A volte ritornano. Solo che, in questo caso, non si tratta dell’ennesima vecchia gloria ripescata dal baule dei ricordi e restaurata per l’occasione, ma di un album uscito nel 1998 e firmato da un’artista che non ha bisogno di rilanci, essendo saldamente sulla cresta dell’onda da tempo: Carmen Consoli.
Il disco è Mediamente isterica, terza fatica della carriera, che viene riproposto allo scoccare del decennale della sua pubblicazione, in una doppia edizione deluxe: nel primo cd c’è la sua versione “riveduta e corretta”, con tutti i brani risuonati per l’occasione e un inedito, L’uomo meschino, risalente a quell’epoca; nel secondo cd invece c’è la “copia” originale, rimasterizzata e ricantata per motivi tecnici, con l’aggiunta di alcuni provini “storici”.
Un’operazione, questa, inconsueta, soprattutto se si pensa che Mediamente isterica non è l’album che ha avuto più successo nel bel percorso musicale compiuto fino a oggi da Carmen. Quando uscì, infatti, la “cantantessa” era reduce da due dischi, Due parole e Confusa e felice, che l’avevano imposta all’attenzione del pubblico. Con il terzo lavoro, ci si aspettava il botto definitivo, ma lei spiazzò tutti proponendo brani abrasivi dalla grammatica rock, frutto anche di una serie di problemi e di tensioni personali che influenzarono la scrittura dei pezzi.
Scaturì così Mediamente isterica che, pur tra le difficoltà, si rivelò un album ben riuscito, dal forte impatto sonoro e coraggioso, che però non replicò il successo dei precedenti, ma guadagnò ugualmente il disco d’oro per le vendite. Tuttavia, complice anche un applaudito tour dall’alto tasso elettrico, Carmen allargò il suo seguito di pubblico.
Da allora, molte note sono passate tra le dita della cantautrice, che ha percorso strade sempre interessanti, seguendo ciò che le dettava l’istinto e il cuore, come dovrebbe fare ogni artista. E sotto questo profilo s’inquadra anche questo “progetto di recupero”, perché per Carmen Mediamente isterica è oggi, come dice lei stessa, “il mio album della vita”. Un altro ottimo motivo per riascoltarlo.
Il disco mette in fila diversi ritratti di donna. Quali di questi “personaggi” ti rappresenta meglio oggi?
Un po’ tutti. Qui, come base di partenza, c’è Eva, che vedo come la madre di tutte le altre figure, donne che vivono i disagi, i problemi, le gioie, i momenti importanti in cui devono lottare per raggiungere qualcosa. Donne comunque di azione, che non hanno aspettative, ma solo desideri, la benzina che serve poi a tutti per andare avanti.
Sei ancora mediamente isterica?
Ogni tanto, ma adesso riesco a controllarmi meglio, per diplomazia e maturità, aggiungendoci un velo d’ironia ereditato dai miei genitori. Giocando con alcuni titoli dei miei album, sono sempre impertinente, forse non più bambina, ma certo confusa e felice. È il destino dei viaggiatori dei sentimenti.
E quali destinazioni inseguono questi viaggiatori?
S’imbarcano in imprese incredibili alla ricerca di forti emozioni. Una condizione, questa, privilegiata, perché fa volare, conduce in alto, vicino all’estasi, ma che ha anche delle controindicazioni, quando per esempio queste emozioni non riescono ad approdare a un porto sicuro e rimangono sospese, a metà strada. Come la sirena in cui mi sono ritratta sulla copertina: non riesco a essere né di terra né di mare, né carne né pesce.
Emerge, insomma, il dualismo.
È quello che volevo evidenziare, che poi appartiene a ognuno di noi in misura minore o maggiore. La sirena è stata catturata, quindi tradita, per essere messa in vendita; ma anch’io, in versione umana, vado al mercato del pesce, quindi potrei comprarmi e mangiarmi. Come dire che, in fondo, i nostri peggiori nemici siamo proprio noi stessi.
Senti ancora aderente a te questo lavoro?
Mi sento molto vicina a Mediamente isterica, lo considero l’album della mia vita. Ricantando i brani mi sono accorta di come allora avessi detto cose che oggi mi appartengono più che mai. Ero giovane, ma forse avevo composto un disco più adulto di me. E ora, partendo dal presente, ho potuto rileggere il passato e con il senno di poi riappropriarmi dei pezzi. Il lavoro ha inoltre cementato la collaborazione e l’amicizia con la mia band, che mi accompagna ancora adesso: quindi tutti hanno vissuto con me rabbia, timori, difficoltà di quel periodo, che hanno poi prodotto una serie di canzoni intensamente rock.
Rock che hai poi abbandonato nel seguito della tua carriera. Come mai?
Nel tempo, sono cambiati i gusti e mi sono avventurata verso altri territori che ritenevo altrettanto interessanti, e oggi non ho difficoltà a tornare sui miei passi. Bisogna però intendersi sul senso del rock, che non è sinonimo di suoni elettrici per forza aggressivi e distorti, ma bensì ciò che destabilizza, come la storia c’insegna. Penso a Joan Baez o a Joni Mitchell e alle loro canzoni suonate solo con la chitarra acustica: il loro messaggio era decisamente forte, controcorrente, graffiante. Si può fare rock, insomma, anche con un bouzouki, altrimenti diventa di maniera. Conta l’impatto emotivo, la sincerità con cui vuoi dire le cose, altrimenti è solo estetica.
Quali sono gli artisti più rock che abbiamo in Italia?
Purtroppo uno che non c’è più: Fabrizio De Andrè, per quello che diceva, che scriveva, per l’immensa intensità con cui eseguiva i suoi pezzi. E poi Franco Battiato, che con codici diversi è sulla stessa lunghezza d’onda. Apprezzo anche Afterhours, Subsonica, Marlene Kuntz, Tiromancino.
A proposito di Battiato: hai duettato con lui nel suo ultimo album Fleurs 2. In quale modo è nata la collaborazione?
Lui abita a Catania come me e siamo vicini di casa, per cui ci conosciamo da tempo. Lo considero un punto di riferimento: mi ha insegnato che non bisogna piegarsi al mercato ma fare in modo che il mercato si adegui alle tue esigenze. Quando mi ha chiesto di cantare Tutto l’universo obbedisce all’amore, un brano che sembrava scritto per me, si è realizzato il sogno più grande della mia vita d’artista.
E domani riprenderai i sentieri del rock?
Non lo so, alcuni brani sono già stati scritti per sola voce e chitarra, come d’altronde tutti quelli che ho composto nella mia carriera. Quale vestito indosseranno è ancora presto per capirlo: la mia storia dimostra che sono imprevedibile. Ascolterò, come sempre, il mio cuore.
Claudio Facchetti |