Lamerica. Uno dei vecchi miti americani era il self-man, ‘l’Uomo che si era fatto da solo’. Sbarcato sotto la statua della Libertà, finiva per 40 giorni in un centro di raccolta per verificare che non si portasse dietro qualche ignoto malanno. Erano scesi dal ‘vapore’, con le sue cinque ciminiere, dopo viaggi disastrosi, magari con le pezze al sedere e la valigia di cartone, ma ora si lanciavano nell’avventura. Irlandesi, polacchi, italiani, cinesi, una umanità in cerca di fortuna. Molte speranze. E finivano, la maggior parte, per fare i lavapiatti, i barbieri, i gelatai, i facchini.
Qualcuno però ce la faceva, era il self-man e metteva su montagne di dollari con metodi più o meno ortodossi. I sociologi e gli psicologi parlano oggi di ‘selfismo’, lo studio appunto dei dinamismi psicologici del self-man.
Oggi questa fase epica americana appartiene alla storia ma il sogno del selfismo, dell’autorealizzazione è tornato alla ribalta sotto tutt’altra luce, unitamente a un’altra componente, l’autenticità. Essere autentici, non contraffatti. Essere se stessi.
Autenticità e autorealizzazione sono le parole d’ordine della post-modernità.
Sii te stesso, non ti svendere a nessun padrone, rifiuta le divise, le consuetudini rinsecchite, gli inquadramenti casermeschi. Rifiuta di essere un ingranaggio di un sistema che ingoia e divora tutto e tutti. Lascia perdere tutti i codici che vogliono livellarti e abbandònati all’immediatezza, all’impulso, all’estro della tua costellazione, senza sensi di colpa. Sii te stesso.
C’è in tutto questo una chiara tendenza a puntare tutte le carte sull’individuo, i suoi gusti, le sue scelte, le sue preferenze, i suoi punti forti. È la cultura individualistica della post-modernità.
L’individuo: voila l’homme.
I jeans ricamati e ingioiellati
Ma nell’ombra cova il consumismo. Una piovra che tutto ingoia e assorbe e trasforma. Fa propria la protesta giovanile nella sua originalità e la trasforma in un prodotto a barre per i grandi magazzini, o una sciccheria per vetrine di alta moda.
Quando vediamo una rockstar miliardaria esibirsi con i jeans sfrangiati agli orli o stracciati sulle ginocchia ci vien da sorridere. E da pensare. In principio i jeans erano un simbolo del disprezzo del lusso perbenista, poi la piovra lo ingoia e lo risputa come tutte le merci. Hanno perso la loro carica di protesta, sono ridotti a moda. Il peggio capita quando, nelle vetrine di lusso si esibiscono jeans ricamati e ingioiellati per un pubblico di alta levatura finanziaria in vena di giocare.
Prendiamo il caso dell’ombelico al vento. Forse era una protesta discutibile contro un moralismo borghese e bigotto. Forse un rimbalzo della esibizione ombelicale della Carrà in televisione. In breve tempo diventa moda. E allora sciami di fanciulle esibiscono al sole pancini pallidi, mandando in tilt mamme e presidi. Pare che la moda oggi perda colpi, salvo sempre qualche rigurgito ritardatario.
Sii te stesso, non venderti al sistema. Sii autentico. Parole sante. Però basta un cantante famoso ed estroso e i ragazzi sono lì, sterminate moltitudini al megaconcerto rock o folk in cui, nel baccano generale si finisce per non sentire nulla. Ma si è in tanti, ci si incontra in tanti, è una squallida liturgia di massa per esorcizzare occulte solitudini. C’è anche una falsa autenticità.
“Di fronte a queste istanze, in sé e per certi versi rivoluzionarie, la nostra società ha preso da tempo le sue precauzioni. Lo sforzo dei giovani per sfuggire al sistema e rivendicare la propria originalità viene di fatto incanalato all’interno di meccanismi che lo vanificano. E dai dark ai punk ai pop si assiste a un ritorno delle ‘divise’ in cui, piuttosto che l’originalità dei singoli, emerge il loro bisogno di mimetizzarsi in un gruppo. Paradossalmente, è proprio il primato dell’emotività e della spontaneità, con la conseguente diffidenza nei confronti della ragione, a rendere vulnerabili i nostri giovani nei confronti di questa omologazione. I sentimenti, gli istinti, sono facilmente manipolabili e, opportunamente solleticati, possono diventare fonti di illusioni ottiche e di forti dipendenze” (G. Savagnone, Pastorale giovanile, Università Pontificia Salesiana, Elledici 2003, 40).
L’autorealizzazione e il gioco ambiguo delle pulsioni
L’altra grande parola della post—modernità è l’autorealizzazione. Sei tu che devi costruirti, gli altri – i genitori, gli insegnanti, gli educatori – ci possono fare ben poco.
Autorealizzazione: parola magica che mette il destino nelle tue mani. Niente intruppamenti. Anche in questo caso il primato è dell’individuo.
C’è in questa parola – autorealizzazione -- una grande verità, ma c’è anche una bella dose di ambiguità. Si possono far passare come autentiche forze costruttive della personalità, ma anche forze di colore opposto, distruttive. Siamo tutti un grande impasto di bene e di male, di positività e di negatività, e per questo occorre saper discernere tra ciò che ti autorealizza e ciò che invece ti distrugge.
