In questo numero
IL ROVESCIO CHE ASPETTAVAMO di Stefano Ferrio

Davide contro Golia.
Adrenalina al massimo per una possibile
sfida all’ultimo game,
con lo spettacolo assicurato
se le nostre azzurre giungeranno in finale
a sfidare le temute americane.
Allora vedremo la furia delle italiane
contro la perfezione quasi irritante
delle statunitensi.



Francesca Schiavone, Flavia Pennetta e Simona Vinci sono le tre atlete che il 7 e 8 novembre disputeranno la finale di Fed Cup. È il campionato mondiale di tennis femminile, a suo tempo ispirato al modello della Coppa Davis dei maschietti, con vittoria assegnata dopo quattro singolari ed eventuale doppio di spareggio. Sede del match nel nostro Paese, avversaria la nazionale americana delle sorelle terribili Serena e Venus Williams. Come dire il Davide azzurro contro il Golia a stelle e strisce, l’adrenalina di una possibile sfida all’ultimo game, lo spettacolo di un tennis giocato per una bandiera e non per un montepremi, la furia delle italiane contro la perfezione quasi irritante delle statunitensi.

Malati per chi?
Una volta ricordato tutto ciò, per chi altri dovremmo farci venire la febbre in questo 2009? Quella febbre che gli antichi greci chiamavano typhos. Nome da cui deriva la nostra parola “tifo”, fatta propria dallo sport quando si parla di passione, sofferenza, malattia.
Malati dunque per chi? Per l’Italia di Lippi che si stiracchia qua e là durante la qualificazione ai prossimi mondiali di calcio? Per l’Inter, fatta non da un allenatore che si chiama Mourinho, ma dal dio denaro. Per un qualsiasi ciclista che, all’indomani del più commovente trionfo, si fa beccare positivo all’antidoping? Per i piloti di una Formula Uno dove oggi decide troppe volte la potenza della macchina prima della bravura del pilota? Per quegli inaffidabili pazzi dell’Italbasket che rischiano seriamente di non fare gli Europei, essendosi ridotti a giocarsi il posto restante con Francia e Finlandia, più eventuale dentro o fuori con la vincitrice di un altro girone a tre?
Certo, restano le scorribande in moto del sublime “dottor” Rossi, le imprevedibili imprese delle nazionali di volley, gli otto metri e passa saltati da Andrew Howe, la stupenda abnegazione di una ginnasta come Vanessa Ferrari e di una tuffatrice come Vania Cagnotto. Ma per vedere il termometro schizzare nella zona typhos ci vuole ben altro. A cominciare da una storia il più possibile lunga, rispettabile, sofferta.

Le principesse azzurre
Le azzurre del tennis cominciano a scrivere questa saga nella prima edizione della Federation Cup, più tardi abbreviata in Fed Cup. È il 1963 che segna la vittoria degli Usa sull’Australia, e da allora l’Italia è una delle poche squadre a partecipare a tutte le edizioni della manifestazione. Lo fa anche quando dal lotto delle migliori che si battono per la coppa retrocede nella serie B delle outsider, puntando nei primi anni sulla classe indelebile di Lea Pericoli, in campo fino al 1975, e Silvana Lazzarino. I risultati cominciano a migliorare fra gli anni ’80 e ’90, quando due solide giocatrici di medio ranking mondiale come Raffaella Reggi e Sandra Cecchini riescono ad accedere per quattro volte ai quarti di finale: ammirevole in particolare la faentina Reggi che, con i suoi venticinque incontri disputati, detiene tuttora il record di presenze in Fed fra le giocatrici italiane.
La svolta avviene nel 1999. Quando tocca a Silvia Farina trascinare la nazionale azzurra alla prima semifinale della sua storia. Si gioca ad Ancona contro il formidabile squadrone americano già composto dalle Williams assieme alla serba Monica Seles, che ha appena ottenuto la cittadinanza di Washington. Sconfitta secondo pronostico 4-1, quell’Italia riesce nell’impresa di accendere una fiammella che, fatta di attaccamento alla maglia ed entusiasmo popolare, continua tuttora ad ardere. Anzi, a dirla tutta, è andata divampando dopo l’ingresso fra le titolari di Francesca Schiavone. Milanese, classe 1980, nome di battaglia Leonessa dovuto a un carattere irriducibile, salita fino al numero 11 del ranking mondiale – record italiano condiviso con Silvia Farina – questa giocatrice che si esalta nelle fatiche e nelle sfide senza speranza, esordisce nel 2002, facendo capire quanto la Fed Cup sembri inventata su misura per lei: opposta in semifinale alla fortissima slovacca Daniela Hantuchova, la cancella in soli due set, portando l’Italia a un passo dalla finale.

