La casa: un sogno e un bisogno. Per tutti.
Anche per i giovani. Lavoro precario, mutuo
impossibile, oggi avere una casa è
un’odissea e a volte una lotta tra
poveri.
Gli anni Sessanta e Settanta avevano dato
all’Italia, in pieno sviluppo economico,
la possibilità di garantire un tetto
a tanti. Negli anni ’50 partì
il piano Ina-casa di Amintore Fanfani che,
fino al 1963, realizzò 355.000 alloggi.
È del 1962, invece, la nota legge
167 che dà ancora oggi il nome a
interi quartieri cittadini in tutta Italia,
zone residenziali a carattere economico
o popolare. Ma da venti anni è quasi
tutto bloccato. Così l’aumento
della popolazione italiana e la più
consistente presenza di immigrati ha accresciuto
la richiesta di tetti con affitti a canone
agevolato.
Gli interventi di manutenzione inoltre non
riescono a stare dietro al logorio del tempo
e spesso le case popolari sono in condizioni
disastrate, inadatte ad accogliere dignitosamente
le famiglie.
La situazione, riconosciuta come vera emergenza,
ha portato la precedente legislatura a varare
a larghissima maggioranza la legge 9/2007,
un piano triennale per affrontare la situazione
con fondi per oltre un miliardo di Euro
e ad ideare un nuovo progetto di realizzazione
di abitazioni a canone sostenibile. Il piano
dovrà tenere conto non solo dei redditi
bassi ma anche di quelli che pur essendo
dignitosi non riescono comunque a sostenere
i prezzi imposti dal libero mercato immobiliare.
La difficoltà della situazione si
coglie anche dal fatto che la stessa legge,
per venire incontro alla crisi economica
di molte famiglie, ha stabilito che andavano
sospesi per otto mesi i provvedimenti di
sfratto per le persone con particolari disagi.
Dopo tanti anni si è tornato a parlare
di costruire nuove abitazioni, ma lo stato
delle cose richiede anche che vengano affrontati
i problemi decennali che tarlano il sistema
dell’edilizia popolare.
Tante cause,
un solo effetto
Secondo i dati Federcasa, la Federazione
che riunisce 114 enti che, in tutta Italia,
costruiscono e gestiscono abitazioni sociali
realizzate con fondi pubblici (gli Iacp,
Istituti autonomi case popolari, molti dei
quali ormai trasformati in aziende), l’Italia
può contare su un patrimonio di oltre
900 mila alloggi e di altre 200mila di proprietà
dei Comuni, tutti destinati ad una utenza
con reddito basso o medio. Un milione e
100mila case che se tenute in buono stato
e ben gestite risolverebbero diversi problemi.
Invece, lo stato di molti edifici è
inadeguato: palazzine vecchie, prive di
ascensore, con impianti elettrici pericolosi
e balconi pericolanti. Eppure le erosone
continuano a viverci dentro, obbligate dalla
necessità. Nella gestione di questo
patrimonio immobiliare si riscontrano le
altre falle: l’occupazione abusiva
degli appartamenti (da parte di chi non
ha diritto, ho non rispetta le graduatorie)
e il mancato pagamento degli affitti e delle
spesa condominiali, che toglie denaro per
le ristrutturazioni delle case.
Il primo nodo, quello degli occupanti abusivi,
i quali prendono possesso di abitazioni
momentaneamente libere e le sottraggono
a chi avrebbe più bisogno di loro,
è consistente e difficile da risolvere:
spesso il propri bisogno non guarda in faccia
a quelli altri e pur di soddisfarlo si trasgredisce
la legge. Gli abusivi sono il 14% del totale
in Sicilia, il 13% in Campania, l’8%
in Puglia. Cosa accade? Liberatosi un appartamento,
parte la fuga di notizie e si scatena la
corsa a chi arriva prima: è il condomino
che avvisa i parenti che la casa vicina
è vuota, o in alcuni casi sono organizzazioni
criminali che, dietro compenso, danno le
dritte giuste sugli alloggi disponibili
e pronti per essere presi illegalmente in
possesso. Visti i numeri, non è facile
liberare le case abusivamente occupate e
agli enti pubblici spesso occorrono anni
per avere ragione.
Accanto a questo c’è il fenomeno
molto consistente di chi, pur non avendo
affatto problemi economici e lavorativi,
continua a vivere nella casa del nonno o
del parente bisognoso, anche dopo la sua
morte. E a pagare affitti irrisori. Casi
difficili da scovare, che in sostanza sono
una sorta di occupazione abusiva.
