In questo numero
YUJA WANG L’ARMONIA CELESTE di Carlo Mantovani

 


Yuja Wang, pianista classica nata in Cina nel 1987, comincia a studiare il pianoforte all'età di 6 anni. A 14 anni si trasferisce in Canada per studiare al Mount Royal College Conservatory di Calgary. La sua carriera inizia in Europa, nel 2003 e subito si impone nel mondo della musica classica per la sua tecnica e la sua personalità. Oggi Yuja vive a New York ed incide per la Deutsche Grammophone.

PREMESSA
Bologna. Un gelido inverno. È pomeriggio inoltrato e sto percorrendo via Indipendenza, in cerca – probabilmente – di una libreria. Improvvisamente una voce mi raggiunge: proviene da una bella ragazza con gli occhi a mandola che, in un inglese infreddolito e un tantino disperato, mi chiede: "Scusi, potrebbe dirmi dov'è l'hotel *****?". Le spiego che non sono di Bologna e non ho la minima idea dove si trovi; però - se mi dà un minuto - posso chiedere e tradurle l'informazione. Sono fortunato e al primo tentativo un signore mi spiega che l’hotel è vicinissimo. Mentre l'accompagno verso la meta, mi sorride e dice "Thank you so much": perché girava a vuoto da oltre mezz’ora e le mani, ormai, le si stavano congelando. "My pleasure. Sei qui in vacanza?". "Magari! Suono il pianoforte e fra tre ore ho un concerto!”. Poi mi dice il suo nome. È Yuja Wang. 

Per iniziare una domanda alla Marzullo: che cosa significa, per te, la musica? Arte, libertà, armonia, comunicazione?
Comunicazione, direi. Studiare al pianoforte, o ascoltare musica, per me, è un modo per comunicare col compositore. E quando sono sul palco, durante i concerti, condivido quello che sento col pubblico. Tra di noi, in questo modo, noi si instaura una sorta di dialogo, fatto esclusivamente di note.

Riesci ad immaginare la tua vita senza la musica?Voglio dire: se tu non fossi diventata una pianista di successo, quale mestiere avresti fatto?
Non lo so. Davvero non riesco ad immaginare la mia vita senza la musica. Perché le note permeano le mie giornate. Pensa che, anche quando non suono, ascolto sinfonie moderne, oppure Behetoven, Strauss, o altre cose che ho sul mio I-pod! Fino a 16 anni, comunque, non credevo che sarei diventata una musicista professionista: studiavo, ovviamente, ma lo consideravo soltanto un dei miei hobby. Se non avessi sfondato, credo che avrei lavorato in altri settori che amo: come la moda, o la ricerca scientifica.

Qual è, secondo te, le qualità più importanti che un giovane deve avere per diventare un pianista di successo?
Prima di tutto la curiosità e l’immaginazione. Sentirsi sempre vivi, osservare la vita intorno a noi e cogliere ogni attimo; riuscire a percepire la meraviglia del creato, il mistero infinito delle cose. Una dimensione congenita, negli orientali. Se hai questo tipo di atteggiamento verso la vita e riesci a trasferirlo nella musica, allora non hai neppure bisogno di qualcuno che ti obblighi a studiare. Perché suonare diventa un’esigenza: l’esigenza di comunicare le cose che percepisci.

Hai un compositore preferito? C’è un opera musicale che prediligi, che ascolti o suoni più volentieri delle altre?
I miei compositori preferiti sono Beethoven, Chopin e Stravinsky. Per quanto riguarda i brani, invece, faccio un po’ fatica a sceglierne uno… forse le Mazurche di Chopin. Il fatto è che la musica mi piace tutta: suonare il pianoforte mi da piacere, qualunque pezzo stia suonando.

Ti accade mai di ascoltare musica diversa dalla classica, tipo il pop, il rock, o il rap? Insomma, il tipo di musica che le ragazze della tua età di solito ascoltano…
Certo che sì! Adoro Sting e i Radiohead. Ma anche i PinkFloyd e rapper come Eminem e Fifty cents. Li ascolto volentieri, specialmente quando ho bisogno di staccare e rilassarmi. Ti dirò di più: un giorno mi piacerebbe collaborare con loro. Con Sting, ad esempio: sarebbe fantastico.

