«Un uomo scendeva da Gerusalemme a
Gerico e incappò nei briganti
che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide
passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel
luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano…»
(Luca 10,30-33)
Li ha visti forse, in uno dei tanti dei
suoi viaggi a Gerusalemme, quando si imbatteva
in tanta gente: chi carico di mercanzia,
felice di dare ai figli ciò che aveva
promesso, chi leggero e contento perché aveva
venduto e si toccavano ogni tanto il gruzzoletto
ben nascosto, per non farselo rubare.
Scendevano da quella strada anche i pendolari del sacro. A Gerusalemme, il Tempio
era una grande azienda: alcuni impiegati nei servizi generali, per custodire
le offerte o prendersi cura degli animali. Altri, più nobili, quelli della
tribù sacerdotale era gente che serviva i sacrifici e faceva i turni dell’incenso,
della preghiera e dell’offerta. Gesù li aveva visti passare contenti
per la lode all’Altissimo ben celebrata, per la preghiera che ne aveva
trasformato il cuore.
Ora tornavano a casa e si rimettevano a coltivare i loro affetti. Quella luce
che si era accesa nel cuore davanti all’Altissimo, lentamente si spegneva,
e forse la vita dura presto la oscurava. Infatti, un giorno, due di loro, lo
potremmo essere tutti, si imbattono in un poveraccio ripiegato in due sul ciglio
della strada. È boccheggiante, ferito, sanguinante: uno sfortunato, che
aveva troppi soldi in evidenza e glieli hanno rubati. Stesse più attento
un’altra volta! Se ne vedono tante se si viaggia. Oggi hanno fermato per
ore interminabili il treno perché il solito s’è buttato sotto
i binari!
Noi pendolari siamo sempre una categoria troppo debole: spendiamo un sacco di
tempo sulla strada e siamo soggetti a tutto: ingorghi, ritardi, persone balzane,
ladri, prepotenti; te ne devi sempre aspettare una ogni giorno. Sai quando parti
la mattina e non sai come torni la sera. In apertura e chiusura sempre una avventura:
la strada. La nostra vita però non è la strada, è il punto
di partenza: la nostra famiglia, i nostri amici e il punto di arrivo, il nostro
lavoro e di nuovo ancora il luogo del ritorno, stanchi, ma soddisfatti di rimetterci
nella serenità e nella gioia della vita che ritorna ad essere nostra.
Questo tempo del viaggio è proprio inutile, è da vivere in apnea
in attesa che passi.
Invece Dio sta proprio lì. Quel ciglio
della strada ti scandaglia il cuore e ne rivela
la bontà. I momenti belli della preghiera
nella pace del convento, le volute di incenso
per dire la gioia di servire il Signore, per
aprire nella vita una finestra di eternità sono
in attesa di una autenticazione: il prossimo.
I due che ritornano dal Tempio scansano l’uomo
ferito, ma non s’accorgono che spengono
tutte le luci accese all’altare. Non
si può essere pendolari del sacro, come
non si può essere pendolari della vita.
La vita e l’incontro con Dio non sono
un lavoro 9-12, pausa pranzo, 15-18. È la
tua coscienza, la tua umanità che dà sapore
anche ai momenti più inutili. Sei sempre
tu che vivi, che incontri, che scansi, eviti,
ignori o accogli. E anche se cambi marciapiede
per non inciampare, c’è un altro
pendolare che accompagna i tuoi passi distratti
e svenduti. È un mercante, senza il
senso degli affari, senza preoccupazioni di
target e di programmi, di profitti e di vendite. È Lui
che si piega sull’uomo ferito, è lui
che lo accoglie e lo consola, che non lo vede
come un inciampo nella sua corsa veloce all’aeroporto.
Lui sa dare significato al tempo e all’amore.
Si ferma e non ci abbandona, si carica e si
fa carico di noi. Per lui ogni piega della
vita è una scommessa. Non è un
pendolare del sacro, ma il Signore di ogni
voglia di vivere, soprattutto la più flebile
e disarmata.
Domenico Sigalini |