La seconda questione: il mancato pagamento
degli affitti. Pur trattandosi di somme
molto basse, alcune volte di soli 42 euro
al mese, gli inquilini non possono o non
vogliono pagare. Un fenomeno molto vasto:
nella sola Napoli sono oltre il 60% i morosi,
gli affittuari non paganti, a Torino uno
su quattro. Sul territorio nazionale sono
il 13,7% con punte del 30% al Sud. Così
i Comuni e gli Enti pubblici si ritrovano
i conti in rosso e nell’impossibilità
di assegnare i propri appartamenti a chi
ne ha diritto. Solo nel periodo tra il 2002
ed il 2006 hanno subito perdite per 930
milioni di euro. Per recuperare un po’
di denaro, negli ultimi anni hanno iniziato
a vendere gli alloggi a chi, con diritto,
li abita. Ma a volte, come nel Lazio, si
è trattato di vere e proprie svendite,
a prezzi eccessivamente bassi, a causa di
gestioni clientelari.
Infine la questione graduatorie. Per vedersi
assegnare una casa popolare è necessario
presentare una domanda. Tutte le richieste
vengono inserite in graduatorie a punteggio,
stilate dai Comuni per regolare la priorità
di accesso alle abitazioni. Le liste sono
lunghissime e spesso restano in attesa migliaia
di persone. In alcuni casi solo un terzo
dei richiedenti riesce a trovare posto negli
alloggi di edilizia residenziale pubblica.
E vista la situazione di stallo saranno
costretti ad aspettare anni.
Il fatto è che il patrimonio immobiliare
dello Stato italiano è tre volte
inferiore a quello di altri grandi Paesi
europei, come Francia e Germania, ed è
afflitto da problemi cronici che aggravano
la crisi.
Proposte al
governo che verrà
L’emergenza rimane in fondo alle priorità
dei programmi politici o almeno non affrontata
direttamente. Così molti amministratori
hanno preso carta e penna e si sono rivolti
direttamente ai leader dei partiti per chiedere
che le misure adottate negli anni precedenti
con la legge 9/2007 e con il Documento di
Programmazione economica e finanziaria 2008-2001,
vengano ampliate e portate a compimento.
Il rilancio dell’investimento sul
mattone da parte dello Stato per le fasce
più deboli va accompagnato però
ad un ripensamento di questo tipo di strutture.
Perchè non si corra più il
rischio di trovarsi nuovamente con abitazioni
che divengono presto fatiscenti che portano
disagio sociale e giovanile e favoriscano
la crescita della delinquenza.
Perciò la progettazione delle nuove
abitazioni non dovrà essere solo
funzionale risolvendo il problema di un
tetto per molte persone. L’economicità
degli affitti non vorrà dire anche
risparmio sulla qualità; allora si
punta su alloggi a risparmio energetico,
che facilitano le famiglie nel ridurre le
spese delle bollette, che le zone circostanti
siano fornite di servizi, di aree a verde,
di luoghi di aggregazione e si abbandoni
l’idea dei quartieri dormitorio,che
siano anche le imprese edili private a trovare
conveniente investire su abitazioni “popolari”,
grazie ad incentivi e accordi, così
che non sia solo lo Stato a doversi fare
carico del problema casa. Si vuole far sviluppare
il cosiddetto “Housing sociale”,
la realizzazione di case che vengano incontro
anche alle fasce di reddito medio, sempre
più esposte all’aumento dei
prezzi e del costo della vita.
La situazione
degli immigrati
La difficoltà scatena proteste e
discussioni: soprattutto al Nord l’assegnazione
di case popolari ad extracomunitari bisognosi
è stata accompagnata da forti polemiche
da parte della popolazione locale, che si
è vista defraudata di un diritto
che “andrebbe garantito in primis
agli italiani”. Secondo Federcasa,
nel 2004 erano già oltre 73mila gli
alloggi assegnati a cittadini stranieri,
cioè il 4 per cento della popolazione
complessiva dell’edilizia popolare
e si prospetta un incremento del 36 percento
annuo. Ciò che fa difficoltà
è il fatto che nelle graduatorie
vengono favoriti i nuclei familiari con
un numero di figli più alto: criterio
che favorisce le famiglie non italiane,
statisticamente più prolifiche. Ma
tra Regione e regione cambiano i criteri
di assegnazione delle case popolari: Lacune
come l’Emilia Romagna tratta gli stranieri
alla stessa stregua dei richiedenti italiani,
per altre, come l’Umbria sono necessari
tre anni di residenza regolare.
La concentrazione di immigrati nelle periferie
delle grandi città ha fatto parlare
di “rischio banlieue”, ma i
numeri non sono paragonabili a quelli francesi.
Va in ogni caso ripensata la politica dell’integrazione,
affinché la concentrazione in zone
urbane marginali non trasformi i quartieri
popolari in aree di confine e di separazione.
Gianluca Marasco |