e i frigo, che una volta duravano più di 10 anni, oggi li cambiamo, o siamo costretti a cambiarli, molto più spesso. E così facendo non ci limitiamo a svuotare il nostro portafoglio e il nostro conto in banca, ma facciamo un danno incalcolabile all’ambiente e alla nostra salute.
Cos’è l’e-waste?
Con il termine e-waste si indicano tutti quei rifiuti che derivano dall’abbandono o disuso di apparecchiature elettriche e elettroniche. A volte si tratta di dispositivi guasti, ma spesso nelle discariche o nelle cantine finiscono dispositivi ancora funzionanti ma inutilizzati o tecnologicamente obsoleti. L’acronimo che li designa nei testi legislativi e nelle riviste specializzate è RAEE, Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, che in inglese diviene WEEE (Waste of Electric and Electronic Equipment). Per avere un’idea della portata di questo fenomeno, possiamo fare riferimento alle recenti stime dell’ONU, secondo cui la quantità di dispositivi elettronici buttati nel mondo si attesta ormai tra i 20 e i 50 milioni di tonnellate all’anno, una cifra davvero difficile da immaginare. Per quanto invece riguarda l’Italia, le stime ufficiali dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e del Territorio (APAT) dicono che nel 2007 sono state prodotte circa 800.000 tonnellate di RAEE, per un terzo costituite da gadget tecnologici come computer, cellulari, fotocamere e videocamere.
Un problema per l’ambiente
I dispositivi elettronici ed elettrici più comuni sono composti da centinaia di materiali e spesso contengono sostanze o composti chimici particolarmente pericolosi, come alcuni metalli pesanti e come i ritardanti di fiamma bromurati (BFR). Come sottolinea Greenpeace nel rapporto “Toxic Tech: non nel nostro cortile”, alcune sostanze contenute nei prodotti hi-tech possono provocare danni all’ambiente e alla salute dei lavoratori sia in fase di produzione che di smaltimento.
Il cadmio, ad esempio, è impiegato nelle batterie ricaricabili dei computer, nei contatti e negli interruttori, ed è tossico per i reni e le ossa, mentre il mercurio, usato nei dispositivi di illuminazione, può danneggiare il cervello e il sistema nervoso centrale. Così il piombo contenuto nei tubi catodici dei monitor può danneggiare il sistema nervoso, riproduttivo ed ematico. I ritardanti di fiamma bromurati, composti usati nei rivestimenti plastici e nei circuiti elettrici per evitare o ritardare l’estendersi di fiamme in caso di incendio, possono portare a disfunzioni della memoria e della tiroide, in particolare il TBBPA (tetrabromobisfenolo-A) è conosciuto per la sua neurotossicità. Per non parlare dei noti effetti cancerogeni dei composti del cromo esavalente, usati nella produzione dei rivestimenti metallici, e delle conseguenze potenzialmente cancerogene dell’incenerimento del PVC, utilizzato in alcuni casi per l’isolamento di fili e cavi. Anche in questo caso l’elenco potrebbe continuare con berillio, ftalati e diversi altri materiali. Bisogna anche considerare le ripercussioni, decisamente di maggiore entità, che si hanno sulle donne in gravidanza, sui feti e sui bambini. Non solo, fin qui abbiamo posto l’attenzione sulle conseguenze per l’uomo, ma non possiamo dimenticare che l’acqua, l’aria e il suolo subiscono conseguenze altrettanto gravi, soprattutto quando si consideri il caso sciagurato in cui i rifiuti elettronici finiscano inceneriti o abbandonati nelle discariche, spesso nel Terzo Mondo, senza alcun smaltimento e trattamento specifici. Questo quadro assume contorni drammatici, soprattutto quando si constata che la vita media di un computer o di un cellulare si accorcia sempre di più e la politica dell’”usa e getta” tecnologico fa sì che questi rifiuti siano destinati a crescere di anno in anno.
Dove finiscono i rifiuti elettronici?
