Dissimili eppure per tanti aspetti affini, Shirin Neshat e Jamileh Kadivar, due donne iraniane, narrano di sé e del loro Paese.
Shirin Neshat, che vive dal 1999 negli Stati Uniti dopo essersi sottratta al regime teocratico del suo Paese, si è imposta nel panorama internazionale con potenti ritratti femminili attraverso fotografie e film di straordinaria bellezza. La giovane artista aveva denunciato la condizione femminile iraniana con immagini impressionanti. Fra queste, “Donne di Allah”, una serie di fotografie di donne che recavano impressa la scrittura dei versi di poetesse ribelli sui volti, sulle mani e sui piedi, le sole parti libere del corpo da sempre coperto dall’implacabile velo. In una delle sue proiezioni, “Estasi”, comprimeva in 13 minuti, su due opposti schermi, il tema dell’identità sessuale riflessa nella cultura e nella natura dei Paesi islamici. Era un dialogo muto, rarefatto e senza ascolto, tra un gruppo di uomini in camicia bianca e pantaloni neri raggruppati all’interno di una fortezza e un gruppo di donne avvolte nel velo, inserite in un ambiente naturale, duro e spoglio, battuto dal vento. Nel drappello di donne immerse in uno spazio fuori del tempo non si poteva non cogliere il crescendo emotivo e la forza indomita che le avrebbe spinte a calarsi su una barca e prendere il largo verso una destinazione ignota.
L’arte è ribellione
Per estrarre le sue visioni austere e spettacolari, Shirin si insinua nelle pieghe più nascoste, nei frammenti più minuti della realtà del suo Paese, e ne estrae gli opposti: il bene e il male, il bello e il ripugnante, la repressione e la liberazione, la meschinità e la solennità e li fonde in un abbraccio tenero e frenetico che li trasfigura. Cosicché fotogrammi colmi di violenza diventano istanti di serena energia e la tristezza impotente che li percorre si muta in calda sensualità. Quest’anno Shirin ha vinto il Leone d’argento con il film “Donne senza uomini” e ha dedicato la sua vittoria al popolo iraniano.
«Nell’arte c‘è sempre una scintilla di ribellione, specialmente negli artisti iraniani, che dalla politica non possono prescindere. Noi proviamo avversione verso i governi che hanno sempre fissato le nostre vite. Molti iraniani che vivono fuori - sei, sette milioni - sono disorientati, segnati dall’esperienza di non avere più una casa, dalla nostalgia per un luogo a cui fare ritorno. È difficile mantenere un distacco con i timori, le responsabilità, le ansie sociali che ci assediano. In questa condizione non si può prescindere dalle immagini e dalla loro connotazione politica. Cuore, contatti, passione: è un tumulto. Io sono intimamente legata all’Iran e ai suoi artisti, ricchi di immaginazione e di spiritualità che è sempre stata parte della nostra tradizione poetica. Gli artisti che hanno potuto viaggiare sono obbligati a parlare con un linguaggio simbolico. Quelli che non si sono allontanati hanno un’espressione e un linguaggio diversi, ibridi e più ridotti date le restrizioni; ma comunque ricchi di fermenti. Perché chi si sente sotto pressione mobilita l’immaginazione. L’artista è considerato la più grande delle minacce, perché è quello che a voce alta sfida la teocrazia. I miei film non possono essere visti e nessuno della mia troupe può tornare. Per il governo dell’Iran sono un agente della CIA per il sionismo».
Cosa dice delle donne?
«Ogni video riflette qualcosa di me. Mi sento molto vicina alla lotta emotiva delle donne. Là dove tutto è dettato dall’uomo, la cultura si legge attraverso le donne. Ma la lotta per le donne iraniane deve allargarsi a tutto il popolo. Se noi iraniani perdiamo, le ripercussioni si sentiranno in tutto il mondo».
E i rapporti con l’Occidente?
