In questo numero
I MISTERI DEL CRICKET di Stefano Ferrio

 


Ma siamo proprio sicuri, come sostengono in molti, che il cricket sia lo sport più incomprensibile del mondo? Con i suoi tempi eterni, le sue rarefatte coreografie, le sue numerosissime regole, i suoi svariati rituali, e i suoi sofisticati modi di conteggiare i punti, sembrerebbe di sì. Per non parlare di un complesso dizionario di termini anglosassoni che spaziano da “toss” a “wicket”, a “pitch” e a “boundry”. Se aggiungiamo che si tratta di una delle invenzioni più “inglesi” della Storia, tanto da essere tuttora sport nazionale nel territorio di sua maestà, il sospetto di doversi arrendere al cospetto di un astruso passatempo da consumare fra una “cup of tea” e l’altra, si fa ancora più incombente. 
Si può però cambiare punto di vista, e in modo radicale, per capire che tutto ciò è solo apparenza. E che, dietro il Mistero di un gioco in effetti complicato per il neofita, si nasconde una semplicità a dir poco sconcertante, ma dal fascino irresistibile. Anzi, una volta afferratane la chiave, si scopre quanto difficile sia trovare un qualcosa di più universale, affratellante e positivo di queste sfide che – fondate su lanci, battute, mazze, palle e guantoni – sono all’origine di un altro sport, molto più “americano” e diffuso nel mondo, chiamato baseball.
La prima cosa da fare è spegnere la tv, con i cui tempi, così rigidi e sponsorizzati, il cricket delle partite, che in teoria possono durare “all’infinito”, ha poco in comune: giusto la convenzione che, dagli anni ’60 in poi, ha limitato allo spazio di un solo giorno la durata di un match, in modo da consentirne le riprese. Dopodiché si richiudano anche i giornali, sempre utili per trovare informazioni, ma non certo sul cricket, e meno che meno nelle pagine sportive. Osservazione tramite cui affiora l’immagine di una disciplina che negli ultimi tempi ha trovato spazio sui quotidiani italiani per motivi legati alla cronaca, e non ai suoi aspetti più strettamente agonistici. E’ dello scorso agosto la notizia della vittoria ottenuta nel campionato europeo Under 15 della “Nazionale Italiana”, composta quasi integralmente da pachistani, bengalesi e singalesi nati nel nostro Paese in famiglie che, secondo tradizione, hanno ereditato dagli ex colonizzatori inglesi la passione per il cricket.
Unico “indigeno”, così felicemente contagiato da tutti questi compagni figli di immigrati, è un ragazzo sardo, Edoardo Scanu. Nessuno più indicato di lui per spiegare cosa significa battersi contro nazionali di solide tradizioni, come l’Isola di Man sconfitta in finale, avendo al proprio fianco il capitano Mohammad Adnan, e autentici fuoriclasse in erba a livello di Zaman Salman, diventato una specie di eroe nella Ancona dove abita e gioca. E’ un trionfo continentale che ha lasciato dietro di sé una scia così lunga da colorarsi di sentimenti politici. Prima le dichiarazioni polemiche rivolte dal presidente della Federcricket, Simone Gambino, al segretario della Lega Nord Umberto Bossi, invitandolo a riflettere sui tanti valori di arricchimento culturale portati dagli stranieri nella vita del nostro Paese. E poi l’incoraggiante proposta di legge bipartisan sulla “cittadinanza breve” ispirata anche da questa vittoria sportiva, al punto che i due deputati da cui è stata lanciata – Fabio Granata del Pdl, e Andrea Sarubbi del Pd – hanno ottenuto l’appoggio come testimonial dello stesso presidente Gambino. L’obbiettivo, sottoscritto da cinquanta parlamentari - appartenenti a tutti i gruppi tranne la Lega - è abbassare a cinque anni, dagli attuali dieci, il periodo di tempo necessario a uno straniero in regola per chiedere la cittadinanza italiana. Soluzione attesa in tutti quei piccoli centri dove il cricket ha preso il posto del calcio, come Pianoro, paesino in provincia di Bologna dei pluricampioni d’Italia.
“Cose che solo il cricket”, viene da dire, ragionando sulla risonanza ottenuta nel nostro Paese da quel titolo europeo under 15, con effetti del tutto estranei ad altri, e ben più praticati sport, a cominciare dal calcio. Vero, “cose che solo il cricket”, ovvero una disciplina che, oltre a essere poco televisiva, poco mediatica e poco sponsorizzabile, è anche, guarda un po’, così immune al gossip, alla violenza, al consumismo, e allo star system in genere.
Sensazioni confortate da frasi come questa: “Il cricket è un gioco che deve molto della sua unicità al fatto che dovrebbe essere giocato non soltanto secondo le relative leggi, ma anche secondo lo Spirito del Gioco. Qualsiasi azione che è vista come contraria a questo Spirito causa un danno al gioco stesso. La responsabilità principale di assicurarsi che il gioco sia condotto secondo lo spirito del fair play è dei capitani”. Sono parole tratte dall’introduzione a quelle “Leggi del Cricket”, senza osservare le quali non ha alcun senso accostarsi a uno sport che si sublima nel rito di una Partita, alla cui riuscita, estetica e agonistica, concorrono entrambe le squadre.
Si dà così vita a contese in cui il rispetto reciproco è totale, comprendendo perfino il divieto di fare un solo passo in direzione degli “umpire”, come vengono chiamati gli arbitri. Così stabilirono i pionieri del cricket, giovanotti di una nascente “middle class” anglosassone ritrovatisi sette secoli fa attorno all’idea di giocare a un “batti e corri” nel modo più “regolato” e nello stesso tempo libero del mondo. Una filosofia ludica e spirituale che ruotava, e tuttora ruota, attorno alla figura del “capitano”, a cui spettano varie mansioni: l’elenco e l’ordine dei giocatori in battuta, lo schieramento dei “fielder” sparsi per il campo in modo da raccogliere al volo le palle colpite dai battitori, e l’applicazione di strategie di volta in volta clamorose o sottili, ma sempre finalizzate a disorientare gli avversari.
Da qui una disciplina che non poneva limite alcuno alla grandezza di un campo, teoricamente compreso fra una radura abitata da scoiattoli e una spianata per eserciti in guerra. Gli unici punti di riferimento sono due. Il primo è una corsia lunga venti metri e larga due, chiamata “pitch” e destinata a ospitare tutti i lanciatori e il battitore di turno della squadra avversaria. L’altro, divenuto con il passare del tempo molto significativo, sono gli giocatori schierati da ogni compagine. Gli stessi undici che passeranno poi al più plebeo gioco del calcio, inizialmente praticato all’interno dei club di cricket, come ricorda la nascita, sul finire dell’800, della prima squadra italiana dedita al pallone, il “Genoa Cricket and Football Club”. Lo fondarono inglesi a cui si devono il nome storpiato del capoluogo ligure, e un’attività agonistica inizialmente divisa fra le due discipline.
Ben presto quel Genoa abbandonò il pitch, per dedicarsi esclusivamente al rettangolo delimitato dalle porte da calcio. Con un seguito a noi italiani notissimo, nonché ricco di gioie e dolori entrati nella Storia patria. Tra gli effetti collaterali, a oltre un secolo dalla nascita del calcio, la vittoria di quegli undici ragazzini agli Europei di cricket fa affiorare la nostalgia di Capitani veri, a cui affidare lo Spirito del Gioco. L’unica cosa che, valendo più di ogni “scudetto”, oggi rende incomprensibile a molti la magia del cricket.

Stefano Ferrio

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