Questo articolo comincia suggerendo i titoli di due canzoni e con una proposta:
Auschwitz di Francesco Guccini (1967)
Khorakhané di Fabrizio De André (1996, con Ivano Fossati)
Sono canzoni di grandi cantautori. Nella memoria del tuo iPod entrano benissimo: puoi scaricarti testi e file MP3. La proposta è di ascoltare, leggere e capire assieme a scuola queste due canzoni il 27 gennaio, cioè il giorno della Memoria. Sarai d’accordo su un fatto: che non è stata decisa una data ufficiale per ricordare le vittime dello sterminio solo quel giorno e per non pensarci nel resto dell’anno, ma che quella è l’occasione per imparare ad essere una persona che sa conoscere, giudicare, scegliere per tutta la vita. I valori non sono qualcosa che si trasmette e basta. I valori funzionano solo se ciascuno di noi li riconosce e li sceglie personalmente.
Se ascolti le due canzoni (più belle di parecchie poesie che si leggono a scuola per programma) e se ci lavori sopra assieme alla tua classe, vedi anche che la poesia vera non nasce per essere analizzata in schede. Nasce per essere cantata, comunicata, fatta propria anch’essa da chi la ascolta. Forse più che un capitolo sul manuale di storia.
Questo articolo non sarà finito se e quando avrai finito di leggerlo: continuerà se cercherai in rete le due canzoni…
Io chiedo quando sarà che un uomo potrà imparare…
I valori devono essere scelti. Invece i pregiudizi si “attaccano” come l’influenza. Te li prendi magari anche dalle persone delle quali ti fidi di più. Li senti, li ripeti senza pensarci troppo (forse risultano un po’ “comodi”) e li attacchi ad altri. Un esempio è il pregiudizio sugli Zingari, sui “figli del vento”: non sappiamo davvero come vivano, quale sia la loro storia e quali le loro tradizioni. Accettiamo che i loro campi siano sporchi, che le donne rubino e che mandino i bambini a rubare. Che cosa facciano gli uomini non si sa bene: ovviamente qualcosa di male. Confondiamo Rumeni e Rom assieme: “suonano” simili e non ci passa per la mente che l’unica cosa che li accomuna è che né Rumeni né Rom hanno potere e successo in questo nostro mondo. Il successo cancella il pregiudizio: Condoleezza Rice ha tenuto in mano per anni le sorti del mondo e nessuno ha mai sottolineato né che è una donna né che è nera.
Un fatto accaduto: mezzogiorno di domenica. Le persone escono da Messa: c’è stata l’unzione degli infermi. Tre bambini zingari, sporchi come tutti i bambini che giocano per terra, scherzano tra di loro nella piccola isola pedonale davanti alle scuole. Avranno dieci, sei e cinque anni. Si mettono a correre mentre giocano. Una signora (una nonna), uscita dalla chiesa, dice al signore con lei, forse il marito: Eh già, hanno appena aggredito qualcuno. Ovvio che non è vero. Ovvio anche che la signora è probabilmente una persona buona. Ma non è vaccinata contro il pregiudizio.
Il cuore rallenta, la testa cammina
Che cosa c’entrano gli Zingari con la rubrica sulla scuola di Dimensioni? E con il giorno della Memoria e con De André?
C’entrano con la scuola perché sarebbe bello che la frequentassero assieme ai bambini non rom, senza paura da parte dei genitori non rom. C’entrano perché sono oggetto di un pregiudizio e perché contro il pregiudizio è la scuola che somministra il vaccino (insegnare a usare il cervello, a pensare prima di parlare e a valutare i propri giudizi). È una meta da raggiungere di fronte ad ogni circostanza, non qualcosa che si impara una volta e basta. Ci vogliono umiltà e autoironia, cioè la capacità di ammettere che ci siamo cascati a “sparare” una sciocchezza. È questo che vuol dire fare educazione civica a scuola: non ritagliare un’ora ogni tanto e studiare i nomi delle istituzioni europee. Anzi è questo che vuol dire proprio fare scuola.
Se pensa e giudica, tenendo il cuore libero da paure di comodo e il cervello sgombro da pregiudizi, una persona non ci casca ad osannare i regimi che fanno passare per “nemici” i deboli e i “diversi”. Non è detto che possa far qualcosa (è difficile), ma almeno conserva libero il proprio pensiero.
È per questo che gli Zingari c’entrano con il giorno della Memoria: dopo secoli di persecuzioni, di sterilizzazioni di massa, di violenze per ridurli alla “normalità”, di schiavitù (terminata in Romania poco più di cento anni fa), anche gli Zingari (con disabili, Ebrei, omosessuali, Testimoni di Geova e oppositori politici), sono entrati nei lager nazisti. Triangoli marrone o neri: usati come cavie e poi mandati al gas e ai crematori. Porrajmos, in lingua rom: uguale a Shoah, uguale a sterminio. Più di mezzo milione di figli del vento sono “passati per un camino” e si è persa nel vento la loro memoria. Vento nel vento: sia perché gli Zingari affidano la loro storia alla tradizione orale, sia perché gli “altri”, quelli che la storia la scrivono, non si sono preoccupati di denunciare. Invece De André (con Guccini) è uno che si è impegnato a far pensare.
