In questo numero
DANIEL, UNO DI NOI di Susanna Conti

Riservato a chi crede nella scuola


Per noi (quasi per tutti) andare a scuola è (stato) scontato, ovvio, indiscusso, un po’ come l’abitudine di bere Coca Cola e di mangiare da McDonald’s quando si va in giro assieme. Facciamo un elenco delle cose scontate contemporanee, scritte così come vengono in mente: stare almeno un’ora al giorno su Facebook, mandare numerosi SMS al giorno con il proprio cellulare personale (nella speranza che qualcuno regali una ricarica), essere portati dalla mamma (o da papà o da qualcun altro) in palestra, a calcio, a inglese, alla festa di compleanno, … , appena possibile prendere la patente, non dico per la moto, ma per la macchina di sicuro. Magari da privatisti, così costa meno.

Ai tempi dei Nomadi
Per carità, non sono qui a fare la vecchia befana che adesso salta fuori a dirvi Voi avete tutto e non date valore a niente… Grazie alla mia famiglia, grazie al boom economico di alcuni anni fa, grazie ad alcune persone e a certe condizioni storiche e sociali, ho avuto anche io tutto quello che potevo immaginare. Pertanto non sto a pontificare… Quanto alla scuola, ho scelto quella che volevo e non ho mai messo in dubbio che avrei potuto farlo, nonostante la mia scelta comportasse, dopo, anche l’università… Un punto, però vorrei sottolineare: in particolari condizioni di umore, voi potrete anche pensare che andare a scuola sia un dovere che “rompe”, ma potrete pensarlo solo perché la scuola è lì, a breve distanza, e perché nessuno metterebbe mai in dubbio che andarci sia un vostro diritto. Non occorre volgersi troppo indietro negli anni né troppo distante nello spazio per incontrare persone che a scuola ci sarebbero anche andate: però non c’era la possibilità economica in famiglia oppure, semplicemente, in certe zone non c’era la scuola. E allora un ragazzino percorreva chilometri e, quando arrivava nel luogo dove si faceva scuola, con ragione era troppo stanco per partecipare di persona. Parlo di pochi decenni fa, non di secoli, e dell’Italia che ascoltava le canzoni dei Nomadi, quelli che cantano ancora. Ragazzi, in certi posti non c’era nemmeno lo scuolabus. Speriamo solo che nessuno provochi mai il ritorno di quei tempi faticosi.

I gialli sul frigo
Assodato che la scuola è un diritto (abbastanza) riconosciuto e che la scuola è qualcosa che conta, andiamo avanti. Un altro diritto che sembra scontato è quello di poter parlare con i grandi, insomma di poter sapere che loro sono lì quando un ragazzo vorrebbe che fossero lì. È pur vero che capita che uno vorrebbe che non ci fossero, tutte le volte che “rompono”. Ma a ben vedere si capisce che lo fanno perché svolgono il loro ruolo. Per noi che siamo grandi adesso, era molto facile: la mamma semplicemente c’era. Non è che stesse lì a guardare come facevi l’esercizio di grammatica; magari stirava oppure cucinava oppure aggiustava il ferro da stiro: era lì. Più tardi c’era anche papà ed era rassicurante. Oppure c’era un fratello grande che ti insegnava la formazione della Juve dell’Inter del Cagliari e del Napoli, che ti leggeva l’Apocalisse per farti strizzare dalla paura e che ti raccontava del Vietnam, dei diritti civili e di Mohammed Alì, quello vero non quello del film. Adesso la società è cambiata e non si capisce bene chi arriva e a che ora. Tutti i grandi lavorano o almeno vorrebbero lavorare ed giusto che sia così. A volte arriva anche qualcuno che non era compreso nella famiglia di una volta. Però con i grandi riesci a parlare pochissimo. Qualche anno fa, la mia allieva Maria mi raccontava che con sua mamma spesso parlava attraverso i biglietti gialli adesivi attaccati sul frigo. Sia Maria sia la mamma erano e sono magnifiche persone: il papà non c’era più a causa di una malattia, la mamma faceva anche doppio lavoro. Si parlavano con i gialli ed ora Maria è ingegnere gestionale. Sta con Ema che è ingegnere meccanico. Sono assieme fin dai tempi del liceo. Io so che per Maria (e per molti altri) la scuola contava ancora di più. Non soltanto perché c’era Ema, ma anche perché c’ero io e a me Maria poteva raccontare di suo papà che non c’era più, di sua mamma che era un angelo e che comunicava con i gialli, dei suoi dubbi più importanti e di quelli più piccoli, ad esempio come scegliere le calze per andare in gita a Barcellona.

