In questo numero
IL TERZETTO DEL TABOR di Domenico Sigalini

 


Li aveva tenuti d’occhio da sempre, gli stavano sempre vicino. Ne aveva chiamati dodici e dodici erano rimasti fino alla fine. Li aveva scelti ad uno ad uno, si erano dati loro il passaparola, ma alla fine era stato Gesù a stanarli dai loro loculi, da un posto in banca o da sotto un fico o dal lavoro.
Pietro era un uomo maturo, sposato, sempre entusiasta, qualche volta si lasciava tentare da smargiassate, ma era sempre un interlocutore che tutti vorrebbero avere in un gruppo, quando dici e proponi tante cose e sembra che nessuno ti fili. Lui invece reagiva subito, sapeva dire a Gesù quello che gli passava nel cuore, era immediato, sincero, senza calcolo. E Gesù si era subito trovato bene a casa sua, sulla sua barca a Cafarnao, e le aveva scelta come le prime cattedre per i suoi insegnamenti.
Giovanni era proprio il più piccolo, ingenuo, spontaneo, deciso. Si era lasciato prendere nell’ardore della sua giovinezza. Si faceva voler bene da tutti, era tanto giovane che Maria, la madre di Gesù, se ne curava e alla fine vi si appoggiava. Doveva tenerselo molto vicino, perché la vita gli si stava aprendo e aveva preso molto sul serio quella chiamata alle 4 del pomeriggio, che gli era rimasta scolpita nel cuore e nella vita.
Poi c’era Giacomo, molto più defilato, ma sempre tenacemente attaccato al maestro. È fratello di Giovanni, lavora assieme a Pietro, anche lui è irruente, figli del tuono, così li chiama Gesù. Sa quel che vuole, ha una madre che si preoccupa del suo futuro e si trova sempre nei momenti cruciali della vita di Gesù. Sarà il primo che donerà la vita. Una frase laconica degli Atti degli apostoli dice che Erode fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni.
Ebbene Gesù questi tre se li prende con sé sia sul mone Tabor dove riescono a farsi un’idea di quanto Gesù sia immerso nel mistero di Dio sia quando Gesù risuscita una ragazza, e soprattutto quando nel Getsemani si sente solo di fronte alla morte, al tradimento, alla decisione finale di accogliere la volontà di Dio, fino all’ultima goccia. Non è un terzetto che con Gesù si fa un grande onore. Lo lasciano solo nonostante la predilezione e nonostante tutta l’intimità con Lui, che pure aveva creato un po’ di risentimento sul privilegio tra gli stessi apostoli. Nel momento della prova cascano di sonno ad ogni drammatica chiamata di Gesù a stargli vicino.
Ritorneranno poi a prendere una posizione personale di fronte a Gesù: Pietro lo tradirà, Giovanni resterà sotto la croce, di Giacomo non si dice niente, nell’elenco dello sparuto gruppo che rimarrà fino alla fine a vivere in diretta i rantoli di morte di Gesù, con il cuore spezzato, non c’è. Sarà tornato spesso alla mente del terzetto quanto amore Gesù aveva per loro e quanto si aspettava. Sarà risuonato sempre nella loro vita quel progetto che Gesù aveva su di loro e che in quel momento veniva corrisposto solo da superficialità e fragilità.
Quel terzetto siamo noi, presi senza merito da Dio ad ascoltare la sua parola, chiamati per nome alla vita e alla fede, aiutati a fare salti di qualità, ma lentissimi a rispondere ad un amore così deciso e gratuito.
Pietro c’è ancora tra noi e ci chiama spesso a dare slancio alla nostra vita, sta ancora facendo il giro del mondo per annunciare quel Gesù che ha tradito e chiama anche noi a seguirlo, anche in Australia, perché no? ad allargare il terzetto del Tabor.

Domenico Sigalini

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