In questo numero
CASA DOLCE CASA di Gianluca Marasco

TGiovani che non si sposano
perché non hanno un tetto.
Mutui sempre più inaccessibili. Rischio sfratti.
Da venti anni non si costruiscono
più case per chi ha redditi bassi.
Così aumenta il numero di chi ha bisogno
di un tetto e non riesce a trovarlo.
Mentre emerge un rischio nuovo
dal nome raffinato: banlieue.


La casa: un sogno e un bisogno. Per tutti. Anche per i giovani. Lavoro precario, mutuo impossibile, oggi avere una casa è un’odissea e a volte una lotta tra poveri.
Gli anni Sessanta e Settanta avevano dato all’Italia, in pieno sviluppo economico, la possibilità di garantire un tetto a tanti. Negli anni ’50 partì il piano Ina-casa di Amintore Fanfani che, fino al 1963, realizzò 355.000 alloggi. È del 1962, invece, la nota legge 167 che dà ancora oggi il nome a interi quartieri cittadini in tutta Italia, zone residenziali a carattere economico o popolare. Ma da venti anni è quasi tutto bloccato. Così l’aumento della popolazione italiana e la più consistente presenza di immigrati ha accresciuto la richiesta di tetti con affitti a canone agevolato.
Gli interventi di manutenzione inoltre non riescono a stare dietro al logorio del tempo e spesso le case popolari sono in condizioni disastrate, inadatte ad accogliere dignitosamente le famiglie.
La situazione, riconosciuta come vera emergenza, ha portato la precedente legislatura a varare a larghissima maggioranza la legge 9/2007, un piano triennale per affrontare la situazione con fondi per oltre un miliardo di Euro e ad ideare un nuovo progetto di realizzazione di abitazioni a canone sostenibile. Il piano dovrà tenere conto non solo dei redditi bassi ma anche di quelli che pur essendo dignitosi non riescono comunque a sostenere i prezzi imposti dal libero mercato immobiliare.
La difficoltà della situazione si coglie anche dal fatto che la stessa legge, per venire incontro alla crisi economica di molte famiglie, ha stabilito che andavano sospesi per otto mesi i provvedimenti di sfratto per le persone con particolari disagi.
Dopo tanti anni si è tornato a parlare di costruire nuove abitazioni, ma lo stato delle cose richiede anche che vengano affrontati i problemi decennali che tarlano il sistema dell’edilizia popolare.


Tante cause, un solo effetto
Secondo i dati Federcasa, la Federazione che riunisce 114 enti che, in tutta Italia, costruiscono e gestiscono abitazioni sociali realizzate con fondi pubblici (gli Iacp, Istituti autonomi case popolari, molti dei quali ormai trasformati in aziende), l’Italia può contare su un patrimonio di oltre 900 mila alloggi e di altre 200mila di proprietà dei Comuni, tutti destinati ad una utenza con reddito basso o medio. Un milione e 100mila case che se tenute in buono stato e ben gestite risolverebbero diversi problemi.
Invece, lo stato di molti edifici è inadeguato: palazzine vecchie, prive di ascensore, con impianti elettrici pericolosi e balconi pericolanti. Eppure le erosone continuano a viverci dentro, obbligate dalla necessità. Nella gestione di questo patrimonio immobiliare si riscontrano le altre falle: l’occupazione abusiva degli appartamenti (da parte di chi non ha diritto, ho non rispetta le graduatorie) e il mancato pagamento degli affitti e delle spesa condominiali, che toglie denaro per le ristrutturazioni delle case.
Il primo nodo, quello degli occupanti abusivi, i quali prendono possesso di abitazioni momentaneamente libere e le sottraggono a chi avrebbe più bisogno di loro, è consistente e difficile da risolvere: spesso il propri bisogno non guarda in faccia a quelli altri e pur di soddisfarlo si trasgredisce la legge. Gli abusivi sono il 14% del totale in Sicilia, il 13% in Campania, l’8% in Puglia. Cosa accade? Liberatosi un appartamento, parte la fuga di notizie e si scatena la corsa a chi arriva prima: è il condomino che avvisa i parenti che la casa vicina è vuota, o in alcuni casi sono organizzazioni criminali che, dietro compenso, danno le dritte giuste sugli alloggi disponibili e pronti per essere presi illegalmente in possesso. Visti i numeri, non è facile liberare le case abusivamente occupate e agli enti pubblici spesso occorrono anni per avere ragione.
Accanto a questo c’è il fenomeno molto consistente di chi, pur non avendo affatto problemi economici e lavorativi, continua a vivere nella casa del nonno o del parente bisognoso, anche dopo la sua morte. E a pagare affitti irrisori. Casi difficili da scovare, che in sostanza sono una sorta di occupazione abusiva.
La seconda questione: il mancato pagamento degli affitti. Pur trattandosi di somme molto basse, alcune volte di soli 42 euro al mese, gli inquilini non possono o non vogliono pagare. Un fenomeno molto vasto: nella sola Napoli sono oltre il 60% i morosi, gli affittuari non paganti, a Torino uno su quattro. Sul territorio nazionale sono il 13,7% con punte del 30% al Sud. Così i Comuni e gli Enti pubblici si ritrovano i conti in rosso e nell’impossibilità di assegnare i propri appartamenti a chi ne ha diritto. Solo nel periodo tra il 2002 ed il 2006 hanno subito perdite per 930 milioni di euro. Per recuperare un po’ di denaro, negli ultimi anni hanno iniziato a vendere gli alloggi a chi, con diritto, li abita. Ma a volte, come nel Lazio, si è trattato di vere e proprie svendite, a prezzi eccessivamente bassi, a causa di gestioni clientelari.
Infine la questione graduatorie. Per vedersi assegnare una casa popolare è necessario presentare una domanda. Tutte le richieste vengono inserite in graduatorie a punteggio, stilate dai Comuni per regolare la priorità di accesso alle abitazioni. Le liste sono lunghissime e spesso restano in attesa migliaia di persone. In alcuni casi solo un terzo dei richiedenti riesce a trovare posto negli alloggi di edilizia residenziale pubblica. E vista la situazione di stallo saranno costretti ad aspettare anni.
Il fatto è che il patrimonio immobiliare dello Stato italiano è tre volte inferiore a quello di altri grandi Paesi europei, come Francia e Germania, ed è afflitto da problemi cronici che aggravano la crisi.


