L’embrione umano che è geneticamente appartenente alla specie umana, ma non ha ancora visibilità e nome, è uomo?
Il tempo della gravidanza è fatto di una duplice attenzione: quella dell’attesa e quella dell’atteso. È un tempo particolare, perché è riempito da una vita umana. La gravidanza costringe a riflettere sulle ragioni della vita.
La vita è un dono, un dono prezioso che ci è stato dato senza chiedere, in modo gratuito, è il bene supremo. Ma allora mi chiedo: tutte le piccole vite che vengono rifiutate hanno meno diritto di me di esistere? Come si può non capire che uccidendo il germoglio non potrà crescere nessuna pianta? Come si può negare agli altri una cosa che si è per prima cosa ricevuta? E con quali motivi si può giustificare?
La Dichiarazione Universale Dei Diritti Umani afferma all’articolo tre: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”, con la stessa dichiarazione viene approvata una legge che permette di scegliere della vita di un altro, inoltre di una persona innocente, umile e indifesa come un bambino ancora nel grembo.
L’aborto viene presentato come conquista sociale, come affermazione di libertà della donna: gestire una vita o sopprimerla. L’aborto è la conquista sociale che a molte donne ha aperto la strada dell’angoscia per aver negato l’alterità del nascituro. Il bambino che una donna porta nel grembo non ha nessuna colpa, ma su di lui si rovescia, come un’orda barbarica, un tumultuoso fiume di pretesi diritti. Per tutti. Tranne che per lui.
Il rifiuto nasce dalla convinzione di non avere bisogno dell’altro e di affermare la propria identità e autonomia personale. La gravidanza chiama in causa una serie di relazioni personali, ci sono due differenti accentuazioni: da una parte quella che considera come preminenti gli interessi fetali e dall’altra quella che assegna preminenza agli interessi della madre. Nel primo caso si parte dalla convinzione che al feto è dovuto lo stesso rispetto e cura che ad una persona per cui viene giudicato illecito ogni tentativo che comporti un attentato alla sua vita. Nel caso in cui, invece, si affermasse la preminenza degli interessi della madre si potrebbe giungere a rivendicare l’atteso come una sua “proprietà”.
Resta il fatto che un figlio è sempre un dono e che la vita umana viene prima di tutte le istituzioni, per tutti dovrebbe valere una sola condizione: il rispetto della vita di chi è indifeso. E cosa c’è di più indifeso al mondo di un bambino ancora nel grembo?
L’atteso infatti non ha alcun potere di imporre la propria esistenza.
Gli esseri umani non sono merce. La vita è un dono fuori commercio e non ha prezzo.
Nessuno può appropriarsi della vita di un’altra persona e usarla, perché nessuno può dare la vita ad un altro essere umano e nessuno può toglierla.
“Con ogni uomo viene al mondo qualcuno di nuovo che non è mai esistito, qualcuno di primo e unico. Ogni singolo uomo è cosa nuova nel mondo. In ognuno c’è qualcosa di prezioso che non c’è in nessun altro” (Martin Buber).
La vita è un dono e come ogni dono, per essere vissuto nella sua autenticità, richiede un quotidiano impegno che spesso si accompagna anche alla prova. Ma la vita vale più di tutte le difficoltà che si incontrano.
La domanda è: l’embrione è qualcosa o qualcuno?
Bisogna chiarire se l’atteso è un semplice ammasso di cellule, se è persona o se è almeno un essere umano individuale.
Scientificamente l’embrione appartiene alla specie umana: lo zigote costituisce la prima cellula di un nuovo individuo umano, i due gameti formano una nuova entità, una nuova vita individuale. Il processo che ha inizio con la fecondazione a livello di tempo risulta indivisibile.
“Il frutto della generazione dal primo momento della sua esistenza, e cioè a partire dal costituirsi dello zigote, esige il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all’essere umano nella sua totalità. L’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita.”. (Donum Vitae).
L’embrione umano non è un essere umano in potenza ma è già un essere umano in atto e poiché possiede una piena qualificazione antropologica ed etica, l’embrione umano ha fin dall’inizio la dignità propria della persona.
Non c’è alcuna differenza ontologica tra un concepito che attende di nascere e un nato. Tutti costoro sono esseri umani, quindi soggetti di diritti. La vita umana è un bene fondamentale, nessuno ha diritto di fissare le soglie d’umanità di un’esistenza singolare, perché questo significherebbe attribuirsi un potere esorbitante sui propri simili.
Il paradigma della relazionalità diventa la chiave per dare senso all’incontro con l’altro.
“O si nega l’altro nella sua soggettività o lo si accetta in modo pieno e incondizionato. L’io è relazionale, la relazionalità va intesa come una condizione di possibilità dell’io, l’assenza del tu è per me un’impossibilità per il mio esserci: senza l’altro io non sarei.”. (Emmanuel Levinas).
C’è la necessità di un agire responsabile, tale responsabilità trova la sua radice profonda e la sua esigenza proprio nella relazione che si instaura tra l’atteso e le persone che lo attendono.
La responsabilità implica un orizzonte di alterità, dal momento che l’altro entra nella mia decisione. La responsabilità emerge proprio dall’incontro interpersonale, è l’altro che mi chiede di accettarlo in pienezza, per quello che è. La responsabilità implica una reciprocità tra le persone, rifiutare l’altro non significa solo fargli violenza imponendogli il proprio progetto di vita ma significa anche abbandonarlo a se stesso.
Se rispettiamo le persone che esistono allora perché non dobbiamo rispettare e tutelare la vita dell’embrione?
Nel volto invisibile dell’embrione si scorge il volto di un altro, diverso da me, che ha diritto di esistere e di essere tutelato in questo suo diritto esattamente come me.Ma noi siamo convinti che la nostra libertà sia talmente grande da poter decidere della vita altrui, di quella vita che abbiamo dentro, che non vediamo, ma che è vita e c’è.
Manuela Corazza |