Da quando Internet è entrato nelle case, il tema del diritto d'autore è tornato alla ribalta e la validità del modello tradizionale di copyright è stata messa fortemente in discussione.
Il XX secolo è stato sotto molti punti di vista il secolo del copyright, infatti le legislazioni di tutto il mondo hanno visto proprio in quel periodo un forte irrigidimento. Secondo diversi giuristi, la legislazione americana, così come quella italiana, è partita dal nobile obiettivo di tutelare l'autore e stimolarne la creatività, finendo però con il tutelare soprattutto l'interesse (economico) di grandi case discografiche ed editrici, cui gli autori cedevano solitamente tale diritto. E' l'opinione, per esempio, di Lawrence Lessig, professore di legge alla Stanford Law School e fondatore dello Stanford Center for Internet and Society. Lessig è famoso soprattutto per aver dato vita, nel 2001, all'organizzazione non profit Creative Commons, che “intende rendere possibile, com'è sempre avvenuto prima di un sostanziale abuso della legge sul copyright, il ricorso creativo a opere di ingegno altrui nel pieno rispetto delle leggi esistenti” (Wikipedia).
E' con questo spirito che sono nate le licenze Creative Commons, con la finalità di permettere agli autori che detengono diritti di copyright di trasmettere alcuni di questi diritti al pubblico. E' questa un'esigenza che si era molto diffusa con l'avvento di Internet, nel momento in cui le nuove tecnologie permettevano di diffondere e condividere informazioni in modo semplice e veloce, ma in assenza di un supporto giuridico che permettesse di farlo. Così nacquero le sei licenze di Lessig, che combinavano in vario modo il dovere per gli utenti di attribuire l'opera al suo legittimo autore e le opzionali autorizzazioni a condividere, modificare e distribuire, con o senza scopo di lucro, l'opera in esame. Così, andando sul sito di Creative Commons e scegliendo una miscela di queste condizioni, diventava finalmente possibile ottenere istantaneamente una licenza d'uso che l'autore poteva associare alla propria opera creativa. Logicamente è stato necessario fare un grande lavoro di adattamento di queste licenze ai vari contesti legislativi nazionali, per cui in Italia, ad esempio, esiste la sezione Creative Commons Italia, gestita dal Politecnico di Torino e guidata dal professor Juan Carlos De Martin, fondatore di NEXA, il Centro di Ricerca su Internet e Società del Politecnico stesso. Un pool di avvocati ne costituisce inoltre il Gruppo di lavoro giuridico, che si occupa della stesura e dell'aggiornamento delle licenze Creative Commons italiane.
Le licenze, è bene sottolinearlo, riguardano l'utilizzo e la distribuzione, si dà per scontato che l'autore si sia per altra via assicurato la paternità della propria opera creativa davanti alla legge, magari depositandola alla SIAE o, molto più economicamente, utilizzando servizi online come CopyZero. Come si vede, stiamo parlando di un modello di copyright flessibile, che salvaguarda l'autore e rende più o meno libero l'utilizzo dell'opera da parte del pubblico. Un modello nuovo, da molti chiamato Copyleft, che, adottato su larga scala, potrebbe costituire di per sé un inversione di rotta rispetto al modello “tutti i diritti riservati”, che è invece quello che ha prevalso nel XX secolo e che caratterizza ancora oggi quasi tutte le attuali normative. La legislazione italiana su questo argomento fa riferimento essenzialmente alla legge 633 del 1941 sul diritto d'autore (basata a sua volta sulla Convenzione di Berna del 1886) e al titolo IX del libro quinto del Codice Civile. E' evidente che, sebbene negli anni siano state apportate alcune modifiche (confuse) alla legge del '41, l'evoluzione tecnologica e tutta l'innovativa esperienza dei movimenti open source e copyleft giustificherebbero un serio aggiornamento legislativo in materia. Anche perché un utilizzo più libero delle opere altrui, siano esse scientifiche, artistiche o informatiche, ha sempre favorito, nei secoli, il progresso culturale e scientifico, come racconta molto bene Bratt Gaylor nel film-documentario "RIP!: A Remix Manifesto", presentato al Torino Film Festival 2009. La sua convinzione è che “per costruire società libere si debba limitare il controllo del passato”, poiché la cultura e la scienza si appoggiano proprio alle scoperte e alle forme d'arte del passato per crearne e trovarne di nuove. Difficile farlo con leggi che blindano le opere dell'ingegno per 70 anni dopo la morte dell'autore.
Scheda
Nome: Creative Commons
Motto: “Un copyright flessibile per opere creative”
Anno di nascita: 2001
Fondatore: Lawrence Lessig
Sito internazionale: http://creativecommons.org
Sito italiano: http://creativecommons.itStefano Moro |