In questo numero
LA GRANDE ASSENTE di Susanna Conti

 


La recente campagna elettorale è stata un grande spettacolo, martellante, continuo, collegato con le leggi dell’ascolto televisivo molto più che con la conoscenza delle istituzioni da parte dei (giovani) elettori. Molte persone sono andate a votare convinte di eleggere il presidente del consiglio, senza ricordare (senza sapere) che l’Italia è una repubblica parlamentare e non una repubblica presidenziale, almeno fin tanto che rimarrà in vigore la Costituzione. Molti a votare non sono andati, o per sfiducia profonda o perché convinti ad astenersi dai nuovi movimenti anti-politici, collegati essi stessi (e profondamente) con le leggi dello spettacolo.
Adesso che lo show è finito e che il nuovo parlamento e il nuovo governo devono lavorare nel quotidiano dell’Italia, è da vedere quale sarà il rapporto effettivo fra elettori ed eletti, come e se comunicheranno gli uni con gli altri, quale ruolo potranno avere i giovani in un’opera non più rimandabile di svecchiamento e di semplificazione della politica.

Tra il palazzo e la piazza…
… c’è una nebbia folta, cioè fitta. È una citazione dai Ricordi di Guicciardini, scritti intorno al 1528. Vuol dire che le persone “normali” sanno molto poco di quello che succede nei luoghi dove lavorano i politici. Il paradosso è che a quasi 500 anni di distanza (con l’informazione via TV, via internet, via TG per SMS, con i creatori di immagine che ci informano sulla vita privata dei presidenti, con i telefoni intercettati) qualche cosa del genere è ancora vera: nonostante i politici negli ultimi anni abbiano indossato bandane e siano andati in bicicletta, il loro lavoro rimane qualcosa di staccato, di eccezionale, di strano nella percezione comune. Soprattutto spesso vale l’idea che i cittadini normali, elezioni a parte, abbiano poco a che fare con il lavoro dei politici. Quanto ai giovani, all’inizio del Terzo Millennio, non accade quasi mai che siano ammessi ai posti dove si prendono le decisioni che riguardano il loro futuro più o meno prossimo. Non si venga a dire che tra i nuovi parlamentari i giovani sono molti: questi non sono “i giovani”, sono solo un po’ più giovani della media.
Che tutto questo succeda per errore dei politici è chiaro. Però a noi importa, più che fare denunce, capire se ciascuno di noi possa fare qualcosa di concreto e di utile per comunicare con le istituzioni e per vivere bene da cittadino assieme agli altri cittadini. Il che, tutto sommato, nel linguaggio scolastico si chiama educazione civica.

Con le istituzioni comunichi se le conosci
A questo punto uno studente che legga Dimensioni sta già sentendo odore di materie scolastiche, nonostante incalzino piuttosto recuperi e vacanze. Niente di tutto questo, perché si può sfidare chiunque a sostenere che l’educazione civica sia davvero sentita come una disciplina scolastica da insegnanti e allievi: infatti non c’è nessuna materia nella nostra scuola che sia orfana come l’educazione civica: orfana perché non ha uno spazio suo (infatti sta assieme alla storia), orfana perché tutti si angustiano se non hanno finito il programma di algebra, ma nessuno si angustia se non ha finito quello di educazione civica, orfana perché, tutto sommato, un programma di educazione civica non si può nemmeno dire che ci sia (e nessuno teme di prenderci il debito). Molti sostengono che si tratta di un comportamento che attraversa le discipline, di un vivere civile che non si può limitare a un’ora settimanale. Vero, ma il rischio è che salti anche quell’ora ogni tanto.
Eppure non sono pochi gli insegnanti che vorrebbero avere uno spazio per parlare dei problemi dell’Italia e del mondo, senza rubare qualche minuto alle proiezioni accidentali o alle proposizioni dichiarative o all’atomo secondo Bohr. Oppure senza dover costruire un progetto apposito da sottoporre al collegio docente. Visto che si tratta di un comportamento che attraversa le discipline, l’educazione civica potrebbe anzi diventare il tempo privilegiato di quel lavoro interdisciplinare che molti ritengono importantissimo.
Oltre tutto il 2008 è l’anno in cui si celebrano i 60 anni della Costituzione Italiana. Possederne il testo è facilissimo: lo hanno già regalato diversi quotidiani e comunque è un testo che si scarica gratis da internet. Sarebbe bello che tutti lo avessero e sapessero d’averlo al di là dell’anniversario. Infatti è il testo base per vivere in Italia da cittadini ed è anche scritto con grande semplicità di linguaggio. Nonostante sia così importante, è breve e si capisce bene. Non è neanche tanto vecchio: alcuni costituenti (come il presidente Scalfaro o il presidente Andreotti) sono noti anche ai ragazzi.
Va da sé che è meglio leggere la Costituzione in classe e non tutta di seguito: ci vuole almeno un prof. Sarebbe anche meglio sapere di più su come funziona questa Europa di cui a volte ricordiamo di essere cittadini. Sarebbe meglio per saperlo, ma anche per non accorgersi di non saperne abbastanza al momento di una prova di ingresso all’università o in Polizia o in qualche altro luogo in cui uno progetta di costruire il proprio futuro. Ci vuole un prof, certo. Però, se lo vedete subissato da guerre dei 30 e dei 100 anni, potete anche gentilmente ricordarglielo. Possibilmente, poi, niente test di verifica: la verifica è in quello che uno fa giorno per giorno…