Il contrario degli uomini
L’impresa è rinviata di quattro anni, durante i quali Francesca Schiavone trova una partner di altrettanta bravura in Flavia Pennetta, mentre la panchina delle riserve si allunga in modo considerevole, radunando giocatrici di grande affidabilità come Tathiana Garbin e Mara Santangelo, oltre alla specialista del doppio Simona Vinci. Secondo una sorta di legge dello sport agonistico, il tennis rosa di casa nostra assurge ai massimi risultati di squadra esprimendo la crescita di un movimento di base ispirato a sani principi di organizzazione societaria e preparazione tecnica: esattamente il contrario di quanto accade fra gli uomini, precipitati in fondo alle classifiche mondiali nei decenni della cattiva gestione seguita ai fasti dello squadrone di Coppa Davis che negli anni ’70 e ’80 era guidato da Adriano Panatta.
Nel 2006 ci sono tutti gli ingredienti giusti per il grande boom. Lo si capisce già al primo turno. Quando, nel match tra Francia e Italia giocato a Nancy, Schiavone supera niente meno che Amelie Mauresmo, all’epoca numero uno del mondo. E’ come l’attacco della Quinta di Beethoven, una musica travolgente che non si interrompe più. Nemmeno nella prima finale della storia azzurra, anch’essa disputata in trasferta, sul sintetico di Charleroi, in Belgio, dove le avversarie sono guidate dalla formidabile Justine Henin. Un pizzico di fortuna, sotto forma di infortunio, toglie invece dal campo l’altra fuoriclasse di casa, Kim Clijster, ed è quanto basta alle italiane per mettere le mani sull’incontro e sulla coppa. Non è un trionfo isolato, perché l’anno successivo è di nuovo finale, stavolta contro la corazzata Russia, a Mosca, dove però il pronostico viene confermato da un sonoro 3-0 a favore della squadra guidata da Svetlana Kuznetsova.

Perché la favola continui
Nel 2008, cosa di un anno fa, la favola sembra finita. Perché ai quarti le azzurre incocciano nella Spagna che non ti aspetti, e vanno inopinatamente fuori. Ma, come sempre succede quando un fenomeno sportivo è fatto di polpa e non di aria, a quel ko segue una riscossa immediata e bruciante. Costretta ad affrontare i play off per non retrocedere in seconda serie, l’Italia si sbarazza dell’Ucraina, ripresentandosi così al via nella Fed Cup 2009. Ai quarti è di nuovo Francia, e di nuovo in trasferta, a Orleans, ma come nel 2006 non c’è Mauresmo che riesca a opporsi al clamoroso cappotto azzurro: 3-0. In semifinale è ancora Russia, ma stavolta in casa, a Castellaneta Marina, provincia di Taranto, ed è la sfida che fa innamorare una volta per tutte della squadra affidata al capitano non giocatore Corrado Barazzutti, indimenticato eroe della Davis vinta nel 1976 in Cile. Avanti 2-1 dopo i primi tre singolari, nel quarto l’Italia schiera la solita Schiavone contro una giovanissima quanto imprevedibile Anastasia Pavlyuchenkova, 18 anni ma già numero 28 del ranking mondiale. Più che di tennis, sono tre ore di furibonda battaglia, vinta al terzo set dalla Leonessa meneghina. Che adesso aspetta per la finale le coetanee ventinovenni Serena e Venus Williams, ovvero diciassette vittorie in tornei del Grande Slam contro lo zero assoluto delle italiane. Partita già persa? Se volete saperlo, abolite ogni impegno per il 7 e 8 novembre. E incollatevi davanti alla tv, a gridare tutto il vostro typhos per Francesca e le altre. Sentirete che “febbre”…

Stefano Ferrio

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