Si dice sempre che i giovani non amano la musica classica. Secondo te è vero?
Assolutamente no. Quando ho cominciato ad esibirmi, a 16 anni, vedevo un sacco di gente matura, in sala. Oggi, invece, in platea ci sono molti più giovani, ragazzi e ragazze della mia età. E sono tantissimi - e ancora più giovani di me, quelli che frequentano i conservatori per studiare musica classica. Certo, la vendita di cd di musica classica è in diminuzione, ma non dimentichiamo che esistono molti altri modi per accedere alla musica classica. Ad esempio – a parte i concerti – I Tunes, o You Tube, canali molto utilizzati dagli adolescenti. Con tante possibilità di fruizione, non mi sembra proprio che per la musica classica si possa parlare di crisi. Senza contare che in Cina, sta vivendo un momento addirittura esaltante, di grandissimo successo.

Che cosa si può fare – secondo te – per diffondere la passione per la musica classica tra i giovani?
La scuola potrebbe fare moltissimo. Ad esempio proporre l’ascolto delle sinfonie moderne. Ma non dell’opera integrale: i ragazzi hanno una capacità di attenzione piuttosto limitata e si stancherebbero di sicuro. Sarebbe sufficiente far ascoltare dei brani, in modo che entrino in contatto con il genere e riconoscano gli strumenti. In questo senso Pierino e il lupo è perfetta,: associando i suoni alle immagini, tiene vivo l’interesse dei ragazzi.

Ritieni che ascoltare musica classica - con l’armonia e la bellezza che trasmette – possa aiutare i ragazzi a stare lontani da violenza e crimine?
Da sola, direi proprio di no. Per due motivi: innanzitutto – e nonostante quanto sostengono alcuni - la musica classica è comunque un prodotto umano e quindi una percentuale di violenza è presente anche in questo genere musicale; e poi, beh: ti ricordi il film Arancia meccanica, in cui i protagonisti commettevano efferati omicidi ascoltando la Nona di Beethoven? Io, comunque, sono convinta che la musica classica, pur non potendo compiere miracoli, sia in grado di aiutare le persone ad apprezzare di più la vita: abituandoti a cogliere le sfumature, i sentimenti, ti consente di apprezzala fino in fondo.

La musica classica, attualmente, è un grande successo in Cina: è destinata a diventare la più grande potenza musicale del mondo?
(ridendo) Lo è già! Per quanto riguarda la musica classica la Cina, ormai, è il più grande mercato del mondo. Sono tantissimi i giovani che studiano pianoforte, ad esempio, e le sale concerto spuntano come funghi: pensate che arrivano ad avere anche 2.500 posti.

Tu sei nata a Pechino, ma a 14 anni sei partita e ti sei trasferita in Nord America: ci puoi dire quali sono le cose che ami della Cina e quali degli Stati Uniti?
Sono orgogliosa delle mie origini, ma francamente - dopo otto anni in America - mi sento più americana, che cinese. Una cosa che non riesco a dimenticare della Cina è il cibo. Ecco perché, quando i concerti mi riportano nel mio paese sono così felice: oltre a rivedere la mia famiglia, mi faccio vere e proprie scorpacciate di leccornie cinesi! Per i resto non saprei dire in che cosa gli States sono meglio della Cina e viceversa. Anche perché in America elogiano il buddismo e la filosofia di vita orientale, mentre in Cina vanno pazzi per l’american way of life. Il massimo – credo - sarebbe combinare le due mentalità.

Ritieni che queste due superpotenze, prima o poi, impareranno a cooperare per darci un futuro migliore, o si tratta di culture troppo distanti tra di loro?
No, no: dovranno per forza trovare il modo di collaborare. E la mia esperienza mi suggerisce che non si tratta certo di un obiettivo irrealizzabile: ogni volta che vado in Cina, infatti, vedo tantissimi ragazzi che studiano inglese e nei college USA, d’altra parte, sono sempre più numerosi i ragazzi che studiano cinese per lavorare in oriente. Insomma: ormai siamo cosmopoliti e il mondo è un villaggio globale che - per funzionare - ha bisogno di pace.

Carlo Mantovani

www.timeandmind.com