I cavalli di Balaklava
Anche per noi che siamo grandi adesso, la scuola contava per i grandi che trovavamo lì. Uno dei miei grandi era (ed è) il professor Guastavigna. Se dicessi che ho appreso da lui i motivi della guerra dei Cent’anni oppure l’elenco delle categorie aristoteliche, capireste subito che non è per quello che è grande. Infatti io non mi ricordo più né dei motivi né delle categorie. Eppure non mi sono mai dimenticata neppure una delle sue parole che contavano e che contano. Lui era (è) uno che c’era (che c’è). Non so nemmeno dire con quale stile didattico, ma ci ha detto la Resistenza e la democrazia. Non so con quale strumento o metodo, ma ci ha “passato” che ci sono scelte irrinunciabili e assolutamente individuali. Ci ha dimostrato che la scuola contava e conta. Mentre spiegava la guerra di Crimea e la carica dei seicento a Balaklava, ci disse che si sarebbe dovuto pensare non solo ai soldati morti ma anche ai cavalli morti. Nel tempo ho capito che l’idea gli era stata suggerita da sua figlia. In piena sintonia con quello che pensavo e che penso (grazie anche a quello che mi ha trasmesso lui). In coerente accordo con i valori che vivevo in casa e con le persone della mia vita. Neanche avessero fissato tutti quanti assieme gli obiettivi in un POF d’inizio anno scolastico….

Semplicemente, Daniel
Sono stata a trovare il professore e sua moglie nel pomeriggio di una domenica di settembre, assieme ad un compagno di scuola. Abbiamo mangiato una focaccia e abbiamo fatto scuola. Infatti fare scuola non è stare alla cattedra o fra i banchi, ma avere la consapevolezza e la voglia di imparare e apprendere assieme. Anche a cinquanta o a ottant’anni e anche mangiando focaccia. Oltre a parlarci con preoccupazione della democrazia, il professore ci ha presentato un ragazzo, Daniel. Non di persona, ma attraverso la storia e alcuni scritti di lui. Vi propongo questa storia, perché ha molto a che fare con il valore della scuola e con la presenza dei grandi. Alla scuola Daniel ha confidato la sua vita e, grazie ad un lavoro scritto per la scuola, ha comunicato a sua madre pensieri che forse non sarebbe facile dire soltanto con la voce.
Daniel è un ragazzo di dodici anni. Vive in Italia da tre, perché prima abitava in Romania. Pertanto è bilingue ed è un “cittadino nel mondo”, come sarebbe bello che sapessimo diventare tutti quanti in breve tempo. Daniel abita con sua mamma in una località che si trova a sessanta chilometri da una grande città. In città il costo dell’affitto è proibitivo: perciò la mamma, ogni giorno, prende il treno e va in città, dove lavora come colf presso alcune famiglie. Ritorna alla sera. Per questo, durante il giorno, Daniel può contare soltanto su se stesso. Frequenta la scuola media e ne è entusiasta: ha risultati ottimi. Legge horror e avventura e tifa Juve. Ogni ragazzo ha un mito e quello di Daniel è Del Piero.
A scuola Daniel ha vinto un premio con una poesia in italiano, lui che ha imparato a scrivere in rumeno. Sua mamma ne è fiera. Leggete e capirete che ne ha molti motivi:

Madre
Quando sto zitto arriva
mia madre.
Sta sola mia madre nella stanza di là.
E io sto solo nella stanza di qua.
Mia madre si alza e arriva di quando in quando.
Con una mano sulla porta
cerca di leggere mio cuore:
io zitto mi lascio leggere.
Intanto mi nascono affetti
e le sorrido:
«Che sei venuta a fare?»
Ma so bene perché viene da me.
Dopo aver scambiato con me due o tre parole,
mia madre se ne va.

Adesso voi non mettetevi lì come in classe a cercare le figure retoriche (anche se ce ne sono di bellissime). Fate come si fa quando un lettore conosce tutte le analisi di una poesia e allora finalmente se le scorda per chiedersi: che cosa dice a me questa poesia? Ricordatevi soltanto questo: che Daniel ha detto i suoi sentimenti ai suoi insegnanti.
Il professor Guastavigna ha proposto che Daniel diventi socio onorario di un’associazione di ex allievi di un liceo (il mio). La motivazione è che non conta l’età; conta che Daniel è uno di noi, di quelli che nella scuola credono. Che diventi socio di quell’associazione, perciò, è perfino poco. Noi siamo molti di più, tutti assieme.

Aggiungo una conclusione un po’ felice e un po’ triste, per dire come la scuola (quando è fatta dalle persone) sia una rete di rapporti e di voglia di esserci per gli altri. Il professor Guastavigna ha compiuto un piccolo miracolo. È riuscito a far arrivare a Daniel una maglia autentica, con dedica e firma, del suo calciatore preferito. C’è riuscito attraverso un altro suo allievo (non si è mai ex- allievi), un importante e validissimo magistrato, che è stato anche giudice sportivo. Si chiamava Maurizio Laudi. Il giudice Laudi ha portato personalmente la maglia di Del Piero a casa di Daniel. Credeva nella scuola, nella democrazia e nelle persone. Uso l’imperfetto perché Maurizio Laudi è morto nel settembre scorso. Come Daniel, il giudice Laudi era uno di noi.

Nicola Di Mauro

www.timeandmind.com