«L’Occidente si preoccupa solo di questioni nucleari, ma davanti alla sfida lanciata da Ahmadinejad, il mondo non deve rispondere con sanzioni e distruzioni, ma con il sostegno al popolo iraniano. L’Iran ha una lunga storia, è una nazione cosmopolita, complessa, che oggi guarda al futuro, perché ha una cultura giovane, moderna che ha bisogno di sostegno e attenzione. Democrazia, libertà e autodeterminazione sono sempre stati compromessi dall’intervento occidentale. Il mio lavoro è un tentativo per avviare un dialogo. Non mi interessa definire cos’è giusto o sbagliato, voglio creare la condizione perché il pubblico possa giudicare da solo e comprendere. Così si stabilisce un contatto e credo che l’arte sia un mezzo di grande forza per dialogare».
L’onda verde
Con accenti diversi nella sua fiera e distaccata modestia si esprime Jamileh Kadivar, 46 anni, ex deputata riformista e giornalista. Come Shirin Neshat porta al polso un nastrino, simbolo di Onda Verde, la formazione politica nata dopo la contestata rielezione de Ahmadinejad. La sua voce è più cauta. A Teheran, dove vive, l’aspettano quattro figli, il marito Ayatollah Mohajerani, ex ministro della cultura sotto Khatami e il fratello Mohsen Kadivar, teologo riformatore che appoggia la costituzione dell’Onda, sostenuta sia dal suo leader Moussavi, ex premier, sia dal moderato Karroubi, vicino all’Iman Khomeini.
Al contrario di Shirin, Jameleh ha scelto di portare il velo a 9 anni e non lo ha più lasciato. Davanti all’uditorio con toni pacati e ad occhi bassi riferisce del cambiamento epocale di cui è testimone nel suo Paese, dove ormai comandano di fatto le guardie, le forze armate e la polizia. La democrazia soffocata è una grande disillusione. «Credevo in una sconfitta del regime dispotico e che le elezioni avrebbero risolto una situazione di crisi; invece l’evento è stato un danno. Da noi la democrazia è sentita davvero come un sistema politico che garantisce libertà e sviluppo, che permette processi decisionali, elezioni libere, diritto di votare e di attuare un cambiamento di governo se il voto lo sancisce. La nostra costituzione è un misto di teocrazia e di democrazia, una carta dei diritti che si uniforma a quella universale dei diritti umani. E noi questi criteri li abbiamo sempre rispettati. Ma dopo il voto le cose sono cambiate. Coloro che hanno osato protestare - riformisti, giornalisti, fotografi, studenti - sono stati fermati e processati, i leader dei partiti sono stati arrestati: Il regime incarcera gli oppositori e li tortura per estorcere false confessioni. Oggi che ha rivelato il suo volto tirannico e la situazione è più complessa di prima, si è capito con grande delusione che la democrazia non consiste solo nel votare, ma nel conteggio corretto dei voti, che qui è venuto a mancare. Il governo questa volta ha utilizzato la democrazia come strumento tattico per assicurare il proprio potere ignorando quello del popolo. Certo i più poveri e gli abitanti delle zone rurali si imbevono di quello che la TV di stato diffonde, ma la società civile iraniana nella maggior parte crede nella democrazia, aspira alla giustizia e alla libertà.. Questo è un potente elemento per la riforma dell’Iran in cui crediamo e che deve essere attuata senza rivoluzioni».
L’Onda Verde, che sostiene il candidato sconfitto Karroubi, cosa si propone?
«Il riconoscimento dei diritti, la liberazione dei prigionieri, la fine delle torture, un’applicazione corretta delle leggi e il diritto a manifestare che adesso è negato».
Ma il regime è teocratico, i capi religiosi faranno un passo indietro? «Quello che conta è che la democrazia sia sancita: alcuni ayatollah sono per una interpretazione e una applicazione più moderats e meno rigida di certi principi.
Che dice del nucleare? «L’Iran ha diritto al nucleare civile».
Che sentimento si percepisce verso gli ebrei? «I diritti degli ebrei sono rispettati, un loro deputato li rappresenta in parlamento. Gli iraniani credono che musulmani, cristiani ed ebrei possono vivere bene insieme».
L’Occidente ha una funzione? «La globalizzazione ha fatto molto mettendo in luce un’opposizione che è scaturita da ogni parte e ha raggiunto anche i tetti. Ma l’occidente deve rispettare la nostra indipendenza. E non sempre giudicare gli altri con i suoi standard».
Mirella Caveggia |