“«Don Zeno è una di quelle
persone che ti danno grande energia perché
ti costringono a recitare a temperature
interiori – dal calore del corpo al
calore del cuore – molto forti! Lo
paragonerei a una “macchina da guerra”:
non si fermava davanti a niente. E in più,
aveva un senso di Dio, una fede che era
una benzina, un motore colossale».
A parlare è Giulio Scarpati, che
ha interpretato il prete di Nomadelfia in
un film per la televisione, in onda prossimamente
sulla Rai, per la regia di Gianluigi Calderone.
Siamo andati a trovarlo per farci raccontare
come è stato l’“incontro”
con Don Zeno.
Cosa ti ha colpito
di Don Zeno tanto da spingerti a interpretarlo?
Quando m’hanno proposto Don Zeno ero
perplesso: un altro prete! Pensa che non
sapevo che Nomadelfia esistesse ancora!
Poi, Gianluigi Calderone, regista straordinariamente
preparato, mi ha dato tanto materiale e
così ho iniziato a “studiare”
il personaggio. Innanzitutto, m’è
piaciuto raccontare un arco narrativo di
ben 50 anni, dai 30 anni di Don Zeno fino
agli 80, e quindi raccontare in un certo
senso anche l’Italia nei suoi passaggi
difficili. Don Zeno, poi, amava molto il
cinema e questo anche m’ha colpito.
Ho visto alcune sue riprese, di cui faceva
anche lo speaker. È stato bello scoprire
come amasse il mezzo, la comunicazione.
Alcuni di questi filmini sono commoventi:
ci sono ragazzi che buttano giù un
muro o del filo spinato, quando Don Zeno
trasferì la sua comunità a
Fossoli di Carpi, in un ex campo di concentramento,
che lui fece diventare Nomadelfia. E lo
fecero subito dopo la II guerra mondiale!
Fu un segno di speranza: quello che era
stato uno spazio di morte divenne una realtà
propositiva. E poi, anche l’idea di
città della fratellanza ha rappresentato
una bella sterzata negli Anni ’50,
in una realtà come quella emiliana
divisa fra “rossi” e cattolici.
Nomadelfia fu una lezione, per la sinistra
come per i cattolici, di come i principi
si potessero tradurre in concreto.
Come hai
“studiato” per questo ruolo?
Ho ascoltato i suoi discorsi, che la comunità
di Nomadelfia ci ha messo a disposizione.
Li ho caricati sul mio i-pod e andavo in
giro ascoltandoli. Molto divertenti tra
l’altro! Spesso in un emiliano strettissimo:
fortuna che avevo il testo a fronte! E poi
ho visto filmati e interviste a Don Zeno
e ascoltato i racconti della mamme di vocazione,
che a 18 anni sceglievano di entrare nella
comunità e diventare mamme di 70,
80 bambini orfani.
Sei stato
anche a Nomadelfia?
Certo! Lì abbiamo girato la parte
finale: gli ultimi giorni e la morte. Il
resto del film lo abbiamo girato in parte
il Bulgaria, in parte a San Biagio, una
comunità contadina in Emilia che
sembra rimasta ferma a quell’epoca.
Un posto molto suggestivo: il fascino delle
nebbia che ti avvolgeva al mattino era poetico
e fonte d’ispirazione. La gente partecipava
in maniera quasi diretta alle riprese. Ci
portavano vino, lambrusco, tortellini: era
una processione di doni! Penso che sia anche
per questo che a Don Zeno è venuta
l’idea di una comunità solidale,
che potesse essere per tutti un conforto
anche nei momenti difficili. Non creava
barriere né ipocrisie. C’era
chi lo accusava di andare nelle bettole,
dove c’erano ubriachi e non solo.
Ma per lui questi incontri erano occasioni
per recuperare la comunità.
A livello
umano cosa t’ha dato questa esperienza?
Innanzitutto, ho preso coscienza del fatto
che spesso ignoriamo le difficoltà
in cui vivono le persone. Don Zeno, invece,
riusciva a capire appieno gli altri. Pur
essendo nato da una famiglia possidente,
a un certo punto andò addirittura
a vivere e lavorare con i contadini. E poi,
per me è stato importantissimo il
calore che ho trovato a San Biagio: ho seminato
amicizie che si sono consolidate durante
le riprese. Con gli abitanti di Nomadelfia
è stato lo stesso: anche loro hanno
partecipato attivamente alle riprese, chi
come comparsa chi come tecnico. Quando facevo
i discorsi dal pulpito, avevo di fronte
volti di persone che sapevano bene di cosa
stavo parlando: e questo mi dava una grande
carica.
