In Capitalism: a love story, si mescolano umorismo e indignazione. Ingredienti apparentemente incompatibili che Michael Moore riesce invece a fondere trasformando ogni suo film in una sorta di viaggio "morale" tra cinema e realtà. Un viaggio appassionante, insolito, curioso, divertente ma al tempo stesso traboccante di rabbia civile. Perché in politica, in economia, in guerra, nella sanità e in ogni momento della vita quotidiana "loro" (i potenti) ci menano per il naso. I poteri forti che fingono di partecipare al gioco della democrazia ma poi fanno a proprio comodo. Moore è maestro del docu-film cioè quel mix tra documentario, inchiesta e fiction che appassiona sempre più le platee, soprattutto giovani, Ha filmato con Bowling a Columbine la più bella e struggente ballata contro l’uso e la liberalizzazione delle armi (Prix Spécial a Cannes e Oscar). Con Fahrenheit 9/11, mentre tutto l’Occidente o quasi inneggiava alla guerra contro l’Irak, ha messo insieme notizie censurate, informazioni riservate, filmati mai visti, interviste scomode, mostrando la faccia nascosta di un’ipocrita realtà (Palma d’oro a Cannes). Con Sicko è stata poi la volta del deficitario sistema sanitario degli Stati Uniti a essere messo sotto accusa.
Contro i guasti dell’alta finanza
Con Capitalism: a love story, presentato alla 66. ma Mostra di Venezia e attualmente nelle sale( andate a vederlo. Vi divertirà e vi farà indignare), Moore alza il tiro. Punta il dito contro i guasti dell’alta finanza, complice un sistema economico fondato sulla frode e la menzogna. Lo aveva già fatto nel 1989 col suo film d’esordio, Roger & Me, in cui analizzava i retroscena e le tragiche conseguenze su migliaia di famiglie della dissennata crisi della General Motors, che mise in ginocchio la comunità di Flint, nel Michigan, città natale del regista. Ora lo scenario si allarga ai corridoi della politica a Washington, ai forzieri dell’economia a Manhattan, ai templi principali della finanza di Wall Street. Milioni di famiglie stanno pagando le conseguenze dell’ultima crisi economica: licenziamenti, risparmi in fumo, case confiscate, calo di potere d’acquisto degli stipendi. Ma a parte i manager disonesti finiti in cella, qualcosa sta cambiando nella finanza? «Assolutamente no», dice Michael Moore, 55 anni. «A Wall Street è già tutto come prima. Ci vorrebbe un sistema di controllo maggiore sulla finanza e sul capitalismo. Nel Paese più ricco del mondo, il mio, ogni giorno si perdono in media 14 mila posti di lavoro. E chi lo perde può trovarsi senza casa, senza assicurazione sanitaria, senza risparmi, senza futuro. La disoccupazione da noi è raddoppiata, mentre in Europa ad attutire gli effetti della crisi ci sono gli ammortizzatori sociali, da noi sconosciuti».
DOMANDE & RISPOSTE
Moore, perché questo film adesso?
In America le persone tendono a chinare la testa sperando che il peggio passi. Ma qualcuno deve alzare la voce e porre delle domande. Il compito dell’artista non è quello di seguire la corrente, di mischiarsi alla folla. I politici non rischieranno mai nulla per cambiare ciò che non va, sta a noi farli cambiare.
Pensa che il cinema possa tanto?
A me basta chiarire il quadro d’insieme, far emergere le verità non dette. In A Love Story Abbiamo deciso di parlare della crisi economica, di non spaventarci di niente, di dire le cose che dovevano essere dette. Abbiamo cercato di fare un buon film. La bella cosa del sogno americano è credere agli Stati Uniti democratici ed aperti alla giustizia. Credo che sia difficile chiamare una cosa Democrazia quando l’ economia controlla le vite della gente, non c’è niente di democratico. Le persone non possono dire che l’ economia sia sbagliata e non sanno che cosa faccia la democrazia, forse votare ogni tre-quattro anni fa una democrazia ? Perché quando vai a lavorare ogni giorno, nel momento in cui timbri, vieni automaticamente privato dei tuoi diritti costituzionali. La libertà nella democrazia non ha alcun senso per me. Penso che il sogno americano deve far parte di ogni aspetto della nostra vita, non è solo votare. Sono personalmente colpito dalle brave persone in America che combattono e lavorano sodo mentre la loro vita viene rovinata dalle decisioni di persone che non hanno a cuore i loro migliori interessi. Spero che questo film sia un ‘occasione per raccontare le loro storie negli Stati Uniti e in tutto il mondo.
Molta gente è rassegnata, non sa con chi prendersela per un crollo finanziario che colpisce i più deboli...
Non credo sia un mistero chi c’è dietro al disastro. Ma il mio film non descrive un boom, un fallimento, un salvataggio. Ho iniziato a lavorarci prima che implodesse la bolla immobiliare. Non mi concentro sull’individuo, la singola società. Attacco il sistema che incoraggia o, peggio, garantisce la corruzione. Un conto infatti è leggere i numeri della crisi, tutt’altro è vedere le facce spaurite, disperate delle vittime. Ciò che mostro con rabbiosa gentilezza è dietro le statistiche e i titoloni. Perché capitalismo e liberismo non possono contare più della democrazia.
Moore avrebbe mai creduto che un afroamericano sarebbe stato eletto presidente degli USA?
Tutto è possibile. Penso che se mi avessero chiesto tre o quattro anni fa se sarebbe mai stato eletto un presidente afro-americano, avrei detto di no. Ma rimango continuamente sorpreso dell’ abilità non solo del popolo americano ma anche di quello di tutto il mondo per far accadere l’ impossibile. Quanti di voi avrebbero pensato che il muro di Berlino sarebbe mai caduto, io no, e quanti hanno creduto che Mandela sarebbe uscito di prigione e addirittura sarebbe diventato presidente del Sud Africa ? Sono accadute così tante cose negli ultimi vent’ anni… sono convinto che qualsiasi cosa può accadere se le persone si ribellano nel modo giusto, facendosi valere per quello che è giusto. E di Barak penso che é un giovane presidente molto forte, intelligente, sereno. Lo amo perché ha subito licenziato il gran capo della GM.
A Washington c’è ancora qualcuno che abbia le mani pulite?
Il difetto della discussione politica è che scivola nella contrapposizione tra liberal e conservatori. Invece, Democratici e Repubblicani sono entrambi partiti in mano a un sistema economico corrotto. Il mio film parla di problemi di cui non si sente parlare in Tv. Non ci sono abbastanza salviette disinfettanti nel mondo per ripulire Washington. O, non solo a Washington, ma in tutto il pianeta, dato che Internet ci permette di sbirciare qui e là. E, purtroppo, anche l’Italia non è immune.
Maria, Elisa & Enrico Marotta |