In questo numero
ANCHE LE PRUGNE CANTANO di Severino Cagnin

Il Nobel per la letteratura 2009
alla rumena-tedesca Herta Müller

Il paese delle prugne verdi,
un libro singolare e meraviglioso
che ha dato il premio Nobel
alla rappresentante di una minoranza
oppressa e dimenticata.


“Meglio che la nonna canti sempre, che la madre stenda l’impasto sul tavolo, che il nonno giochi sempre a scacchi, che il padre tagli sempre cardi da latte, piuttosto che ci si trasformi improvvisamente in chissà cosa. Meglio che questi qui si congelino in modo così brutto, piuttosto che diventino persone diverse, pensa tra sé la bambina. Meglio stare a casa in camera e in giardino tra persone brutte, piuttosto che appartenere ad estranei”.
Questo passo di pag. 215 de Il paese delle prugne verdi ci può suggerire una chiave di lettura della massima opera narrativa di Herta Müller. In tutte le chiare pagine del testo, il mondo è visto con gli occhi di una bambina: le persone sono i famigliari, a cominciare dai nonni, gli spazi domestici sono limitati a camera e giardino. Ma nulla è opprimente: si canta, si prepara il pranzo, si gioca. Il pericolo è quello di perdere la libertà, trasformandosi improvvisamente in esseri sconosciuti, in persone diverse da quello che si è, e finire per appartenere ad estranei.
Il significato di questa casa è molto più profondo: essa è la vita quotidiana, ma anche gli affetti, la terra natale libera, l’esistenza come scambio tra materiale e spirituale, realtà e sogno, creatività ed esecuzione passiva. Il paesaggio dell’alba o della pioggia è nel prato, ma anche e sempre entro il cuore: “Di sera l’ultima luce in fondo ad ogni strada tremolava. Questa luce era invadente. Avvertiva i dintorni prima che calasse la notte”, uno squarcio a pag. 60. Le case diventavano più piccole delle persone che si passavano accanto. I ponti più piccoli dei tram che ci passavano sopra. E gli alberi, più piccoli dei volti che vi passavano sotto uno alla volta”.
La motivazione del Nobel specifica che la scrittrice, nata in una famiglia di contadini di minoranza tedesca in una regione della Romania sotto il regime comunista, ha raccontato per immagini e metafore la dittatura di Ceausescu : “Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo dei diseredati”.
Lei ha sempre detto la forza della sua ispirazione: “Cerco sempre di immaginarmi ai margini dell’avvenimento che sto osservando. Vedo che gli uomini agiscono in modo apparentemente libero e non si accorgono di essere sottoposti a vincoli ben precisi, di essere prigionieri di un meccanismo, di agire con la libertà di una marionetta”.
In lei, prima sconosciuta in molti paesi, come in Italia, ora si scopre una visione filosofica della vita, più che una opposizione politica: alcuni la hanno accostata a Kafka, Pirandello, Primo Levi.

Anche le prugne verdi fanno sorridere
In Italia il suo romanzo è stato edito e poco venduto nel 2008 dal piccolo editore di Rovereto Keller. Ora dopo la assegnazione del Nobel la seconda edizione va a ruba e tutta la critica ufficiale ne riconosce il valore, eccetto un settimanale che insinua dubbi e sospetti, lasciando il lettore perplesso. Si approva la tematica di fondo: nella oppressione della persona nasce la speranza e, al contrario del proverbio romeno, chi mangia prugne acerbe, non muore. Nella vicenda, ambientata nella Romania degli anni Ottanta, quattro giovani si ritrovano uniti di fronte alla tragedia di una ragazza. Da quel dolore e dalla consapevolezza di vivere in un paese sottomesso alla dittatura, scaturisce una comune voglia di libertà, fatta di letture e pensieri proibiti: una oscurità opprimente, in cui sopravvivono l’amicizia e l’amore.
Herta Müller ha maturato il messaggio attualissimo fin dall’inizio delle sue opere di narrativa, racconti, poesia e saggistica, ottenendo ben 14 premi e riconoscimenti, oltre al Nobel.
Niederungen del 1976, a 19 anni, narra la vita nella piccola comunitàdi lingua tedesca del Banato Svevo in Romania, su cui pesano due maledizioni: la condizione di minoranza, in cui pericolosamente si isola nell’ostinata conservazione di riti e abitudini ormai fuori del tempo, con il venire meno di relazioni utili e apporti dall’esterno. La seconda grave situazione è la dittatura di Ceausescu, che questa minoranza deve subire con il resto del paese.
Il titolo tedesco, dato a 29 anni, quando il libro uscì in Germania, è volutamente equivoco, significando sia le bassezze della vita e sia i bassopiani, paludosi e malsani, con valore metaforico, come nella citazione da un poeta della Germania dell’Est : “Noi che viviamo nei bassopiani comprendiamo la morte, poiché non ci è estranea, essendo cresciuti con essa”.La scrittrice ha detto: “Inizio così, con questi racconti in cui ancora si ritrova lo sguardo della bambina e i suoi ricordi: i giochi con gli animali, col granoturco, l’insetto dentro l’orecchio…”.
Il libro è stato pubblicato in Italia da Editori Riuniti nel 1987 con il titolo Bassure. Il primo racconto rievoca il funerale del padre e rivela la mancanza di radici dagli avi e dalle tradizioni. La bambina diventa adulta e la sua giocosa fantasia infantile si trasforma: i cani, i campi, i corvi, i gatti, ma anche gli elementi della natura assumono connotazioni sinistre. Così gli occhi del cane esprimono paura e “le foglie raggrinzite volano per l’aria come funghi invisibili e gli alberi da frutta si ammalano”.

