Li aveva tenuti d’occhio da
sempre, gli stavano sempre vicino. Ne aveva
chiamati dodici e dodici erano rimasti fino
alla fine. Li aveva scelti ad uno ad uno,
si erano dati loro il passaparola, ma alla
fine era stato Gesù a stanarli dai
loro loculi, da un posto in banca o da sotto
un fico o dal lavoro.
Pietro era un uomo maturo, sposato, sempre
entusiasta, qualche volta si lasciava tentare
da smargiassate, ma era sempre un interlocutore
che tutti vorrebbero avere in un gruppo,
quando dici e proponi tante cose e sembra
che nessuno ti fili. Lui invece reagiva
subito, sapeva dire a Gesù quello
che gli passava nel cuore, era immediato,
sincero, senza calcolo. E Gesù si
era subito trovato bene a casa sua, sulla
sua barca a Cafarnao, e le aveva scelta
come le prime cattedre per i suoi insegnamenti.
Giovanni era proprio il più piccolo,
ingenuo, spontaneo, deciso. Si era lasciato
prendere nell’ardore della sua giovinezza.
Si faceva voler bene da tutti, era tanto
giovane che Maria, la madre di Gesù,
se ne curava e alla fine vi si appoggiava.
Doveva tenerselo molto vicino, perché
la vita gli si stava aprendo e aveva preso
molto sul serio quella chiamata alle 4 del
pomeriggio, che gli era rimasta scolpita
nel cuore e nella vita.
Poi c’era Giacomo, molto più
defilato, ma sempre tenacemente attaccato
al maestro. È fratello di Giovanni,
lavora assieme a Pietro, anche lui è
irruente, figli del tuono, così li
chiama Gesù. Sa quel che vuole, ha
una madre che si preoccupa del suo futuro
e si trova sempre nei momenti cruciali della
vita di Gesù. Sarà il primo
che donerà la vita. Una frase laconica
degli Atti degli apostoli dice che Erode
fece uccidere di spada Giacomo, fratello
di Giovanni.
Ebbene Gesù questi tre se li prende
con sé sia sul mone Tabor dove riescono
a farsi un’idea di quanto Gesù
sia immerso nel mistero di Dio sia quando
Gesù risuscita una ragazza, e soprattutto
quando nel Getsemani si sente solo di fronte
alla morte, al tradimento, alla decisione
finale di accogliere la volontà di
Dio, fino all’ultima goccia. Non è
un terzetto che con Gesù si fa un
grande onore. Lo lasciano solo nonostante
la predilezione e nonostante tutta l’intimità
con Lui, che pure aveva creato un po’
di risentimento sul privilegio tra gli stessi
apostoli. Nel momento della prova cascano
di sonno ad ogni drammatica chiamata di
Gesù a stargli vicino.
Ritorneranno poi a prendere una posizione
personale di fronte a Gesù: Pietro
lo tradirà, Giovanni resterà
sotto la croce, di Giacomo non si dice niente,
nell’elenco dello sparuto gruppo che
rimarrà fino alla fine a vivere in
diretta i rantoli di morte di Gesù,
con il cuore spezzato, non c’è.
Sarà tornato spesso alla mente del
terzetto quanto amore Gesù aveva
per loro e quanto si aspettava. Sarà
risuonato sempre nella loro vita quel progetto
che Gesù aveva su di loro e che in
quel momento veniva corrisposto solo da
superficialità e fragilità.
Quel terzetto siamo noi, presi senza merito
da Dio ad ascoltare la sua parola, chiamati
per nome alla vita e alla fede, aiutati
a fare salti di qualità, ma lentissimi
a rispondere ad un amore così deciso
e gratuito.
Pietro c’è ancora tra noi e
ci chiama spesso a dare slancio alla nostra
vita, sta ancora facendo il giro del mondo
per annunciare quel Gesù che ha tradito
e chiama anche noi a seguirlo, anche in
Australia, perché no? ad allargare
il terzetto del Tabor.
Domenico Sigalini |