Le istituzioni sono della comunità
C’è un altro motivo importante per conoscere che cosa sia la libertà del proprio paese e come sia stata ottenuta e regolata: il fatto che non è garantito che essa rimanga salda per la sola ragione che è stata fondata e difesa per 60 anni. Le istituzioni, le strutture, non sono valori autonomi. Anche le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini ad una libera adesione all'ordinamento comunitario. La libertà necessita di una convinzione; una convinzione non esiste da sé, ma deve essere sempre di nuovo riconquistata comunitariamente. Generazione dopo generazione, per scelta consapevole. Dunque le istituzioni sono nostre se le abbiamo fatte nostre: non sono (non dovrebbero essere) sopra di noi. Le parole in corsivo sono autorevoli, sono al di sopra delle parti e non sono nostre. Sono nell’enciclica del Papa sulla speranza e assegnano a ciascuno una responsabilità che va molto al di là di questa riflessione sulla scuola.

Piccolo è bello
Finora abbiamo fatto discorsi molto importanti. Uno si può chiedere come incidano discorsi così elevati sulla vita di tutti i giorni, che spesso è fatta di atti riflessi sui quali non si sta a pensare sempre. Vero, ma sia i grandi ideali sia le norme che regolano le comunità hanno valore effettivo se si radicano nel quotidiano. Qualche decennio fa, uscì un libro importantissimo, intitolato Piccolo è bello. Lo scrisse un economista inglese, Schumacher, pensando soprattutto alle dimensioni delle industrie e alle tecnologie sostenibili. Piccolo è bello si affermò anche come stile di vita: non tutti hanno strumenti, mezzi e occasioni per costruire i massimi sistemi, ma ciascuno può agire con qualcosa di piccolo e utile per far stare un po’ meglio tutti quanti.
Seguono alcune idee che tutti possono mettere in pratica. Al solito, ciascuno può inventare nuovi esempi e dirli agli altri.

• L’emergenza rifiuti in Campania è stata sconvolgente. Tutti però possiamo produrre meno immondizia: riciclando le cartucce della stampante, comperando il dentifricio senza scatola di cartone, facendo la raccolta differenziata…
• L’ambiente in cui viviamo è avvelenato in molti modi. Tutti però possiamo contribuire un po’ a risanarlo: non usando quantità esagerate di gel o di bagno schiuma, lasciando perdere l’ammorbidente sugli asciugamani, sapendo che d’inverno si può risparmiare sul riscaldamento, se non si pretende di stare in casa in T-shirt…
• C’è una nuova emergenza povertà. Tutti possiamo occuparci di far compagnia a una persona anziana in difficoltà, farle la spesa settimanale, accompagnarla dove deve andare o magari a fare una passeggiata…
• Quelli che abbandonano o maltrattano gli animali sono assassini. Ma noi possiamo andare ad aiutare i volontari dei canili e dei gattili, provvedere almeno a un randagio, frequentare il corso da guardia zoofila…
• Un’altra emergenza è quella dell’immigrazione. Ma l’integrazione culturale passa attraverso ciascuno: vi siete accorti che sul treno è raro che un italiano si sieda vicino a un extracomunitario? O che dia un’informazione rivolgendosi a un straniero con il lei e non con il tu? Forse non per chiarezza comunicativa…

D’accordo: in questo modo non si risolvono i problemi. Ma se ne attenua un piccolo pezzo. Educazione civica è (anche) insegnare agli altri come si fa: agli amici (con cui è più semplice), ai familiari adulti, ai professori. Non è detto che genitori e prof si comportino davvero e sempre in questo modo.
Così, a tutti quelli che pontificano sui giovani senza valori e senza ideali, si può ricordare intanto, ad esempio, che ci sono i ragazzi di Locri e poi che proprio voi avete voglia di gesti quotidiani di democrazia.

Susanna Conti

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