La recente campagna elettorale è
stata un grande spettacolo, martellante,
continuo, collegato con le leggi dell’ascolto
televisivo molto più che con la conoscenza
delle istituzioni da parte dei (giovani)
elettori. Molte persone sono andate a votare
convinte di eleggere il presidente del consiglio,
senza ricordare (senza sapere) che l’Italia
è una repubblica parlamentare e non
una repubblica presidenziale, almeno fin
tanto che rimarrà in vigore la Costituzione.
Molti a votare non sono andati, o per sfiducia
profonda o perché convinti ad astenersi
dai nuovi movimenti anti-politici, collegati
essi stessi (e profondamente) con le leggi
dello spettacolo.
Adesso che lo show è finito
e che il nuovo parlamento e il nuovo governo
devono lavorare nel quotidiano dell’Italia,
è da vedere quale sarà il
rapporto effettivo fra elettori ed eletti,
come e se comunicheranno gli uni con gli
altri, quale ruolo potranno avere i giovani
in un’opera non più rimandabile
di svecchiamento e di semplificazione della
politica.
Tra il palazzo
e la piazza…
… c’è una nebbia
folta, cioè fitta. È
una citazione dai Ricordi di Guicciardini,
scritti intorno al 1528. Vuol dire che le
persone “normali” sanno molto
poco di quello che succede nei luoghi dove
lavorano i politici. Il paradosso è
che a quasi 500 anni di distanza (con l’informazione
via TV, via internet, via TG per SMS, con
i creatori di immagine che ci informano
sulla vita privata dei presidenti, con i
telefoni intercettati) qualche cosa del
genere è ancora vera: nonostante
i politici negli ultimi anni abbiano indossato
bandane e siano andati in bicicletta, il
loro lavoro rimane qualcosa di staccato,
di eccezionale, di strano nella percezione
comune. Soprattutto spesso vale l’idea
che i cittadini normali, elezioni a parte,
abbiano poco a che fare con il lavoro dei
politici. Quanto ai giovani, all’inizio
del Terzo Millennio, non accade quasi mai
che siano ammessi ai posti dove si prendono
le decisioni che riguardano il loro futuro
più o meno prossimo. Non si venga
a dire che tra i nuovi parlamentari i giovani
sono molti: questi non sono “i giovani”,
sono solo un po’ più giovani
della media.
Che tutto questo succeda per errore dei
politici è chiaro. Però a
noi importa, più che fare denunce,
capire se ciascuno di noi possa fare qualcosa
di concreto e di utile per comunicare con
le istituzioni e per vivere bene da cittadino
assieme agli altri cittadini. Il che, tutto
sommato, nel linguaggio scolastico si chiama
educazione civica.
Con le istituzioni comunichi se le conosci
A questo punto uno studente che legga Dimensioni
sta già sentendo odore di materie
scolastiche, nonostante incalzino piuttosto
recuperi e vacanze. Niente di tutto questo,
perché si può sfidare chiunque
a sostenere che l’educazione civica
sia davvero sentita come una disciplina
scolastica da insegnanti e allievi: infatti
non c’è nessuna materia nella
nostra scuola che sia orfana come l’educazione
civica: orfana perché non
ha uno spazio suo (infatti sta assieme alla
storia), orfana perché tutti
si angustiano se non hanno finito il programma
di algebra, ma nessuno si angustia se non
ha finito quello di educazione civica, orfana
perché, tutto sommato, un programma
di educazione civica non si può nemmeno
dire che ci sia (e nessuno teme di prenderci
il debito). Molti sostengono che si tratta
di un comportamento che attraversa le
discipline, di un vivere civile
che non si può limitare a un’ora
settimanale. Vero, ma il rischio è
che salti anche quell’ora ogni tanto.
Eppure non sono pochi gli insegnanti che
vorrebbero avere uno spazio per parlare
dei problemi dell’Italia e del mondo,
senza rubare qualche minuto alle proiezioni
accidentali o alle proposizioni dichiarative
o all’atomo secondo Bohr. Oppure senza
dover costruire un progetto apposito da
sottoporre al collegio docente. Visto che
si tratta di un comportamento che attraversa
le discipline, l’educazione civica
potrebbe anzi diventare il tempo privilegiato
di quel lavoro interdisciplinare che molti
ritengono importantissimo.
Oltre tutto il 2008 è l’anno
in cui si celebrano i 60 anni della Costituzione
Italiana. Possederne il testo è facilissimo:
lo hanno già regalato diversi quotidiani
e comunque è un testo che si scarica
gratis da internet. Sarebbe bello che tutti
lo avessero e sapessero d’averlo
al di là dell’anniversario.
Infatti è il testo base per vivere
in Italia da cittadini ed è anche
scritto con grande semplicità di
linguaggio. Nonostante sia così importante,
è breve e si capisce bene. Non è
neanche tanto vecchio: alcuni costituenti
(come il presidente Scalfaro o il presidente
Andreotti) sono noti anche ai ragazzi.