Proposte al governo che verrà
L’emergenza rimane in fondo alle priorità dei programmi politici o almeno non affrontata direttamente. Così molti amministratori hanno preso carta e penna e si sono rivolti direttamente ai leader dei partiti per chiedere che le misure adottate negli anni precedenti con la legge 9/2007 e con il Documento di Programmazione economica e finanziaria 2008-2001, vengano ampliate e portate a compimento.
Il rilancio dell’investimento sul mattone da parte dello Stato per le fasce più deboli va accompagnato però ad un ripensamento di questo tipo di strutture. Perchè non si corra più il rischio di trovarsi nuovamente con abitazioni che divengono presto fatiscenti che portano disagio sociale e giovanile e favoriscano la crescita della delinquenza.
Perciò la progettazione delle nuove abitazioni non dovrà essere solo funzionale risolvendo il problema di un tetto per molte persone. L’economicità degli affitti non vorrà dire anche risparmio sulla qualità; allora si punta su alloggi a risparmio energetico, che facilitano le famiglie nel ridurre le spese delle bollette, che le zone circostanti siano fornite di servizi, di aree a verde, di luoghi di aggregazione e si abbandoni l’idea dei quartieri dormitorio,che siano anche le imprese edili private a trovare conveniente investire su abitazioni “popolari”, grazie ad incentivi e accordi, così che non sia solo lo Stato a doversi fare carico del problema casa. Si vuole far sviluppare il cosiddetto “Housing sociale”, la realizzazione di case che vengano incontro anche alle fasce di reddito medio, sempre più esposte all’aumento dei prezzi e del costo della vita.


La situazione degli immigrati
La difficoltà scatena proteste e discussioni: soprattutto al Nord l’assegnazione di case popolari ad extracomunitari bisognosi è stata accompagnata da forti polemiche da parte della popolazione locale, che si è vista defraudata di un diritto che “andrebbe garantito in primis agli italiani”. Secondo Federcasa, nel 2004 erano già oltre 73mila gli alloggi assegnati a cittadini stranieri, cioè il 4 per cento della popolazione complessiva dell’edilizia popolare e si prospetta un incremento del 36 percento annuo. Ciò che fa difficoltà è il fatto che nelle graduatorie vengono favoriti i nuclei familiari con un numero di figli più alto: criterio che favorisce le famiglie non italiane, statisticamente più prolifiche. Ma tra Regione e regione cambiano i criteri di assegnazione delle case popolari: Lacune come l’Emilia Romagna tratta gli stranieri alla stessa stregua dei richiedenti italiani, per altre, come l’Umbria sono necessari tre anni di residenza regolare.
La concentrazione di immigrati nelle periferie delle grandi città ha fatto parlare di “rischio banlieue”, ma i numeri non sono paragonabili a quelli francesi.
Va in ogni caso ripensata la politica dell’integrazione, affinché la concentrazione in zone urbane marginali non trasformi i quartieri popolari in aree di confine e di separazione.

Gianluca Marasco

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