Trent’anni di carriera, di cui venti
passati sotto i riflettori della popolarità.
Non sorprende, allora, che per Michele Zarrillo
sia arrivato il momento di riassumere il
suo splendido percorso artistico dopo la
recente partecipazione al Festival di Sanremo.
Niente di meglio, quindi, di un’antologia
intitolata significativamente Nel tempo
e nell’amore, dove sono racchiusi
i suoi trenta brani più conosciuti,
di cui cinque risuonati con nuovi arrangiamenti,
con l’aggiunta di due inediti: l’elegante
e jazzato Vie parallele e L’ultimo
film insieme, il pezzo sanremese.
Scorrono così le “immagini
sonore” di una pellicola che, dal
bianconero degli esordi, sono diventate
presto a colori. Zarrillo, infatti, si affaccia
sulla scena di Roma, sua città natale,
negli anni ’70 come cantante e chitarrista
dei Semiramis, un gruppo di rock progressivo.
La band ha un discreto seguito, ma lui sente
la necessità di esprimersi per conto
suo.
Dopo aver militato per breve tempo ne Il
Rovescio della Medaglia, apprezzata formazione
rock dell’epoca, inizia a scrivere
canzoni per artisti come Renato Zero e Ornella
Vanoni. Michele però vuole altro
e nell’87 il Festival di Sanremo gliene
offre l’occasione. Partecipa tra le
“Nuove Proposte” con La
notte dei pensieri, vince nella categoria
e inaugura così la sua storia da
solista.
Una storia che ha il suo decisivo momento
di svolta nel ’94, ancora a Sanremo,
quando Michele presenta Cinque giorni,
brano diventato un “classico”
della canzone italiana che tira la volata
all’ottimo album Come uomo tra
gli uomini. Da quel momento, il successo
non sfuggirà più all’artista
romano, rinnovandolo di anno in anno con
dischi dal gustoso taglio pop di alta qualità.
Una crescita costante, testimoniata ora
dalla doppia raccolta Nel tempo e nell’amore,
che offre l’occasione per ripercorrere
con Zarrillo la sua fantastica avventura
nelle sette note.
Quale bilancio
ti senti di fare alla luce di questa antologia?
Senz’altro positivo. Nei due cd sono
state selezionate alcune delle canzoni importanti
della mia carriera, anche se forse parlare
di bilancio è improprio, dà
l’idea di qualcosa che si è
concluso. Invece preferisco sempre pensare
al futuro: i progetti nuovi sono il sale
dell’artista.
Qual è
stata la scintilla che ha acceso in te la
passione per la musica?
È stato uno slancio istintivo, non
riconducibile a un momento preciso, che
mi ha portato già a undici anni verso
le sette note. Ricordo che quando frequentavo
le elementari, battevo sempre il ritmo sui
banchi di classe, così il maestro
convinse i miei genitori ad acquistarmi
uno strumento: scelsi la chitarra perché
allora rimanevo incantato ogni volta che
vedevo qualcuno suonarla.
Dal…
suonare al fare, però, di solito
c’è di mezzo il mare.
Ci vuole determinazione, un pizzico di fortuna,
volontà. Ho studiato, provato nelle
cantine, suonato moltissimo. Nei ’70
ho vissuto l’esperienza dei grandi
raduni rock con i Semiramis, ottenendo buoni
riscontri, per poi far parte per un breve
periodo dei Rovescio della Medaglia. Intanto
scoprivo da autodidatta il pianoforte e
incominciavo a scrivere le prime canzoni.
Non mi sono mai fermato.
Insomma,
tanta fatica e buona preparazione per emergere.
Non ti sembra che oggi quella “scuola”
sia un po’ sparita?
È vero. L’introduzione dei
computer e di vari marchingegni elettronici
facilita la realizzazione di una canzone.
Parecchi giovani non sanno nemmeno suonare
uno strumento, eppure incidono un brano.
Così va il mondo, ma non mi sembra
una cosa positiva: si punta al successo,
alla visibilità senza poi avere alle
spalle una preparazione tecnica adeguata.
Si rischia di ascoltare solo musica robotica.
Cosa ti ha convinto
a metterti in proprio?
All’epoca il rock progressivo era
fatto di brani lunghi e complessi. Ascoltando
alcuni cantautori nostrani e stranieri,
ho scoperto che si potevano esprimere le
emozioni anche con canzoni più brevi.
Ho così intrapreso una via diversa,
certo più pop, che ha però
in sé ancora i germi di quella esperienza
che negli arrangiamenti e nei passaggi armonici
differenzia le mie composizioni dalla canzone
canonica.
Dividendo
il titolo dell’antologia, la prima
parola è “tempo”. Ti
pesa, in qualche modo, il passare degli
anni?
Non particolarmente, anche se segna ovviamente
lo scorrere della nostra esistenza. Come
queste canzoni, che tracciano la mia vita
e stimolano ricordi, riflessioni, momenti
di gioia e di dolore che ho vissuto e trasportato
in melodia.
La seconda
parola è “amore”. Quanto
è importante per te?
È il motore del mondo, anche se ci
tengo a sottolineare che nei miei brani
non è affrontato solo come sentimento
di coppia, ma anche come espressione umana
nel relazionarsi con il prossimo, nel confronto
con gli altri.
Nell’antologia
hai risuonato alcuni pezzi. Perché?
Ho voluto riproporli con l’arrangiamento
con cui li suono oggi in concerto. In particolare,
tre di essi sono stati incisi in presa diretta
insieme al gruppo e all’orchestra,
e non è una cosa semplice. Infatti,
ci sono alcuni piccoli errori nella voce
dovuti al fatto che abbiamo suonato i brani
una decina di volte per poi scegliere quelli
più riusciti, ma ho voluto lasciarli
per non smarrire l’intensità
del momento.
In un mercato
discografico burrascoso, non hai mai avuto
crisi di vendite. Qual è il tuo segreto?
Credo di essere riuscito a scrivere dei
brani “non datati”, capaci di
rimanere nel tempo. È stata una grossa
fortuna, chiaramente, anche perché
tutto è accaduto in modo inconsapevole.
Se ci fai caso, le canzoni presentate nei
Festival di Sanremo a cui ho partecipato,
in quei giorni facevano magari molto meno
sensazione di altre, salvo poi consolidare
il loro successo con il passare dei mesi.
E senza fare nulla o seguire una particolare
promozione.
In effetti,
hai sempre tenuto un profilo elegante in
un ambiente in cui tutti strepitano per
farsi notare.
È il mio modo di essere. Non sono
un forzato del presenzialismo e non voglio
spersonalizzarmi per ottenere più
successo. A parlare deve essere soprattutto
la musica, per il resto preferisco rimanere
un po’ in disparte. Questo non vuol
dire che faccio l’eremita: mi interesso
un po’ di tutto, ma il mio atteggiamento
rimane pacato.
Claudio Facchetti |