Va da sé che è meglio leggere
la Costituzione in classe e non tutta di
seguito: ci vuole almeno un prof. Sarebbe
anche meglio sapere di più su come
funziona questa Europa di cui a volte ricordiamo
di essere cittadini. Sarebbe meglio per
saperlo, ma anche per non accorgersi
di non saperne abbastanza al momento di
una prova di ingresso all’università
o in Polizia o in qualche altro luogo in
cui uno progetta di costruire il proprio
futuro. Ci vuole un prof, certo. Però,
se lo vedete subissato da guerre dei 30
e dei 100 anni, potete anche gentilmente
ricordarglielo. Possibilmente, poi, niente
test di verifica: la verifica è in
quello che uno fa giorno per giorno…
Le istituzioni
sono della comunità
C’è un altro motivo importante
per conoscere che cosa sia la libertà
del proprio paese e come sia stata ottenuta
e regolata: il fatto che non è garantito
che essa rimanga salda per la sola ragione
che è stata fondata e difesa per
60 anni. Le istituzioni, le strutture, non
sono valori autonomi. Anche le strutture
migliori funzionano soltanto se in una comunità
sono vive delle convinzioni che siano in
grado di motivare gli uomini ad una libera
adesione all'ordinamento comunitario.
La libertà necessita di una convinzione;
una convinzione non esiste da sé,
ma deve essere sempre di nuovo riconquistata
comunitariamente. Generazione dopo
generazione, per scelta consapevole. Dunque
le istituzioni sono nostre se le abbiamo
fatte nostre: non sono (non dovrebbero essere)
sopra di noi. Le parole in corsivo sono
autorevoli, sono al di sopra delle parti
e non sono nostre. Sono nell’enciclica
del Papa sulla speranza e assegnano a ciascuno
una responsabilità che va molto al
di là di questa riflessione sulla
scuola.
Piccolo è
bello
Finora abbiamo fatto discorsi molto importanti.
Uno si può chiedere come incidano
discorsi così elevati sulla vita
di tutti i giorni, che spesso è fatta
di atti riflessi sui quali non si sta a
pensare sempre. Vero, ma sia i grandi ideali
sia le norme che regolano le comunità
hanno valore effettivo se si radicano nel
quotidiano. Qualche decennio fa, uscì
un libro importantissimo, intitolato Piccolo
è bello. Lo scrisse un economista
inglese, Schumacher, pensando soprattutto
alle dimensioni delle industrie e alle tecnologie
sostenibili. Piccolo è bello
si affermò anche come stile di vita:
non tutti hanno strumenti, mezzi e occasioni
per costruire i massimi sistemi, ma ciascuno
può agire con qualcosa di piccolo
e utile per far stare un po’ meglio
tutti quanti.
Seguono alcune idee che tutti possono mettere
in pratica. Al solito, ciascuno può
inventare nuovi esempi e dirli agli altri.
• L’emergenza rifiuti in Campania
è stata sconvolgente. Tutti però
possiamo produrre meno immondizia: riciclando
le cartucce della stampante, comperando
il dentifricio senza scatola di cartone,
facendo la raccolta differenziata…
• L’ambiente in cui viviamo
è avvelenato in molti modi. Tutti
però possiamo contribuire un po’
a risanarlo: non usando quantità
esagerate di gel o di bagno schiuma, lasciando
perdere l’ammorbidente sugli asciugamani,
sapendo che d’inverno si può
risparmiare sul riscaldamento, se non si
pretende di stare in casa in T-shirt…
• C’è una nuova emergenza
povertà. Tutti possiamo occuparci
di far compagnia a una persona anziana in
difficoltà, farle la spesa settimanale,
accompagnarla dove deve andare o magari
a fare una passeggiata…
• Quelli che abbandonano o maltrattano
gli animali sono assassini. Ma noi possiamo
andare ad aiutare i volontari dei canili
e dei gattili, provvedere almeno a un randagio,
frequentare il corso da guardia zoofila…
• Un’altra emergenza è
quella dell’immigrazione. Ma l’integrazione
culturale passa attraverso ciascuno: vi
siete accorti che sul treno è raro
che un italiano si sieda vicino a un extracomunitario?
O che dia un’informazione rivolgendosi
a un straniero con il lei e non con il tu?
Forse non per chiarezza comunicativa…
D’accordo: in questo modo non si
risolvono i problemi. Ma se ne attenua un
piccolo pezzo. Educazione civica è
(anche) insegnare agli altri come si fa:
agli amici (con cui è più
semplice), ai familiari adulti, ai professori.
Non è detto che genitori e prof si
comportino davvero e sempre in questo modo.
Così, a tutti quelli che pontificano
sui giovani senza valori e senza ideali,
si può ricordare intanto, ad esempio,
che ci sono i ragazzi di Locri e poi che
proprio voi avete voglia di gesti
quotidiani di democrazia.
Susanna Conti |