Sara Hejazi antropologa italo-iraniana dell’Università degli Studi di Torino è autrice del libro L'Iran s-velato. Antropologia dell'intreccio tra identità e velo, pubblicato dalla casa editrice Aracne. Sara Hejazi ha dedicato una parte delle sue ricerche sul ruolo del velo nella Repubblica Islamica d’Iran. Sara Hejazi è autrice anche del libro L’altro Islamico. Leggere L’islam in Occidente, pubblicato sempre da Aracne. In questa intervista gentilmente concessa da Sara Hejazi ci interroghiamo più sul ruolo del velo e della donna islamica in Occidente alla luce di iniziative, dichiarazioni e politiche nazionali che sembrano andare in controtendenza per una reale affermazione delle libertà individuali dell’immigrato in Occidente. Sara Hejazi collabora anche con diverse riviste del settore. DN l’ha incontrata e le ha posto alcune domande.
In Italia, il velo spesso viene percepito come un “simbolo di sottomissione della donna islamica e ostacolo ad una vera politica dell’integrazione” per dirlo con le stesse parole di uno dei ministri della Repubblica Italiana. La mia domanda è: il velo è una forma di soppressione o di affermazione dell’identità della donna islamica?
Intanto il velo di oggi non ha nulla a che fare con il velo “d’Oriente” di fine Settecento, che tanto sconvolgeva i viaggiatori europei che andavano- fiduciosi del proprio bagaglio illuminista e del progresso tecnologico - a visitare popoli “altri”, che risultavano ai loro occhi “primitivi, irrazionali, velati non solo dai chador, ma dall’arretratezza culturale”. Di quel pensiero orientalista oggi rimane sostanzialmente solo il pregiudizio di una superiorità occidentale rispetto a un oriente ottuso e arretrato, mentre, nel frattempo, tutto è cambiato. Il velo del presente è un velo moderno, nel senso che non impedisce a chi lo indossa di lavorare, studiare, sposarsi più tardi, avere pochi figli, consumare prodotti del mondo globale, ecc. Ma è letto ancora con lo stesso sguardo orientalista. È difficile dire se chi lo indossa lo fa per affermazione identitaria, per una scelta spirituale, per abitudine o perché è la famiglia che glielo impone, perché ci sono contemporaneamente tutte queste ragioni per velarsi. Ciò che conta è che non si tratta di un velo tradizionale, ma del simbolo di una riproposta religiosa in un mondo che erroneamente si è auto-rappresentato come laico, razionale e “universale” nei suoi valori.
Periodicamente esce la polemica sulla questione sul proibire o meno il velo nei luoghi pubblici. Penso ad esempio nelle scuole. Che cosa ne pensi?
Per citare lo studioso Olivier Roy, credo che il problema qui sia la percezione di un simbolo religioso come simbolo culturale: il velo non è visto solo come la manifestazione di un credo spirituale, ma come un simbolo culturale, e nello specifico, di una cultura “altra”, diversa da quella europea. È questo il vero problema. Anche il crocifisso non è solo un simbolo religioso, ma è la manifestazione di una cultura, quella italiana, quella autoctona. Allora forse il problema del velo nei luoghi pubblici non è tanto legato al credo religioso musulmano di per sé, ma al fatto che chi lo indossa è immediatamente catalogato come “altro” in senso culturale. La soluzione potrebbe essere quella di imparare a leggere il simbolo religioso in quanto tale, senza conferirgli anche un valore culturale minaccioso, o distante, o in conflitto coi valori della società autoctona.
Molte ragazze/i della tua generazione sono nate in Italia, parlano perfettamente l’italiano e sono più italiani di altri italiani (scusa per il gioco di parole). Tra i ragazzi che conosci rimane forte il legame con le proprie radici oppure c’è una totale adesione ai costumi e tradizioni occidentali?
Nessuna cultura è mai stata rigida o impermeabile all’incontro con l’altro. Dalla notte dei tempi l’uomo si è spostato e ha compiuto il proprio cammino storico grazie alla mescolanza di etnie, saperi e, oggi più che mai, di prodotti culturali. I cosiddetti G2, le seconde generazioni di immigrati, sono senza dubbio italiani a tutti gli effetti ma aggiungono a questa “italianità” anche un’altra appartenenza. È possibile infatti essere italo-americani, così come franco-tunisini, e via dicendo, ed esserlo realmente. Negli ultimi anni però il discorso pubblico demonizzante nei confronti dell’Islam ha sicuramente dato una spinta contraria alla società, cioè ha promosso una sorta di “riscoperta delle proprie origini” da parte dei G2, e una riproposta dell’Islam laddove, per esempio negli anni Ottanta, le prime generazioni di immigrati l’avevano accantonato in nome di un’assimilazione più indolore. Sono fenomeni moderni che si accompagnano alla generica tendenza di riscoperta del locale di fronte alla paura del globale, così come della riscoperta della religione di fronte al vuoto dei valori o al venir meno dei valori tradizionali.
Le professioni prevalenti della donna iraniana e la sua possibilità di mobilità sociale in Iran? E se ti risulta un peggioramento o un miglioramento occupazionale e socio-economico della donna iraniana in Italia una volta immigrata?
Uno dei nodi fondamentali dell’Iran del presente è proprio la mancanza di mobilità sociale che si fronteggia con una popolazione giovanissima (70% sotto i 30 anni) e che ha avuto accesso in massa all’istruzione. Non è dunque una questione prettamente femminile, ma una problema più su larga scala quello delle “classi inaccessibili” nella società iraniana. La grande maggioranza degli studenti universitari oggi in Iran è donna, ma questo non significa che poi le donne abbiano maggiore accesso ai lavori qualificati, per questa ragione oggi il matrimonio rappresenta l’unica garanzia per mantenere il livello sociale invariato, ed è ancora diffusa la pratica del matrimonio combinato dalle madri dei due futuri coniugi. Per quanto riguarda l’immigrazione iraniana in Italia, si tratta di u’immigrazione d’élite, composta per lo più da una classe media e medio-alta, giunta in Italia all’inizio degli anni ’80 per studiare, e assorbita poi dal mercato del lavoro italiano in quanto manodopera qualificata: si tratta di farmacisti e farmaciste, architetti, ingegneri, personale medico e paramedico.
Ti risultano forme di discriminazione, mobbing di donne iraniane sui luoghi di lavoro in virtù della loro decisione di indossare il velo?
Per le caratteristiche specifiche dell’immigrazione iraniana, non mi risulta che le poche iraniane residenti in Italia indossino il velo; il rapporto conflittuale con il governo iraniano fa sì che la loro religiosità diventi solo interiore e rifiuti ogni forma di ritualità religiosa esteriore come il velo, il ramadan, la preghiera in moschea.
Marco Patruno |