L’agenzia americana di protezione ambientale (EPA) stima che tre quarti dei computer venduti negli Stati Uniti giacciono inutilizzati, chiusi in garage e armadi. E sono molti, anche in Europa e in Italia, i cellulari e i computer che vengono messi da parte ancora in buono stato e prendono polvere in attesa di essere riutilizzati o buttati via. Ma focalizziamo la nostra attenzione su cosa succede quando questi oggetti vengono effettivamente buttati. Come sottolinea dalle pagine di Punto Informatico Danilo Bonato, Direttore Generale del Consorzio Re.Media, è fondamentale risolvere il conflitto normativo tra la legge (D.Lgs. 151/2005) che regola lo smaltimento RAEE ed il "Testo Unico Ambientale", tale per cui la restituzione del vecchio computer al distributore (negozio, per esempio, o supermercato) all’atto dell’acquisto di un nuovo pc non è praticabile. Motivo per cui il vecchio pc deve essere portato ad una "Stazione Ecologica Attrezzata" (SEA) e spesso, purtroppo, viene invece abbandonato in strada o in discarica. Sempre sulle pagine di Punto Informatico è possibile leggere il percorso virtuoso di un laptop in disuso correttamente consegnato dal proprietario ad una SEA. Un camion trasporta il vecchio pc portatile dalla stazione al sito di lavorazione, che è gestito da un Consorzio di smaltimento. Si tratta di un’associazione senza fini di lucro, costituita dagli stessi produttori di tecnologia in ottemperanza al già citato D.Lgs. 151/ 2005, che dà proprio ai produttori la responsabilità civile e penale dello smaltimento e del riciclo dell’e-waste. Sebbene la stessa legge abbia permesso di maggiorare i prezzi dei nuovi prodotti elettronici con l’ecocontributo, sicuramente la responsabilizzazione dei produttori è ormai un fatto acquisito e positivo. La lavorazione, quindi, prosegue con l’asportazione delle sostanze pericolose e la differenziazione delle parti in plastica da quelle di vetro e da quelle elettroniche. Con alcuni ulteriori passaggi si arriva a smaltire circa un quinto del materiale e a riutilizzare tutta la parte restante (schede elettriche, metalli, plastica) in nuovi cicli industriali.
Niente male. Purtroppo però più dell’80% dell’e-waste non fa questo percorso, perché non viene portato alla stazione ecologica, ma viene abbandonato dove capita. E, fatto ancor peggiore segnalato dal rapporto Toxic Tech, della maggior parte di questi rifiuti si perdono letteralmente le tracce ed il destino di tutto questo materiale potenzialmente pericoloso rimane sconosciuto. In particolare si perderebbero le tracce del 75% dei rifiuti tecnologici prodotti nell’Unione Europea e di oltre l’80% di quelli prodotti negli Stati Uniti. Si tratta di “flussi nascosti”. Questo significa, anzitutto, che molti RAEE possono finire in discariche ed inceneritori, così come sono, con un grande danno per l’ambiente e per l’uomo. Non solo, significa anche che le ecomafie possono approfittarne per fare affari d’oro ed esportare abusivamente questi rifiuti in Asia e in Africa, per smaltirli a costi bassissimi e senza “preoccupazioni” ambientali. E se in Europa è in vigore una legge rigorosa, seppur non completamente applicata, negli Stati Uniti il quadro legislativo è molto più lacunoso e gli USA di fatto esportano nei Paesi in via di sviluppo la maggior parte della loro tecnospazzatura, cosicché paesi come il Ghana, l’India e la stessa Cina si stanno trasformando in gigantesche discariche digitali, spesso fuori controllo e in balia di multinazionali e governi senza scrupoli.
Il caso del Ghana ha suscitato particolare scalpore, ad agosto del 2008, quando alcuni giornali nazionali, come Repubblica, hanno riportato la denuncia di Greenpeace e hanno pubblicato le foto shock dei bambini ghanesi che trattavano a mani nude il materiale elettronico e scorazzavano intorno ai “falò” di vecchi televisori e computer. In questo caso grazie all’azione di "spionaggio industriale" dell’associazione ambientalista è stato possibile ricostruire il percorso delle “navi dei veleni” fino all’approdo nei cimiteri digitali più sperduti, come quello di Korforidua, in Ghana appunto. Un’inchiesta che ha dato un’ulteriore conferma di come i rifiuti elettronici occidentali (sia europei che americani) solo in minima parte vengano smaltiti correttamente e riutilizzati nel ciclo industriale. Se infatti alcuni rimangono tra le ragnatele di garage e cantine, altri vengono smaltiti illegalmente negli stessi paesi occidentali ed una parte consistente viene trasportata sulle navi dei veleni in luoghi dell’Asia o dell’Africa in cui i lavoratori, spesso bambini, li trattano in modo non adeguato, esponendo se stessi e l’ambiente ai noti rischi legati ai materiali ed ai composti chimici dell’e-waste.
Stefano Moro
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