Una frase di
Don Zeno che t’è rimasta nel
cuore.
Una volta, a una sua domanda su cosa fosse
la solidarietà, una persona rispose:
“È come quando hai 2 scarpe:
una la tieni te e una la dai all’altro”.
Don Zeno ribatté con un paradosso:
“Immagina che vengano 2 persone a
chiederti una scarpa: tu devi darle entrambe
e così resti scalzo”.Quella
risposta sconvolse l’uditorio. Aveva
un’idea assoluta e totale del dono.
Provava un amore spassionato per il popolo
mentre era sospettoso con i ricchi. Perciò,
quando qualche potente lo aiutava, lui era
molto esigente e lo faceva anche sentire
un po’… in colpa secondo me.
Per lui un’elargizione non bastava!
Vivere e
proporre, da parte di Don Zeno, progetti
utopistici, non gli faceva perdere di concretezza?
Secondo me no. Anzi, il problema è
che oggi si è persa l’utopia,
che invece è un vero e proprio motore.
Se non pensassi che c’è una
possibilità nuova o diversa non cambieresti
niente. Quel vivere tutti senza proprietà
ancora oggi ci mette a confronto con le
nostre disuguaglianze e contraddizioni.
La vita di
un giovane come si può far interrogare
da un personaggio come Don Zeno?
Io penso che i giovani più impegnati
nella solidarietà si interroghino
molto: hanno fatto già una scelta,
dedicando parte del loro tempo agli altri.
C’è però anche una parte
di giovani che subisce il meccanismo “violento”
che ti rende fin da piccolo solo un consumatore.
Il messaggio del film, invece, è
di aiutare gli adolescenti a crescere pensando
che i modelli non sono solo quelli che la
società odierna propone, anche se
si tratta solo di una fiction…
Spot pubblicitario:
3 motivi per cui un ragazzo dovrebbe vedere
questo film.
Uno: pensare che il passato ci può
insegnare qualcosa rivedendolo. Spesso non
capiamo noi stessi oggi, ma può risultarci
più semplice capire l’adolescente
di un altro periodo storico perché,
sapendo più cose, riusciamo a identificare
il perché di certe scelte. Poi –
ed è un motivo che vale per me –
è bene vedere una fiction recitata
“bene”. Ci siamo abituati troppo
a un’idea di non adesione alle cose,
al “similvero”. E quando vediamo
un attore o un’attrice non particolarmente
dotato, che viene da altre esperienze, dato
che non ci aspettiamo molto, siamo portati
addirittura a dire: “Beh, in fondo
non se la cava male!”. Perdersi in
un racconto, invece, vuol dire molto! Infine,
sono molti i giovani di cui raccontiamo
le storie nel film su Don Zeno, e anche
questo è un motivo per vederlo.
Dopo Rosario
Livatino, padre Lele Ramin, Don Luigi Di
Liegro, un altro testimone di santità
del nostro tempo: queste interpretazioni
hanno inciso sul tuo rapporto con la fede?
Sono tutte persone dotate di una forte spinta
interiore e di grande fede. Don Zeno, Di
Liegro erano persone straordinarie, perché
avevano una capacità di darsi agli
altri inumana. Penso che questi lavori mi
abbiano fatto riflettere e rafforzato nell’idea
che quello con la fede è un legame
personale. E poi, la grande coerenza di
vita – merce oggi molto rara –
credo sia ciò che mi è rimasto
di più di questi personaggi!
Progetti futuri?
Ti do uno scoop: preti per un po’
non ne farò! Ho deciso di prendermi
una pausa di riflessione, perché
è anche giusto non identificarsi
troppo. Scherzi a parte…Sto preparando
delle letture teatrali. Vorrei farne uno
spettacolo il prossimo anno. Mi piacerebbe
leggere “le cose che piacciono a me”,
inframmezzate da dialoghi col pubblico.
Vorrei rompere la quarta parete che separa
l’attore dal pubblico. E poi, ci sarebbe
il progetto, con Marco Presta (Il ruggito
del coniglio, Radio2, ndr),
di una trasmissione televisiva in seconda
serata. Un talkshow libero e familiare.
Vorrei invitare degli amici – attori
e quant’altro – e fare con loro
una chiacchierata su fatti di attualità:
come quando si sta a casa e si commenta
un fatto. Si tratterebbe di sperimentarmi
in qualcosa di nuovo. Sono stimoli, no?!
E ti possono dare molto!
Ada Serra |