In questo numero
SOGNARE È RACCONTARE. ROBERTO VECCHIONI di Mirella Caveggia

Da piccolo s’incantava
nel sentire parlare la madre.
Oggi raccoglie attorno a sé tanti giovan
 che vogliono scoprire il fascino della parola
e della comunicazione.
Perché lui è il professore
 che si è fatto cantante.


«La scuola? È un posto dove si dovrebbe essere un po’ più felici. Non ci si dovrebbe arrabbiare mai» sintetizza Roberto Vecchioni quando gli si chiede un commento sulla sua esperienza di insegnante, sempre intrecciata a quella di cantautore, paroliere e scrittore.
Siamo ad Alba, dove è invitato a ricevere il premio Alba Pompeia. Il riconoscimento è assegnato ogni anno dal Premio Grinzane Cavour ad una personalità artistica che si sia distinta per il suo legame al territorio. La tempesta che ha portato i ragazzi delle scuole al dissenso non si è ancora scatenata.
Recita la motivazione del premio: “A Roberto Vecchioni, illustre cantautore italiano, popolare e raffinato al tempo stesso, capace di divertire e di commuovere, viene riconosciuto il merito di avere promosso, valorizzato e difeso il territorio attraverso una poetica interessata a cantare le vicende e le gesta degli uomini, le loro tradizioni e le loro radici”. La scelta ha fatto centro. È incandescente l’entusiasmo dei ragazzi convocati per intervistare l’artista milanese dalle radici napoletane. Il festeggiato, sguardo vivace e pieno di arguzia, ancora giovane con i suoi 65 anni ben spesi, si presenta fra gli applausi in jeans, camicia bianca e blazer. È allegro, anzi, radioso, anche se il successo non è poi così scontato, dato che i giovani di oggi non ascoltano più come quelli di un tempo i suoi dischi. Ma Roberto Vecchioni ha impersonato un mito che è ancora vivo.
Così, studenti, adulti, professori, giornalisti: tutti sono sollecitati a rivolgergli delle domande. All’intreccio di tante curiosità Roberto Vecchioni si presta volentieri. Così gli abbiamo fatto alcune domande.

Cosa sono per lei i sogni, che ricorrono impalpabili nella sua attività artistica?
«La vita si deve inventare, cosa che non è da tutti; invece il sogno può appartenere a chi non ha cultura e a chi non si afferma. Il sogno è anche il proprio racconto agli altri. Non è fuga dalla realtà, né rifugio, né vigliaccheria, ma apporto all’immaginazione, una chance che si offre alla speranza».

Qual è il suo sentimento più forte?
«L’amore per la parola e per il suo suono. Quando ero piccolo mi incantavo a sentire parlare mia madre. Ascoltavo la sua voce, bella, dolce, melodiosa, avvolgente. Questo innamoramento mi ha sempre accompagnato. Le parole, se si sanno ascoltare, nel corso degli anni svelano il loro mistero, inventano il mondo, i pensieri, le cose, gli uomini. Nel nostro tempo di soliloqui con gli schermi, si parla sempre meno e sempre più a sproposito; così si dimentica il segno indelebile che reca la parola. Ma sono le parole che hanno costruito la nostra vita e possono tenerci in armonia con il mondo. Per me sono un sfogo indispensabile, una magia che ci fa luce, una dichiarazione d’amore».
Parlare è la via più bella per ingannare il tempo durante la sua corsa, per dimenticarlo. Più tempo prendiamo alla vita, più allontaniamo la morte e la paura che l’attornia. La vita è tesa a dimenticare la morte. Bisogna sfidare la morte, farle sentire che tutto è più importante di lei. Certo chi è giovane non ha questa percezione. Ma io i miei 65 anni li comprimo: questa è la vita spericolata: una sfida alla sua fine facendo cose nuove in un modo nuovo. Con un rinnovamento continuo e un bagaglio pieno di vita che dà un senso alle cose anche i grandi dolori si possono superare».