Kon ovla so mutavla (chi sarà a raccontare)
Abbiamo usato la parola Zingari, nonostante la lingua corrente preferisca coprire con ipocrisia un tabù. È “politicamente corretto” usare i termini Rom, Sinti, Nomadi. Ma non sono le parole ad avere un valore negativo (zingaro = uomo nero?): è il pregiudizio ad avere un valore negativo. Di parole per gli Zingari ce ne sono altre: Gitani, Gipsy, Tzigani, Manouches, Kalé, Khorakhané… Una breve ricerca in internet può servire: al fondo sono indicati siti validi.
Qui diremo che i Khorakhané (“amanti del Corano”) sono un gruppo rom di origine serbo-montenegrina. Diversi fra i diversi: sono pure musulmani. Sono segno degli ultimi decenni: ai gruppi “storici” di Zingari presenti in Europa occidentale, si sono aggiunti i migranti a causa delle guerre nei Balcani e dei cambiamenti accaduti dopo la fine dei regimi socialisti. Poveri fra i poveri.
I gruppi “storici” sono tre, divisi per origine remota: i Rom, insediati nell'Est europeo e nell'Italia meridionale, i Sinti e Manouches in Francia ed Europa centrale, i Kalé o Gitani in Spagna e Portogallo. Il nome Rom è anche la denominazione comune. Le comunità vivono in gruppi di famiglie, eleggono un capo e riconoscono un tribunale per regolare la vita sociale secondo la tradizione. Le comunità sono in contatto tra loro e con i non-Rom. Le attività consuete sono addestramento di animali, spettacolo (circo, giostre), artigianato del ferro, del rame e del legno.
Qui preme ricordare anche gli Zingari nel giorno della Memoria e non ricadere in 364 giorni senza memoria. Questo non significa santificare un gruppo nella sua globalità. Gli Zingari hanno usanze diverse dalla maggioranza, ma sono uguali a tutti gli altri: perciò ci sono i buoni e i cattivi. Meglio ancora, ciascuno (come chiunque) è un po’ buono e un po’ cattivo e i suoi comportamenti sono conseguenza di educazione e di scelte. Ci saranno pure gli Zingari che rubano, così come ci sono i non-Rom che rubano. Le parole che seguono sono dure e provocatorie. Sono quelle che ha usato De André presentando Khorakhané a un concerto nel 1997, cioè in pieno disastro per la ex Jugoslavia:
L'emarginazione deriva anche da comportamenti acquisiti da culture antichissime. Gli zingari girano il mondo da più di duemila anni (…). Questi Rom, questo popolo libero è affetto da dromomania, cioè desiderio continuo di spostarsi. Non credo abbiano mai fatto del male a qualcuno, malgrado le strane dicerie; è vero che rubano - d'altra parte non possono rinunciare a quell'impulso primario presente nel DNA di ciascun essere umano: quello al saccheggio, di cui abbiamo avuto notizie in queste ultime amministrazioni - però non ho mai sentito dire che abbiano rubato tramite banca. Inoltre non ho mai visto una donna Rom battere un marciapiede. Girano senza portare armi; quindi se si dovesse dare un Nobel per la pace ad un popolo, quello Rom sarebbe il più indicato.
Forse nemmeno più gli Zingari hanno usanze e tradizioni condivise. I giovani, che sono moltissimi, inseguono modelli televisivi, quelli che subiamo tutti e che dovremmo mettere in discussione… Valori e usanze sono uniformati e globalizzati. Uniamo la crisi di valori all’essere spesso profughi e all’essere molto poveri.
Anche oggi si va a caritare
Alla nostra cultura “normale” piace il mito del randagio, del vagabondo (basti la storica canzone dei Nomadi, un’altra da leggere con il prof). Salvo poi segnare chiunque sia vagabondo per davvero. Con le recenti ordinanze, se san Francesco si trovasse davanti alla basilica di Assisi, lo manderebbero via…
Un giorno, davanti a un ospedale, c’era una giovane zingara con sua figlia piccola. Avevano raccolto una gattina abbandonata, magari da qualcuno che doveva andare in vacanza in campeggio (dieci giorni l’anno, liberi come in kampina – in tenda – rom). Poi mamma, figlia e gatta sono andate in carità. Diversi giorni dopo la gattina stava benone in una cesta vicino alla bambina. Molte e molti guardavano male la bambina: Adesso “quella” strangola il gatto. Peccato che nessun altro l’avesse raccolta, Lilli cucciolo di gatto e vagabonda suo malgrado, se non Bianca, cucciolo rom.
C’è una morale. Non (pre-)giudicare mai, come cantano questi versi (duri) di Khorakhané:
e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio.
Susanna Conti
I siti:
- http://www.segretariatosociale.rai.it/atelier/altriluoghi/memorie/altriluoghi_porrajmos.html
- http://www.operanomadimilano.org/chi/chi.htm
- http://romanolil.blog.tiscali.it
- http://www.terrelibere.org/vento.htm
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