In questo numero
LA BLUE REVOLUTION di Maria de Falco Marotta & Enrico Marotta

Quanta acqua c’è nel Pianeta?
Sarà sufficiente per tutti
O il futuro scenario del mond
vedrà continue migrazioni
e rimescolamenti sociali
a causa dell’acqua?


Secondo fonti della FAO, l’Organismo delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, la terra ha circa 1400 milioni di Km3 d’acqua, ma solo 35 milioni (ossia il 2,5 %) sono d’acqua dolce.
Dal “Rapporto Italia 2008”, presentato dall’Eurispes, emerge come l’Italia sia il primo paese consumatore di acqua nell'Unione Europea. Questo mentre il 65% della popolazione mondiale si trova sotto il livello minimo indispensabile di acqua potabile, e in particolare il 30% circa della popolazione mondiale (almeno 1,4 miliardi di persone) é in condizioni di grave insufficienza.
E le stime dicono che entro il 2030 la richiesta di acqua per la produzione di cibo raddoppierà. “Le riserve d’acqua stanno diminuendo – afferma Koichiro Matsuura, Direttore Generale dell'Unesco – mentre la domanda cresce drammaticamente, a un ritmo insostenibile. Tra vent’anni, ogni persona disporrà, in media, di un terzo d’acqua in meno.” Nonostante l’evidenza della crisi, gli impegni politici sono scarsi.Nella peggiore delle ipotesi, a metà di questo secolo saranno 7 miliardi di persone in 60 Paesi a soffrire di scarsità d’acqua. Nella migliore delle ipotesi, invece, saranno 2 miliardi in 48 Paesi.
Dunque, una delle sfide centrali dei prossimi anni sarà la gestione sostenibile, efficiente ed equa di limitate risorse idriche.
DN ha incontrato Chiara Tonelli, professoressa di genetica all’Università di Milano e dal 2005 Segretario Generale del Future of Science Conference a cui ha rivolto alcune domande.

Profesoressa, che cos’è la Blue revolution nella scienza?
Per risolvere l'allarme di cibo e acqua nel mondo la scienza lancia la Blue Revolution: la rivoluzione della qualità. Dopo la Green Revolution del '900, che ha aumentato la produzione di cibo, ora la sfida è migliorarne la qualità, vale a dire mantenere o aumentare i livelli di produzione, ma in modo sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. Primo punto: risparmiare l'acqua, bene irrinunciabile per la vita ma non inesauribile.
Noi viviamo in un pianeta di sale. Il volume totale d'acqua sulla terra è di 1.4 miliardi di Km cubi, una quantità enorme ma solo il 2,5% del totale è acqua dolce il resto è acqua salata. Occorre inoltre considerare che la maggior parte dell’acqua dolce non è disponibile perché è sotto forma di ghiaccio e di neve permanente o è situato sottoterra in modo non raggiungibile, la più grossa riserva d’acqua si trova a grande profondità sotto il deserto del Sahara.
Sulla base di tutti i calcoli si stima che solo lo 0,01% dell’acqua di tutto il pianeta sia disponibile per gli ecosistemi e per gli uomini.
In molti Paesi le falde sotterranee di acqua dolce si stanno esaurendo: in Africa 10 anni fa l’acqua dolce sotterranea si trovava a 50 metri di profondità, oggi a 120.
Tra vent’anni, ogni persona disporrà, in media, di un terzo d’acqua in meno. Nella peggiore delle ipotesi, a metà di questo secolo saranno 7 miliardi di persone in 60 Paesi a soffrire di scarsità d’acqua. Nella migliore delle ipotesi, invece, saranno 2 miliardi in 48 Paesi.
Questo dipenderà da fattori come la crescita della popolazione e l’adozione di politiche adeguate.
Il 10% dell’acqua utilizzata ogni giorno è usata direttamente dalla popolazione, il 20% dall'industria e il 70% dall'agricoltura. La responsabilità di un uso sostenibile dell'acqua - vale a dire far fronte alla sua scarsità senza rinunciare ai nostri stili di vita - è quindi da ripartire in queste tre aree nella stessa proporzione.

Allora, cosa si può fare?
Non è necessario rinunciare agli standard di benessere cui è abituato il mondo occidentale, ma bisogna evitare gli sprechi, utilizzando razionalmente gli strumenti oggi a disposizione di tutti e gli accorgimenti consigliati.
Il primo risparmio lo si effettua migliorando la rete idrica. La perdita fisiologica di una rete idrica è stimata intorno al 7-15%. In molte città dei Paesi in via di sviluppo tubazioni che perdono e diramazioni illegali causano perdite di acqua comprese tra il 20% e il 50%. Anche le città nei Paesi industrializzati devono lottare con una carente manutenzione delle reti idriche. In Gran Bretagna circa il 25% dell'acqua potabile finisce nel terreno a causa di una rete di distribuzione antiquata e in cattivo stato. In Italia le reti idriche perdono almeno il 40% dell'acqua trasportata, con punte superiori al 55%.
La quantità minima d’acqua per soddisfare i bisogni principali (fabbisogno idrico di base, per poter fare il bucato, fare la doccia, preparare cibi e altre attività) è di 40 litri al giorno a persona, che è esattamente la quantità di acqua che un cittadino italiano usa per fare la doccia. 28 Paesi nel mondo hanno un consumo per persona al di sotto di questo limite. Complessivamente circa 1 miliardo di persone vive al di sotto della soglia del fabbisogno di base.

