In questo numero
MICHELE ZARRILLO, TRENT'ANNI E SENTIRLI BENE di Claudio Facchetti

Non strepita né scandalizza per farsi notare,
ma il suo pop d’autore gli ha consentito
di vivere una lunga carriera costellata
sempre da ottimi riscontri.
“Per me parla la musica”,
dice, e lo dimostra con l’antologia
“Nel tempo e nell’amore”.

 


Trent’anni di carriera, di cui venti passati sotto i riflettori della popolarità. Non sorprende, allora, che per Michele Zarrillo sia arrivato il momento di riassumere il suo splendido percorso artistico dopo la recente partecipazione al Festival di Sanremo. Niente di meglio, quindi, di un’antologia intitolata significativamente Nel tempo e nell’amore, dove sono racchiusi i suoi trenta brani più conosciuti, di cui cinque risuonati con nuovi arrangiamenti, con l’aggiunta di due inediti: l’elegante e jazzato Vie parallele e L’ultimo film insieme, il pezzo sanremese.
Scorrono così le “immagini sonore” di una pellicola che, dal bianconero degli esordi, sono diventate presto a colori. Zarrillo, infatti, si affaccia sulla scena di Roma, sua città natale, negli anni ’70 come cantante e chitarrista dei Semiramis, un gruppo di rock progressivo. La band ha un discreto seguito, ma lui sente la necessità di esprimersi per conto suo.
Dopo aver militato per breve tempo ne Il Rovescio della Medaglia, apprezzata formazione rock dell’epoca, inizia a scrivere canzoni per artisti come Renato Zero e Ornella Vanoni. Michele però vuole altro e nell’87 il Festival di Sanremo gliene offre l’occasione. Partecipa tra le “Nuove Proposte” con La notte dei pensieri, vince nella categoria e inaugura così la sua storia da solista.
Una storia che ha il suo decisivo momento di svolta nel ’94, ancora a Sanremo, quando Michele presenta Cinque giorni, brano diventato un “classico” della canzone italiana che tira la volata all’ottimo album Come uomo tra gli uomini. Da quel momento, il successo non sfuggirà più all’artista romano, rinnovandolo di anno in anno con dischi dal gustoso taglio pop di alta qualità.
Una crescita costante, testimoniata ora dalla doppia raccolta Nel tempo e nell’amore, che offre l’occasione per ripercorrere con Zarrillo la sua fantastica avventura nelle sette note.

Quale bilancio ti senti di fare alla luce di questa antologia?
Senz’altro positivo. Nei due cd sono state selezionate alcune delle canzoni importanti della mia carriera, anche se forse parlare di bilancio è improprio, dà l’idea di qualcosa che si è concluso. Invece preferisco sempre pensare al futuro: i progetti nuovi sono il sale dell’artista.


Qual è stata la scintilla che ha acceso in te la passione per la musica?
È stato uno slancio istintivo, non riconducibile a un momento preciso, che mi ha portato già a undici anni verso le sette note. Ricordo che quando frequentavo le elementari, battevo sempre il ritmo sui banchi di classe, così il maestro convinse i miei genitori ad acquistarmi uno strumento: scelsi la chitarra perché allora rimanevo incantato ogni volta che vedevo qualcuno suonarla.


Dal… suonare al fare, però, di solito c’è di mezzo il mare.
Ci vuole determinazione, un pizzico di fortuna, volontà. Ho studiato, provato nelle cantine, suonato moltissimo. Nei ’70 ho vissuto l’esperienza dei grandi raduni rock con i Semiramis, ottenendo buoni riscontri, per poi far parte per un breve periodo dei Rovescio della Medaglia. Intanto scoprivo da autodidatta il pianoforte e incominciavo a scrivere le prime canzoni. Non mi sono mai fermato.

Insomma, tanta fatica e buona preparazione per emergere. Non ti sembra che oggi quella “scuola” sia un po’ sparita?
È vero. L’introduzione dei computer e di vari marchingegni elettronici facilita la realizzazione di una canzone. Parecchi giovani non sanno nemmeno suonare uno strumento, eppure incidono un brano. Così va il mondo, ma non mi sembra una cosa positiva: si punta al successo, alla visibilità senza poi avere alle spalle una preparazione tecnica adeguata. Si rischia di ascoltare solo musica robotica.


Cosa ti ha convinto a metterti in proprio?
All’epoca il rock progressivo era fatto di brani lunghi e complessi. Ascoltando alcuni cantautori nostrani e stranieri, ho scoperto che si potevano esprimere le emozioni anche con canzoni più brevi. Ho così intrapreso una via diversa, certo più pop, che ha però in sé ancora i germi di quella esperienza che negli arrangiamenti e nei passaggi armonici differenzia le mie composizioni dalla canzone canonica.

Dividendo il titolo dell’antologia, la prima parola è “tempo”. Ti pesa, in qualche modo, il passare degli anni?
Non particolarmente, anche se segna ovviamente lo scorrere della nostra esistenza. Come queste canzoni, che tracciano la mia vita e stimolano ricordi, riflessioni, momenti di gioia e di dolore che ho vissuto e trasportato in melodia.


La seconda parola è “amore”. Quanto è importante per te?
È il motore del mondo, anche se ci tengo a sottolineare che nei miei brani non è affrontato solo come sentimento di coppia, ma anche come espressione umana nel relazionarsi con il prossimo, nel confronto con gli altri.


Nell’antologia hai risuonato alcuni pezzi. Perché?
Ho voluto riproporli con l’arrangiamento con cui li suono oggi in concerto. In particolare, tre di essi sono stati incisi in presa diretta insieme al gruppo e all’orchestra, e non è una cosa semplice. Infatti, ci sono alcuni piccoli errori nella voce dovuti al fatto che abbiamo suonato i brani una decina di volte per poi scegliere quelli più riusciti, ma ho voluto lasciarli per non smarrire l’intensità del momento.

In un mercato discografico burrascoso, non hai mai avuto crisi di vendite. Qual è il tuo segreto?
Credo di essere riuscito a scrivere dei brani “non datati”, capaci di rimanere nel tempo. È stata una grossa fortuna, chiaramente, anche perché tutto è accaduto in modo inconsapevole. Se ci fai caso, le canzoni presentate nei Festival di Sanremo a cui ho partecipato, in quei giorni facevano magari molto meno sensazione di altre, salvo poi consolidare il loro successo con il passare dei mesi. E senza fare nulla o seguire una particolare promozione.


In effetti, hai sempre tenuto un profilo elegante in un ambiente in cui tutti strepitano per farsi notare.
È il mio modo di essere. Non sono un forzato del presenzialismo e non voglio spersonalizzarmi per ottenere più successo. A parlare deve essere soprattutto la musica, per il resto preferisco rimanere un po’ in disparte. Questo non vuol dire che faccio l’eremita: mi interesso un po’ di tutto, ma il mio atteggiamento rimane pacato.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com