Sono 1 milione 406 mila 988 i giovani italiani, tra i 18 e i 35 anni, che attualmente vagabondano per il mondo allo scopo di ottenere un diploma e/o cercarsi un lavoro (dati Fondazione Migrantes, Censis). Fuori dai confini nazionali.
Quando il Bel Paese non offre più spiragli e le prospettive di lavoro si rivelano deludenti (ma l’aggettivo usato è, per i più educati, un eufemismo), quando non è più possibile costruirsi un futuro umano e professionale dignitoso a casa propria, quando si è raggiunto il punto di saturazione di fronte a un sistema malato di ipertrofica burocrazia e della consuetudine alla tanto auspicata raccomandazione, per questi avventurosi connazionali desiderosi di realizzarsi professionalmente non rimane che varcare le frontiere.
La parola d’ordine è mobilità
Tali giovani che studiano o lavorano all’estero fanno parte della schiera dei “nuovi migranti”, i quali sono anche definiti precari globali. Per essi si adotta anche un termine anglofono: job hopper.
Queste nuove generazioni hanno fatto della mobilità la loro regola di vita. Altro che mammoni! Il desiderio di trasferirsi e lavorare all’estero lo prova più del 60% della popolazione giovanile della penisola, ma solo 1 su 4 lo realizza effettivamente.
Sono più del 36 per cento degli immigrati italiani all’estero, i giovani ultradiciottenni che si sono decisi a vivere in Germania, Spagna o Inghilterra, le mete e destinazioni più ambite, sperando in un avvenire migliore.
Quasi il 90% di questi giovani nostrani hanno optato di lavorare in un altro Paese per ragioni eloquentemente economiche: guadagnare di più e meglio. Un 50% risicato lo ha fatto per motivi di attrazione e curiosità verso nuove culture, nuove lingue, nuovi stili di vita, ma anche per un pionieristico spirito d’avventura, e il mero piacere di viaggiare.
Si comincia con lo studio
A risultare fucina di questi giovani intraprendenti e volenterosi nomadi è in modo particolare e lodevole il progetto Erasmus, adottato nelle scuole e nelle università. Gli italiani, non ancora o da poco maggiorenni, scoprono così che all’estero è molto più agevole e redditizio studiare e lavorare. Si mantengono come fornai, baristi, gelatai, baby sitter, hostess… mentre studiano, e poi verificano sul luogo come sia conveniente restare trovando un impiego migliore. Guadagnano 1200 euro mensili e ottengono la residenza all’estero senza problemi. All’anagrafe italiana, due o tre anni fa, il 42% dei cancellati erano giovani con meno di 34 anni.
Ma in Italia…
La nota dolens di tutto questo panorama positivo e promettente è che, se ritornano in patria, gli job hoppers non sono più così fortunati: quanto fatto e risulta dal curriculum non è riconosciuto, si è sottopagati e si rischia di svolgere incarichi professionali decisamente meno remunerativi e deprezzanti l’esperienza maturata all’estero. Allora la deduzione è logica: fuori d’Italia è meglio.
In base alle statistiche più recenti per trovare lavoro all’estero il 26% ha inviato un curriculum; il 22% ha risposto a inserzioni sui giornali; l’11% dopo uno stage.
C’è chi ha fatto della mobilità uno stile di vita: addirittura cambiando lavoro ogni settimana. Se nei primi anni del terzo millennio la percentuale dei giovani al di sotto dei 35 anni che partono motivati per trovarsi un lavoro in un paese straniero si attestava intorno al 38%, nel 2006 la percentuale è salita: 42%, e attualmente è in netta crescita. Insomma ne vale la pena. Per tanto… job hopper è bello!
Nicola Di Mauro
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