“Non mi sento realizzato” dice a volte l’impiegato che scartoffia tutto il giorno, il bancario che non fa che tirar giù numeri, incassare assegni, emettere fatture, saldare conti, valutare percentuali.
“Non mi sento realizzata”. E’ la signora che pianta in asso marito e figli per cercare altre emozioni che la realizzino finalmente.
“Se tante persone divorziano oggi non è perché ognuno pensa prima alla propria realizzazione personale che al destino della coppia? Il valore dell’Io, la preoccupazione per il proprio futuro come individuo prevalgono su valori come la fedeltà o il senso della famiglia“ (R.Rémond).
E per i giovani il grosso problema è oggi trovare un lavoro che ‘ti realizzi’. Non certo in un call center, anche se questa soluzione è sempre meglio di niente e ti lascia più libertà..
“Anche l’ideale della autorealizzazione rischia, in questo contesto, di distruggersi da sé. Ci sono desideri indotti, artificiali e artificiosi, che sono funzionali al mantenimento del supermercato consumistico e che, una volta appagati, lasciano il posto ad altri, ugualmente superficiali, trascinando l’individuo in una specie di corsa a ostacoli senza fine. In questo proliferare incontrollato di falsi bisogni, rischiano di essere rimosse esigenze più autentiche che potrebbero affiorare solo attraverso un impegnativo sforzo di riflessione per il quale, oggi, è difficile trovare il tempo e la concentrazione. Peraltro, lo stesso concetto di autorealizzazione, se investito del rilievo esclusivo che oggi si suole dargli, risulta equivoco.
Lo studio, la professione i ruoli familiari non esistono in funzione di chi li esercita, ma di coloro che ne sono destinatari. La medicina non è nata perché i medici si realizzino, ma perché chi è malato possa essere curato e guarito. Qualcosa di analogo vale per i ruoli familiari. Non si mette al mondo un figlio solo per sperimentare l’emozione della maternità o della paternità Un bambino ha per lunghi anni un bisogno oggettivo delle cure dei suoi genitori. E ci si realizza come genitori solo se si fa fronte, anche a costo di grandi sacrifici, a questi bisogni. Questo non significa che l’autorealizzazione non sia importante. Solo che essa dovrebbe scaturire dalla fedeltà ai proprio servizio. Che implica una certa dimenticanza di sé. L’inconscio narcisismo di tanti giovani produce solo insicurezza ed egocentrismo. Due elementi che sono tutt’altro che favorevoli all’autorealizzazione” (ivi, 41). Il vero processo di autorealizzazione approda non all’egocentrismo o al narcisismo, ma al dono di sé come compiutezza della persona.
Il Papa: “Siate artefici della vostra crescita”
A fine febbraio 2008, il Papa ha indirizzato una Lettera sul compito urgente dell’educazione. L’ha consegnata in una udienza a centinaia di migliaia di persone in piazza san Pietro. E ha tenuto un breve discorso di presentazione in cui, fra l’altro, parla appunto di autorealizzazione che egli definisce con altri termini: artefici.
“Con grande affetto mi rivolgo a voi, adolescenti e giovani – ha detto il papa – per ricordarvi che voi stessi siete chiamati ad essere gli artefici della vostra crescita morale, culturale e spirituale. Sta a voi dunque accogliere liberamente nel cuore, nell’intelligenza e nella vita il patrimonio di verità, di bontà e di bellezza che si è formato attraverso i secoli e che ha in Gesù Cristo la sua pietra angolare. Sta a voi rinnovare e sviluppare ulteriormente questo patrimonio, liberandolo dalle tante menzogne e brutture che spesso lo rendono irriconoscibile e provocano in voi diffidenza e delusione. Sappiate comunque che in questo non facile cammino non siete mai soli: vi sono vicini non soltanto i vostri genitori, insegnanti, sacerdoti, amici e formatori, ma soprattutto quel Dio che ci ha creato e che è l’ospite segreto dei nostri cuori. Egli illumina dal didentro la nostra intelligenza. Egli orienta al bene la nostra libertà, che spesso avvertiamo fragile e incostante. Egli è la vera speranza e il fondamento solido della nostra vita. Di Lui, anzitutto, ci possiamo fidare”.
Enzo Biagi su quel fiume africano
Mi colpì, anni fa, una trasmissione speciale di Enzo Biagi in occasione, mi pare, del Natale. Titolo: ‘Il fatto’.
Il noto giornalista era andato in Africa per incontrare un vecchio amico missionario. Con lui aveva visitato alcuni villaggi sperduti, in cui la miseria e l’abbandono superavano ogni limite. Una vita disumana. L’amico missionario aveva dedicato la vita a questa poverissima gente, era vissuto tra loro, con loro e come loro, per portare un po’ di speranza.
Nella trasmissione tv Biagi e l’amico missionario era ripresi su una piroga che scivolava lentamente sul fiume tranquillo. L’uno di fronte all’altro, in silenzio. “Ma tu sei felice?” gli chiese a bruciapelo Biagi. “Sì, io sono felice” rispose con semplicità il missionario. Dietro quella felicità, il dono di una vita, anni durissimi di lavoro, di sofferenza, di solitudine in quell’angolo sperduto d’Africa. Un uomo che si era davvero realizzato: Ed era impossibilmente felice.
Carlo Fiore |