In questo numero
FUTSAL E SAI COSA GIOCHI di Stefano Ferrio

Meglio conosciuto come calcetto,
la versione mignon del grande calcio
non conosce crisi e in tutti i Continenti
attira sempre più appassionati che
proprio grazie alle dimensioni dei campi
e alla velocità del gioco, hanno ritrovato
la passione un po’ delusa del tanto
commercializzato fratello maggiore.


Tiri in porta e dribbling due contro due fino al calar del sole. Chi mai avrebbe detto che questo fanciullesco passatempo sarebbe diventato sport a tutti gli effetti? Ce lo rammenta un fatale, rocambolesco tocco dentro la propria rete a tempo scaduto, seguito da contestazioni, lacrime, arbitri asserragliati in spogliatoio, moviole impazzite, travasi di bile, scene di ubriacante felicità da una parte, e rabbiosa desolazione dall’altra. Così, come nelle partitine dei bambini giocate in qualsiasi cortile o sobborgo del mondo, entra nella storia del calcio a 5 l’”autogol di Foglia”, uno dei melodrammi sportivi più eclatanti del 2008. Ne è teatro uno stadio battezzato Maracazinho, per chiarire subito che si trova in Brasile, ed è considerato importante quasi come il leggendario Maracanà di Rio de Janeiro. A differenza del quale è al coperto, fatto per ospitare eventi internazionali come il campionato mondiale di calcio a 5 giocato nello scorso ottobre.
In semifinale vi si affrontano l’Italia e la Spagna campione in carica, due nazionali che danno vita a una partita combattuta ed esaltante. Uno a uno dopo i tempi regolamentari, le squadre fanno un altro gol a testa nei supplementari che giungono così all’ultimo secondo prima dei calci di rigore. E’ a questo punto che però scatta un folgorante contropiede iberico, culminato in un rimpallo finito sul palo della porta azzurra. Ma mentre fischia la sirena che in teoria dovrebbe chiudere le ostilità (nel calcio a 5 vale il tempo effettivo, come nel basket), la sfera carambola sulla gamba dell’attaccante italiano Adriano Foglia, e si adagia in fondo al sacco. Momento di generale sconcerto, ed ecco il colpo di scena: l’arbitro cronometrista - il mozambicano Asselam Khan - dice che l’autorete va ritenuta valida, in quanto generata dall’ultima azione di gioco. Segue il lungo putiferio che non fa cambiare idea né a Khan né ai suoi due colleghi, spedendo la Spagna a disputare - e a perdere ai rigori - la finale contro il Brasile, mentre l’Italia si consolerà vincendo la finalina per il bronzo ai danni della Russia.
Il racconto di quanto accaduto lo scorso autunno al Maracazinho di Rio mette subito in chiaro quanto oggi la versione indoor del calcio, nota anche come “futsal”, conquisti la ribalta internazionale grazie a requisiti che il tradizionale calcio a 11 ha un po’ perso per strada: passione popolare, emozioni forti e, se proprio volete, quel pizzico di decisiva casualità che dettava legge nei grandi campi in erba prima dell’avvento dei computer, dei rigidi tempi televisivi, delle invadenze pubblicitarie, del divismo preconfezionato a tavolino. Quel calcio che divideva il mondo in due sul famoso gol fantasma grazie a cui l’Inghilterra vinceva la finale del ’66 contro la Germania, trova oggi il suo erede nel calcetto dove i tifosi italiani e spagnoli hanno davanti l’eternità per discutere sul fischio di sirena sentito o non sentito dall’arbitro del Mozambico. La Fifa fa fatica