Crede in una vita ultraterrena?
«Come pensare che tutto finisca in questo mondo? Questa speranza è la forza dell’uomo. Ma all’appuntamento non bisogna recarsi a mani vuote. L’incontro con Dio non guasterebbe. Ma se non avviene, ci sarà comunque un sonno eterno. Farà un po’ di rabbia, ma si può accettare».

Parliamo del rapporto fra professore e allievo?
«C’è un muro, ma la passione fa rompere il diaframma. Poi è una battaglia infinita. Non si deve mai mostrare il fianco nudo. Agli studenti bisogna portare pacatezza, sicurezza, un po’ di sogno, divertimenti, ma anche autorevolezza. Senza mai sconfinare nell’autoritarismo. Per dare questo ai ragazzi l’insegnante deve essere libero e sereno con se stesso. Se gli studenti percepiscono appoggio, onestà e amore imparano l’autoanalisi e la stima in se stessi».

Serve lo studio del latino e del greco?
«È importante per la costruzione dell’animo umano».

A cosa serve la cultura?
«Insegna a sapere perché si agisce e a che scopo. Cultura non è solo un posto per iniziati. Va estesa, diffusa, divulgata. Non fa audience? E allora dovremmo metterci al livello dei più scadenti? I livelli devono essere innalzati. Si può e si deve sollevare la cultura, magari per gradi, e immettere cose che diano stimoli. Trovino pure spazio le barzellette e le cose terra terra, ma non siano comandamento di vita. Cultura è la conoscenza del pensiero di chi ci ha preceduto, ma è anche sentire musica o conoscere l’ambiente. È l’ambiente che fa il carattere delle persone. In una formazione scolastica non si può dimenticare la cultura locale».

Apparire o essere?
Oggi si tiene solo ad apparire. Sono molti a cercare anche l’essere; ma è più difficile, perchè bisogna penetrare e approfondire mentre per l’apparire basta un dettaglio. Ma è come costruire sulla sabbia. L’apparire è il modello educativo della civiltà dei consumi, dove una cosa sconfessa la precedente. Ecco, nella formazione scolastica va precisato il valore e la qualità dell’essere.

Del 2006 è la raccolta Il diario di un gatto con gli stivali. Perché le favole?
Perché le conoscevo tutte. Ho cercato di intaccare certe verità di convenienza narrando di principi azzurri vacui, inetti e sfaccendati, di principesse incomprensibili e meravigliose. Le mie sono favole al rovescio, senza lieto fine. La favola del mondo comune riserva ben altri epiloghi».

Che cosa le dà fastidio?
«Lo stereotipo e il banale. Invece, l’amore, l’impegno sociale, il progresso esulano dal campo dell’ovvietà. La creazione è novità».

Per questo ha fatto un viaggio in Africa che l’ha appassionata?
«È stato un fatto personale. Stavo attraversando un brutto periodo. Dovevo troncare. Sono andato in quel continente, e laggiù mi hanno salvato motivazioni nuove, una passione, un fine: aiutare i bambini insieme ai Padri Comboniani. Non per misericordia, ma con loro».

A cosa sta lavorando?
«Scrivo un libro dove Oscar Wilde è visitato in un convento da André Gide. Lo accoglie un Pierrot, chiave della fine della storia».

Cos’è la verità?
«L’eliminazione continua dell’errore».

Lei è qualcosa di più che un semplice cantante. Ma quale attività preferisce?
«Nessuna esclude l’altra. Musica, poesia, scrittura Sono tutti momenti essenziali per andare incontro al bello e alla conoscenza. Nelle mie strade tracciate per dare forza e speranza agli altri ce n’è sempre uno che prevale a seconda dei momenti. Ma se dovessi buttar dalla torre gli altri… rimarrebbe la canzone».

Mirella Caveggia

www.timeandmind.com