Si può viaggiare con una gamba sola?
Sul valore dell’opera maggiore, la più famosa e premiata, trovo conferma nell’articolo di Andrea Casalegno ( Il Sole 24 Ore 9.10.09 ), “La voce di Herta Müller contro la dittatura”. perché ha saputo raccontarci i paesaggi dell’esilio, la vita dei “ senzapatria” e chiunque viva sotto una dittatura, come quella di Ceausescu, è senza patria. Herta si sente esule anche nel villaggio natìo. Ripudia tutto, anche la famiglia del padre nazista. Salva una cosa sola, la lingua materna, non abbandona il tedesco per il rumeno; nel 2001 farà una conferenza ai maturandi su “ Patria sono le parole dette”. Diventa così un testimone credibile dell’ingiustizia e dell’oppressione, prima e forse più che una scrittrice. Una testimonianza è efficace, se usa in modo magistrale la lingua che la esprime: “ nella comunicazione il modo è tutto”.
Il suo linguaggio è originale, perché concreto, ma si innerva di metafore, che nascono dalla vita quotidiana e illuminano gli oggetti con sguardo infantile, uno sguardo pieno di angoscia, al quale la realtà appare gravida di minacce. Ecco allora che “l’insalata cresceva rosso scura e ruvida e frusciava nei sentieri come carta. E le patate erano verdi e amare sotto la buccia e avevano occhi sprofondati nella carne”.
Saprà la Müller continuare questo linguaggio-testimonianza? Marsilio nel 2009 ha portato in libreria In viaggio su una gamba sola, sconosciuto in Italia, scritto in tedesco nel 1987 e pubblicato alla vigilia della caduta del Muro di Berlino nel 1989. Chi lo ha letto afferma che è una autobiografia sofferta di un duro esilio volontario. La tematica e il linguaggio sono sempre i suoi, ma cambia non solo l’ambiente, ma il modo di sentire l’esperienza: da bambina delle prugne verdi Herta è diventata la donna che in Germania vive con il marito, lo scrittore Richard Wagner, insegna all’Università ed è membro dell’Accademia Tedesca di Letteratura e Poesia. Senza dubbio Il viaggio su una gamba sola rivelerà a noi una tappa centrale della sua vita e del coerente percorso di scrittura.
Attendiamo il suo ultimo romanzo annunciato, Atemschaukel, appena pubblicato in Germania e in Italia, forse, con il titolo L’altalena del destino. La vicenda segue la sorte di un deportato, cioè il destino che toccò a sua madre, e racconta come si è recato nel suo paese di provenienza, sena però portarsi a casa informazioni significative. Inizia la collaborazione con un personaggio molto interessante, Oskar Pastior, che ha subito anche lui la stessa sorte. Incontra la Müller e ripercorrono assieme il ricordo doloroso della loro vita, attraverso però metafore di speranza. I titoli stessi, le prugne dolci ma ancora immature, di chi può viaggiare con una gamba sola, e dell’altalena, che è un gioco, che porta senza volerlo il bambino in alto e in basso, sono metafore della vita, che, secondo la scrittrice, impone ad ognuno un destino di dolore e di gioia, ma il solo fatto di esprimerlo è liberatorio e apre a nuove soluzioni. Alla fine del romanzo è esplicitamente affermato: “Non abbiamo scelta, possiamo solo tentare di convivere, e ciò ci riesce a volte sì, a volte no”. Mi sembra che la protagonista dell’ultimo romanzo si chiami Irene, cioè Pace. Sarà per caso?

Severino Cagnin

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