In questo numero
A VOLTE RIMANGONO di Stefano Ferrio

Lo sport consuma i suoi eroi.
Sfolgorano nel cielo del momento,
incassano applausi e lauti compensi
e poi scompaiono nel buio
di un implacabile dimenticatoio.
Ma non per tutti è così.

 



A volte ritornano si intitola una famosa raccolta di racconti del re del brivido Stephen King, dedicati in buona parte al tema dei fantasmi: dei morti che fanno ritorno in questo mondo, magari a spaventare i vivi.
Questo dice la fantasia, mentre la realtà fa ancora di più, rivelandoci che “a volte rimangono”. Sì, rimangono qui, tanti nostri cari. Protetti e tramandati da una Memoria che ne perpetua ogni gesto, ogni palpito, ogni parola detta o non detta. Con un’intensità tutta particolare se poi hanno praticato un qualche sport caro alle più popolari fra le tradizioni.
Uno dei tanti rimasti qui, fra gli eroi delle arene, si chiamava, anzi, “si chiama” Davide Ancilotto, e l’uso del tempo presente è proprio imposto dalla gara ideale iniziata tredici anni fa, per coinvolgere quanti hanno imparato a conoscere e ad amare questo gigante, uscito dalla spuma del mare Adriatico per incantare il pubblico dei palazzetti dell’Italia intera.
Veneziano di Mestre, classe 1974, e 20l centimetri di una potenza fisica che però non gli impedisce di praticare l’arte del palleggio in teoria nota solo a chi, su un campo da pallacanestro, si conquista maglia e galloni da “guardia”. Questo è il Davide Ancilotto che, sul finire degli anni Novanta, brucia le tappe sui parquet della Serie A italiana. Benedetto dal crisma della sua eccezionalità, fisica ma anche umana, sei stagioni sono quanto gli concede il destino, facendogli indossare le casacche di Caserta, Pistoia, e infine Roma. Bastano, per fargli raggiungere uno score personale di 1890 punti, a cui aggiungere i 102 delle 18 partite disputate con la maglia azzurra della nazionale.
I numeri annunciano un grande futuro al “cow boy”, celebre per le dita della mano con cui, dopo avere sparato nel cesto una delle sue implacabili “bombe”, mima una pistola ancora fumante. Talenti sportivi a cui aggiungere quello di una sua innata generosità, così dominante da fargli dire no a un favoloso ingaggio nel club spagnolo di Badalona, pur di rimanere in una Roma dove in nemmeno trenta partite ha già conquistato l’intera curva degli ultras.
Perché dunque stupirsi se è il cuore dell’intero basket italiano a fermarsi assieme al suo quando, il 24 agosto 1997, si spegne in una stanza di ospedale romano, vegliata giorno e notte da una “famiglia” che comprende anche un’infinità di tifosi? Ragazzi della curva, commoventi al punto da avere preparato audiocassette dove far sentire al giocatore in coma suoni e voci di palasport forse in grado – come si è visto in qualche film – di risvegliarlo. Sono gli stessi ultras che, una settimana prima, hanno appreso smarriti la notizia dell’aneurisma cerebrale di cui Davide Ancilotto resta vittima, durante un’amichevole estiva giocata a Gubbio.
Questi stessi “giovani senza età”, unitamente a familiari e amici del campione, dal 27 al 29 giugno prossimi contribuiranno alla terza edizione di “4Anci”, la festa ideata dalla Light-Eventi di Carola Minicleri per ricordarlo. Succede a Mestre, dove musiche e balli intercalano un torneo “tre contro tre” per amatoriali, da disputare in quel campetto di parco Albanese dove un ragazzotto soprannominato “Anci” palleggiava le sue prime meraviglie. Per capire del tutto il nome dato alla manifestazione, basta precisare che il 4 è lo stesso della maglia di Davide. Uno così appassionatamente compianto, che la Virtus Roma ha ritirato per sempre la casacca numero 4, una cui riproduzione è esposta sulla volta del Palalottomatica assieme alle immagini di tutti i trofei vinti dal club capitolino. Per non parlare della curva che gli è stata intitolata all’interno del medesimo impianto, esattamente come al Palamaggio di Caserta.
A Mestre, dove è nato e ha iniziato a giocare, si chiama né più né meno “Davide Ancilotto” il palasport cittadino, utilizzando un nome attribuito anche al campo da basket romano di colle Celio, e al centro sportivo di Arese, in provincia di Milano. Più il tempo passa, e più si moltiplicano i segni grazie a cui “Anci” rimane in mezzo a noi, come ci rammenta la sfida amichevole in programma a conclusione della tre giorni mestrina di giugno, con la partecipazione di vari giocatori della massima serie (è annunciato anche il nazionale Marco Mordente).
Stupefacente, tutto ciò? Magari sì, anche se lo è più ancora un presente in cui i sentimenti, quelli reali, quelli che mutano davvero il battito dei nostri cuori, sono banditi e rimossi come fossero la peste. Al punto da creare un indicibile sconcerto non appena questi stessi moti dell’anima riescono a riappropriarsi di un’attualità così posticcia e virtuale da sembrare un perpetuo reality show. “Comperavo il giornale solo per leggere di lui” scriveva, sul blog Basket Connection, un tifoso, a dieci anni dalla scomparsa di Davide. Che, una volta rammentato l’orrore della morte, e quanta disperazione essa provoca sempre nei vivi, nel caso di “Anci”, come di chiunque ci lascia in giovane età, ci mette davanti a qualcosa di così tremendo da costringerci alla più tenera, impotente, e proprio per questo umana, delle ribellioni.
Come ci esorta a fare, nei suoi confronti, e di tutta l’Umanità, il nostro Salvatore, salvare la Memoria di chi ci lascia è atto cristiano come pochi altri. Consente di vivere, e non semplicemente di sopravvivere. Diventa perciò significativo che a ricordarcelo, in questo mondo dove il Passato pare non esistere, siano così spesso i tanto vituperati tifosi delle curve, all’occorrenza violenti e deprecabili, ma sempre pronti a mostrare il loro volto migliore quando si tratta di perpetuare un nome legato a emozioni da custodire come un tesoro. Nel calcio è accaduto con un Gigi Meroni che, a quarantatre anni dall’incidente stradale in cui perì, nei ricordi non ha ancora smesso di svolazzare imprendibile con la maglia granata del Torino. Ed è successo a eroi più modesti ma altrettanto amati: l’Erasmo Iacovone che fece impazzire con i suoi gol la Taranto degli anni Settanta prima di schiantarsi in macchina, il Giuliano Taccola capace di stregare ogni tifoso romanista prima di essere stroncato da un male improvviso (era il marzo del 1969), il Renato Curi a cui è intitolato lo stadio di Perugia dove si accasciò senza vita sull’erba il 30 ottobre 1977, durante una partita di campionato giocata contro la Juventus.
Scie di lacrime e ricordi che si intrecciano anche nei destini del pugile Angelo Jacopucci, campione europeo dei medi morto nel 1978 in seguito a un ko subito sul ring di Bellaria contro l’inglese Alan Minter, del ciclista Fabio Casartelli, tragicamente caduto in una tappa del Tour de France del 1995, per non parlare di tutti gli assi delle auto e delle moto travolti durante un maledetto gran premio. Giovani vite che, prima di spezzarsi, hanno abbellito le nostre con lo splendore delle loro imprese sportive. La lunga festa di “4Anci”, oltre al grande Davide Ancilotto, è nata per ricordare anche loro. Perché sono tutti ragazzi “rimasti” con noi.

Stefano Ferrio

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