Una formula, per quanto di successo, ogni tanto ha bisogno di qualche piccolo ritocco, giusto per rinfrescarla senza sconvolgerla. È quello che deve aver pensato Maria De Filippi quando ha varato l’ultima edizione di Amici, offrendo quest’anno spazio anche ai giovani talenti legati alla “lirica” e al pianeta dei cantautori.
A beneficiarne sono stati così due artisti sbucati proprio dalle nuove categorie che, pur non avendo vinto, sono arrivati nel quartetto dei finalisti. In modo particolare, si è fatto notare Pierdavide Carone, 21 anni, nato a Roma ma residente a Palagianello, dalle parti di Taranto.
Una vita passata ad appuntare sulle corde della chitarra quello che gli passava nel cuore e nella testa, alla ricerca di visibilità. Una scelta non facile, tanto che Pierdavide trova lavoro come esattore per una società autostradale per vivere, senza per questo mettere in soffitta i suoi sogni di musicista.
Sogni che iniziano a prendere forma quando entra ad Amici e ha modo di presentare i suoi brani. Piacciono, e anche tanto, così Pierdavide spicca a poco a poco il volo, planando nella serata finale del talent show dove conquista il terzo posto. Intanto, mette a segno un paio di colpi niente male: scrive il libro I sogni fanno rima, il primo diario di Amici, e soprattutto compone Per tutte le volte che…, la canzone con cui Valerio Scanu ha vinto l’ultimo Festival di Sanremo.
Il segno tangibile che c’è stoffa in Pierdavide, la stessa che ha usato per confezionare il suo cd di debutto, Una canzone pop, che in tre giorni dall’uscita ha venduto subito 60.000 copie. Dieci brani scritti da lui stesso, che disegnano un cantautore eclettico, spesso ironico e scanzonato, capace di passare con disinvoltura dalla ballata al rock and roll, dal pop al folk.
Un album che ha come punti di riferimento Rino Gaetano, Alex Britti e Simone Cristicchi, frullati però con spiccata personalità. Quella personalità, appunto, che lo ha fatto emergere dall’anonimato, inserendolo tra le speranze più brillanti del nostro cantautorato.
Cosa ti ha portato tra le braccia della musica?
Una sorta di diversità rispetto ai miei coetanei. Mentre loro passavano il tempo libero a giocare, io stavo chiuso in camera mia per imparare a suonare la chitarra. Forse sarò stato influenzato dai dischi dei Beatles, dei Rolling Stones o dei Queen che mi faceva ascoltare mio padre.
Hai iniziato a scrivere presto?
A parte le volte in cui mi sono esibito nei pub per una manciata di euro, dove per forza di cose cantavo brani altrui, ho sempre cercato di scrivere i miei pezzi. Sentivo questa forte esigenza di esprimere i miei stati d’animo con le canzoni. In questo senso, mi definisco un compositore che canta.
In quali frequentazioni sonore ti sei imbattuto?
Ho studiato chitarra classica, suonato jazz, anche se la mia vera “vocazione” è il rock. Per il canto, invece, sono autodidatta.
Come hai vissuto l’impatto di Amici?
Con piacevole sorpresa. Innanzitutto mi sono ricreduto sull’opinione che avevo dei talent show. Pensavo che badassero più alla vocalità esagerata, viste le ugole di certi concorrenti, che alla sostanza, e invece hanno apprezzato i contenuti dei miei brani. E mi ha fatto anche piacere registrare grandi consensi dal pubblico giovane che segue Amici, ritenuto a torto frivolo per l’età, mentre invece ha capito certe tematiche espresse nei pezzi.
Ti sei migliorato nella scuola del talent?
Ho imparato di certo a usare meglio la voce. Sotto la guida delle insegnanti, Gabriella e Grazia, ho fatto grossi passi avanti nel canto che, senza dubbio, era la mia lacuna maggiore. Avevo uno strumento, insomma, che non sfruttavo nelle sue potenzialità.
Avevi già tentato di farti notare?
Sì, partecipando a vari concorsi e inviando i miei brani alle case discografiche, ma senza risultati. Non c’è da stupirsi. È impossibile, per un’etichetta, vagliare le migliaia di canzoni che ricevono. Ecco perché i talent servono: aprono una finestra importante per gli esordienti.
La tua prima finestra si è spalancata componendo il pezzo vincitore a Sanremo. Com’è nata l’idea?
È stata Maria De Filippi a proporla, e non ci potevo credere. Ero spaventato e un po’ scettico: al Festival ci sono autori e artisti di rilievo, gente che la penna e lo spartito li sa usare. Non sapevo dove mi avrebbe portato questa avventura, ma la sfida mi solleticava e alla fine è andata bene: Valerio è stato bravissimo a cantare Per tutte le volte che…
Non ti è dispiaciuto non averla tenuta per te?
No, perché quando scrivo ho già chiaro se un brano è adatto per me o se è meglio farlo eseguire da un altro artista. Anzi, è un onore dare a un cantante di valore una mia composizione, non sono “geloso” se diventa un successo.
Il tuo album è fatto di spezie musicali diverse tra loro. Qual è la tua vera anima musicale?
Non ho una collocazione sonora precisa. Si percepisce che arrivo dal mondo cantautorale, ma pesco da generi differenti per costruire i brani. D’altra parte, per comporre inizio sempre dalle musiche ed è la melodia, l’atmosfera che crea, a suggerire poi il testo.
Le tue parole spesso fanno uso dell’ironia. Come mai?
Sono disincantato, spesso cinico, di fronte a ciò che vedo intorno a me. La protesta, nella musica, non penso possa cambiare le cose, preferisco riderci su, ironizzare: la vita è così breve, non è il caso di arrabbiarsi.
L’ironia, però, molte volte è più efficace e devastante di una protesta.
È un’osservazione giusta: ironizzando il messaggio arriva in maniera più efficace.
Nel brano Superstar dici: “Ogni artista sogna quando non è ancora niente”. Tu cosa sognavi?
Di essere riconosciuto per strada non tanto come personaggio famoso, ma per quello che riuscivo a dare alle persone con i miei brani. Sapere che quanto scrivo, in qualche modo, serve agli altri, per me è importante. Insomma, deve arrivare prima la canzone che il cantante.
Claudio Facchetti |