In questo numero
POVERI MA BELLI CON QUALCHE ORO AL COLLO di Stefano Ferrio
 

Verso le Olimpiadi di Londra
Idee confuse, atleti global e poca tv


Come avviene ogni quattro anni, un’Olimpiade consente di mettere a fuoco un sacco di cose. Generalmente utili per capire i cambiamenti del mondo.
Succede anche in questo 2012, quando, dal 27 luglio al 12 agosto, Londra, dopo le edizioni del 1908 e del 1948, diventa la prima città a ospitare tre edizioni dei Giochi moderni.
E’ la trentesima volta delle Olimpiadi estive, ed è la prima in cui gli italiani, se vorranno seguirle minuto per minuto in televisione, dovranno abbonarsi a Sky, la tv a pagamento che si è accaparrata la trasmissione integrale delle 1.600 ore dei Giochi. A milioni di pensionati, disoccupati e precari che non possono permettersi l’abbonamento alla pay-tv, saranno destinate le 200 ore rimaste alla Rai, nel nome di un “servizio pubblico” sempre più approssimativo e discutibile.
Ciò non era nemmeno immaginabile mezzo secolo fa. Quando, all’epoca delle Olimpiadi di Roma, si poteva immaginare un 2012 con diretta televisiva da varie basi lunari, e non certo alle prese con una crisi economica globale in grado di ridimensionare molte speranze e illusioni su un inarrestabile progresso, destinato a migliorare le condizioni di vita dell’intera umanità. Nulla di tutto ciò, e italiani di oggi ancora come i “Poveri ma belli” di un celeberrimo film girato da Dino Risi nel pieno degli anni Cinquanta.
D’altra parte, restando nell’ambito dell’imprevisto, in un passato ancora più recente si dava per scontato che “italiani” in gara sarebbero stati solo uomini e donne con cognomi squisitamente nostrani come Berruti, Simeoni, Mennea, Menichelli, Arese, Calligaris, D’Inzeo. Le uniche eccezioni a cui avevamo fatto l’abitudine erano quelle dei tirolesi dalle generalità teutoniche come il marciatore Alex Schwazer. Poi, in rapida successione, abbiamo imparato ad abituarci, e piacevolmente, alle medaglie messe al collo di un’”azzurra” dalla pelle nerissima come la saltatrice in lungo Fiona May, abbiamo scoperto di poter schierare nei 200 metri un Andrew Howe che pare rubato a una squadra di staffetta americana, ci siamo scoperti tifosi di una certa Josepha Idem, campionessa di canoa nata in Germania, ma da oltre vent’anni punta di diamante della nazionale italiana.

I tuffi azzurri dell’ungherese Noemi
A Londra 2012 le tracce di una globalizzazione dirompente anche nel nostro Paese non possono che moltiplicarsi. Se non si presenta sul trampolino dei tuffi con il costume azzurro, Noemi Batki, a causa del suo nome, passa per una pericolosa avversaria della nostra Tania Cagnotto, e non per la sua compagna nelle gare di “sincronizzato”. Fortuna ha invece voluto che questa ventiquattrenne ungherese di Budapest, naturalizzata italiana sin dall’infanzia, può ora competere per il nostro Paese a livelli così alti da aggiudicarsi, la scorsa estate a Torino, il titolo europeo individuale dalla piattaforma da dieci metri.
Passando alla pallanuoto maschile, se i pronostici danno il nostro Settebello fra i pretendenti all’oro olimpico, dopo lo stupendo titolo mondiale conquistato nel 2011 a Shangai, il merito è anche di Amaurys Pérez, nato a Cuba ne 1976, e trasferitosi in Italia una decina di anni fa. Analoghe parole riguardano Natalia Veleeva, che di suo sarebbe venuta al mondo in Moldavia nel 1969, ma che, dopo il matrimonio con un nostro connazionale, tira stupendamente l’arco per la nazionale italiana, come testimoniato dai tre ori mondiali portati a casa fra il 2007 e il 2011. Quanto al ping pong, ai vertici nazionali le rarità sono ormai i cognomi di casa nostra, considerando che superstar azzurre risultano il romeno Mihai Bobocica e il bulgaro Niagol Stoyanov, mentre l’atletica leggera sembra quanto mai obbligata a naturalizzare stranieri, se l’obbiettivo è tenere il passo con squadroni europei sempre più multietnici. In tal senso si spiegano le scommesse sulla quattrocentista cubana Libiana Grenot, e sulla maratoneta di origini marocchine Nadia Ejjafini, transitata in passato anche per la nazionale del Barhain.