D’altra parte, la Fifa ci ha messo oltre mezzo secolo prima di capitolare di fronte alla crescita irresistibile del “futsal” che nasceva negli anni ’30 in Sudamerica, dove un professore di ginnastica uruguaiano, Juan Carlos Ceriani Gravier, adattava il gioco più amato del pianeta alle dimensioni di una palestra in cui far divertire con il pallone i suoi indiavolati studenti. Squadre di cinque giocatori, tempo effettivo, porte ridotte, portieri “volanti” in zona d’attacco: quelle semplici regole equivalsero alla scoperta dell’acqua calda, invogliando migliaia di praticanti di ogni età e stazza fisica a misurarsi in modo ufficiale nello stesso calcetto che da sempre si pratica nei parchi, per strada, dentro gli oratori, in qualsiasi luogo si può mettere a terra quattro maglioni per considerarli pali immaginari. Nobilitazione del calcio dei poveri e dei monelli, quello dei “tiri in porta” che riempiono pomeriggi interi, dà vita a un anarchico e creativo movimento internazionale, con tanto di proprie federazioni, fino a costringere la Fifa – nel 1988 – a riconoscere ufficialmente questa nuova disciplina, dotandola di regole e competizioni.
Si arriva così a un presente in cui il calcio a 5 spopola in ogni continente, scatenando entusiasmi e dando vita a una ricchissima mitologia di squadre e personaggi. E’ un boom che significa innanzitutto pratica sportiva a tutti i livelli. Nell’attività agonistica trovano spazio formidabili campioni del futsal, ex giocatori del calcio a 11, onesti mestieranti del pallone, e immancabili giovani di talento. Quanto all’attività amatoriale, che ha per teatro impianti nati come funghi e assediati dalle prenotazioni, in sostanza non ci sono limiti: dietro un pallone da calcetto più o meno “corrono” studenti, bancari, pensionati, insegnanti, sacerdoti e professionisti fra cui ritrovare dopo tanti anni i goleador del campetto sotto casa. Il successo è così contagioso da coinvolgere anche le donne: a quelle italiane è bastata una ventina d’anni per mettere in piedi un campionato nazionale, oltre a una ridda di tornei regionali e locali di cui la stessa Figc fatica a tenere il conto. Il minimo che ci si possa aspettare da uno sport fatto per mettere in campo le ragazze del paese, o quelle del quartiere, con inevitabile seguito di fan.
Ma, mentre il futsal femminile naviga ancora in piena era pionieristica, quello maschile fa ormai parte fissa della stagione agonistica nazionale, con tanto di dirette e trasmissioni mandate in onda da Raisport. Sviluppo previsto da chiunque si trovi, nel 1984, mischiato ai cinquemila spettatori della prima finale scudetto italiana, un derby romano in cui la Barilla si impone 5-0 ai danni della Rcb. Da allora il titolo tricolore resta sotto i sette colli per quindici anni, vinto da varie formazioni alle cui spalle si indovina la straordinaria fioritura del calcetto capitolino, inizialmente senza rivali. Tocca a Torino, nel 1999, rompere per la prima volta l’egemonia romana, che successivamente torna a farsi sentire, ma sempre più incrinata dall’affermazione di altre scuole, come quella del centro Italia rappresentato da Prato e Perugina, e quella veneta, esplosa negli ultimi anni grazie ai due scudetti ottenuti dall’Arzignano (provincia di Vicenza) e ai due cuciti sulle divise della Luparense, nome che rimanda al comune padovano di San Martino di Lupari.
Ma proprio il caso della Luparense è fatto apposta per ricordarci quanto “italiani” sappiamo essere anche nella versione mignon del calcio. La tendenza all’esagerazione per cui andiamo noti è ben esemplificata dalla rosa del club veneto, con nove brasiliani e altri quattro “carioca” naturalizzati, tutti guidati in panchina dal coach spagnolo Jesus Velasco. D’altra parte lo stesso Foglia del famigerato autogol – forse il più grande interprete in attività del futsal – ha avuto i natali ventisette anni fa a San Paolo del Brasile, esattamente come il Dudù Morgado e il Saad Assis di origini arabe che fanno con lui l’ossatura dell’attuale nazionale italiana. Una squadra azzurra che, in pochi anni di storia, è già diventata la terza forza mondiale, dietro Brasile e Spagna. Perché siamo stati, e forse siamo ancora, un popolo da “tiri in porta”.

Stefano Ferrio

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