E l'industria?
Il mondo industriale ha in primo luogo il dovere morale di sviluppare la ricerca per l'uso sostenibile dell'acqua. Fino ad oggi gli investimenti sono stati effettuati in due direzioni: il risparmio di acqua all'interno dei cicli produttivi e la depurazione dell'acqua reflua. Nel primo campo la sensibilità è abbastanza diffusa e i risultati apprezzabili. Per esempio, se 10 anni fa per ottenere industrialmente un litro di latte ci volevano 5 litri di acqua, oggi ce ne vogliono 3. Nel secondo campo molto ancora resta da fare: ridare all'ambiente acqua depurata è fondamentale perché, se dopo i processi produttivi rientra in circolo acqua contaminata, non solo si crea inquinamento e danni alla salute dell'uomo ma diventa impossibile, anzi rischioso, qualsiasi riutilizzo. La situazione di inquinamento del Mar Adriatico, causato dai liquami degli allevamenti e dagli scarichi industriali, è un esempio evidente.

Cosa può fare l'agricoltura?
Sul mondo della produzione agricola pesa il grosso della responsabilità dell'emergenza acqua nel mondo. E anche dell'emergenza cibo, perché senz’acqua non c'è produzione e dunque non c'è cibo. L'alternativa alla fame e alla sete è dunque orientarsi verso piante che abbiamo minor bisogno di acqua per nascere, crescere e produrre commestibili. Il compito è ancora più difficile perché il riscaldamento globale ha avuto due effetti devastanti sul mondo vegetale: ha reso molte piante inadatte perché incapaci di crescere a più alte temperature, e ha aumentato la percentuale di terreni salini inadatti anch’essi alla coltivazione. Il fenomeno si crea perché, quando si irriga il suolo a temperature più elevate, l'acqua d'irrigazione evapora e lascia sul suolo il sale. Il 20% dei suoli agricoli irrigui, su un totale di 250 milioni di ettari a livello planetario, è interessato dal processo di salinizzazione, il primo passo verso la desertificazione, che significa la fine della produzione agricola. Certamente esistono sistemi di irrigazione che ovviano a questo problema, come quello goccia a goccia praticato, ad esempio, in Israele.
Tuttavia la tecnologia non è applicabile ovunque, per cui la soluzione sta inevitabilmente nella scienza e in particolare nella sua capacità di adattare geneticamente le piante all'evoluzione del pianeta: piante che resistono alla siccità, che nascono in terreni salini e che producono cibo con meno acqua. Questo è il cuore della Blue Revolution.
Il secolo scorso ha portato attraverso la Green Revolution uno straordinario miglioramento della produzione di cereali in termini quantitativi, arrivando a rese un tempo insperate superiori al tasso di aumento della popolazione. Ora la situazione è cambiata in modo per molti inaspettato. Il problema da affrontare è duplice: aumentare la produzione ma in modo sostenibile. La Blue Revolution dovrà quindi impegnarsi sul miglioramento genetico delle piante coltivate, selezionando piante che resistano ai nuovi stress ambientali: gli agenti patogeni (che causano malattie) e alla mancanza di acqua. Ogni anno circa il 30% della produzione agricola si perde per questi due motivi, e in Africa si arriva a picchi dell'80%. Evitare queste perdite significa aumentare la produzione senza aumentare le superfici da coltivare e ridurre i costi di produzione. Oggi contro le malattie si utilizzano i pesticidi che hanno il vantaggio di salvare la pianta ma sono molto costosi e molto inquinanti. I laboratori di tutto il mondo sono impegnati nell'obiettivo di rendere le piante più resistenti alle malattie - mettendo nel loro DNA geni di altre piante che hanno più difese naturali, come quelle selvatiche - e in quello di ottenere piante che siano più efficienti nell’utilizzo di fertilizzanti, così da ridurne il fabbisogno. Altro obiettivo è quello di combinare i geni per ottenere piante "water-saving", a più basso utilizzo di acqua. Un sistema è quello di modificare gli stomi, che sono dei pori presenti sulla superficie delle foglie attraverso i quali la pianta assorbe CO2, ed espelle ossigeno ma anche il 90% dell’acqua che assorbe attraverso le radici. Al Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie dell'Università Statale di Milano, modificando un gene che rende gli stomi un po’ più piccoli abbiamo realizzato una pianta che fa evaporare solo il 60% di acqua assorbita e, trattenendone di più, necessita di circa il 30% in meno di acqua per crescere e produrre. Abbiamo ottenuto questo risultato in Arabidopsis, la pianta modello di riferimento, e stiamo trasferendo questi risultati in piante da coltivare; presto vedremo anche pomodori water-saving. Evviva!

Maria de Falco Marotta & Enrico Marotta

www.timeandmind.com