Ma “Fede” non porta la bandiera
Siamo oramai al cospetto di processi di trasformazione e integrazione così radicali e irreversibili, che non è affatto peregrino ipotizzare un atleta italiano dai tratti etnici africani o asiatici impiegato come portabandiera nella sfilata d’apertura dei Giochi brasiliani del 2016. Nel frattempo ancora non sappiamo chi avrà questo onore il prossimo 27 luglio a Londra. In considerazione di un altro cambiamento ormai assodato, e cioè il peso sempre maggiore delle donne nei successi dello sport italiano, si è da subito pensato a un’atleta in grado di rappresentare degnamente il Paese di una Francesca Schiavone regina del tennis, di una Valentina Vezzali leggenda vivente della scherma, o anche delle Cagnotto e delle Idem citate prima. La scelta più ovvia sembrava dover cadere sulla veneziana Federica Pellegrini, 23 anni, prima atleta italiana ad aggiudicarsi un oro olimpico nel nuoto, niente meno che quello dei 200 stile libero vinto quattro anni fa a Pechino. “Mi dispiace, trovatene un’altra, perché fare l’alfiere mi affaticherebbe troppo” è stata la riposta della popolarissima “Fede”, che accampa come ragione del proprio no una batteria dei 400 metri in programma la mattina successiva alla sfilata d’apertura.
Otto ore di cerimonia, e per di più con la bandiera in mano, sembrano invece solo un piacere a Leonora Lo Bianco, in arte “Leo”, novarese di Borgomanero, dove è nata nel 1979. Basta dire il suo nome per evocare immediatamente l’immagine della nazionale femminile di volley, alla guida della quale, dopo avere vinto il titolo mondiale di Berlino 2002, ha avuto modo di essere segnalata come la più forte palleggiatrice oggi in attività. Meriti in base a cui la federazione della pallavolo italiana l’ha ufficialmente candidata come alfiere per Londra.

Roma 2020 nel libro dei sogni
Anche quest’ultima parabola tratta dall’attualità lascia intravedere particolari significativi dell’identikit, sportivo e culturale, con cui l’Italia si avvicina al grande appuntamento del 2012. L’immagine è quella di un Paese confuso, in preda a una recessione che ha contaminato discipline un tempo gloriose come l’atletica leggera e il basket maschile, strenuamente abbarbicato alla tradizione della scherma e del tiro a segno per strappare un degno numero di medaglie (34, pronostica qualche ottimista sommando possibili ori, argenti e bronzi), pronto a tifare per gli squadroni del volley o della pallanuoto, e sempre più relegato fra le comparse nelle stanze del potere.
A proposito, il presidente del Coni, Gianni Petrucci, sembra non voler abbandonare l’idea di candidare Roma ai Giochi del 2020. Se pensiamo che questi del 2012 sono stati assegnati a una metropoli come Londra, capace di ultimare il 90% degli impianti un anno prima dell’inaugurazione, il confronto con la realtà del nostro Paese, in tema di appalti e lavori pubblici, fa quanto meno cascare le braccia.
Sempre che non si abbia ancora fede in un ennesimo, e quasi incredibile, “miracolo italiano”.

Stefano Ferrio

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