Qualcuno ricorda Angelos Charisteas? Grecia
a parte, Paese natale dove la sua notorietà rivaleggia
con quella di Alessandro Magno, non riescono
a dimenticarlo i dieci milioni di portoghesi,
che il 4 luglio 2004 lo videro inzuccare
in rete l’unico gol della finale dei
campionati europei. Partita che i lusitani
persero in casa, nella loro Lisbona, contro
la Grecia, trascinata alla più incredibile
vittoria di una nazionale nella storia del
calcio da quell’unico gol, firmato
Charisteas.
Dal 7 al 29 giugno prossimi, in occasione della tredicesima edizione del torneo
continentale, organizzato da Austria e Svizzera, ci sarà tempo e modo
per rinfrescarsi la memoria su questo svolazzante spilungone di 28 anni che gioca
in Germania, con la maglia del Norimberga. Su di lui e su tutta la Grecia, così repentinamente
uscita di scena dopo il trionfo di Lisbona, da “riapparire” in campo
per difendere il suo titolo alla stregua di una stella cometa che solca il firmamento
ogni quattro anni. Buttata fuori alle qualificazioni mondiali di Berlino 2006, è risorta
dal nulla dominando il proprio girone europeo, con un bottino finale di 31 punti
su 36 disponibili. Qualcosa che autorizza a riparlarne come di una mezza favorita.
Un mistero da spiegare
L’enigma dunque continua, e non
sono solo i portoghesi a strabuzzare tuttora
gli occhi di fronte all’impresa compiuta
nel 2004 dalla formazione ellenica allenata
da Otto Rehhagel, “Re Ottone” per
i greci, settantenne ct di origini tedesche.
Chiunque si appassioni al pallone è destinato
a domandarsi per l’eternità come
sia giunta così in alto una squadra
data all’epoca 1 a 100 dai bookmakers.
Una nazionale trionfatrice in Europa dopo
avere disputato una sola edizione dei campionati
del mondo, Usa ‘94, uscendo di scena
dopo appena tre partite, con nessun gol
all’attivo e dieci sul groppone.
D’altra parte, se del calcio si parla
come di un sommo mistero sportivo, fatto
per sovvertire occasionalmente ogni pronostico,
i campionati europei sembrano stati inventati
apposta per dimostrarlo. Mentre in quasi
80 anni di storia dei Mondiali, il titolo è sempre
stato assegnato a uno squadrone di riconosciuta
aristocrazia, compreso l’Uruguay
che batte il Brasile al Maracanà nella
celebre fase finale del ’50, 48 anni
di tornei continentali hanno riservato
ben due verdetti da capogiro: la già citata
vittoria della Grecia, e quella della Danimarca,
che nel 1992 sbaraglia il campo in Svezia
dopo essere stata ripescata all’ultimo
momento per l’esclusione della Jugoslavia
a causa della guerra.
La grande assente
Sin dall’elenco delle squadre qualificate,
la manifestazione che prenderà il
via il 7 giugno a Basilea con Svizzera-Repubblica
Ceca, nasce nel segno della bizzarria.
Mancherà innanzitutto il blocco
delle quattro nazionali britanniche, oltre
all’Eire. Vuoto clamoroso, se si
pensa che l’Inghilterra ha piazzato
quattro squadre di club, la metà esatta,
fra le otto partecipanti ai quarti di finale
della Champions’ League Ci
saranno in compenso altre “big” del
calcio europeo, assieme ad alcune outsider,
e a una formazione resuscitata dopo lunga
crisi, la Polonia. A rendere più stravagante
il quadro ha provveduto il sorteggio, svoltosi
nel dicembre scorso a Lucerna. Da dove,
con la scusa di rendere praticabile l’ammissione
ai quarti delle due nazionali ospitanti,
sono venuti fuori quattro raggruppamenti
all’insegna dell’incertezza.
Vediamoli in ordine.
Girone A (Basilea
e Ginevra) – Per testare le rampanti
ambizioni della Svizzera guidata da Patrick
Muller e dal bomber Alexander Frei, scenderanno
in campo la Repubblica Ceca di Baros
e Koller, travolgente nelle qualificazioni,
il Portogallo di Cristiano Ronaldo fresco
di quarto posto mondiale, e la Turchia,
decisa a vendicare l’eliminazione
da Berlino 2006, seguita a un play off-rissa
perso proprio contro la squadra elvetica.
Girone B (Vienna
e Klagenfurt) – Decisamente meno
ambiziosa della Svizzera, l’altra
ospitante, l’Austria, avrà per
avversarie negli stadi di casa la giovane
Germania di Ballack e Podolski, in cerca
di rivincita dopo i Mondiali finiti con
la semifinale persa ai supplementari
contro l’Italia, la Croazia lanciata
dal blitz al Wembley costato l’eliminazione
all’Inghilterra, e la Polonia ammessa
per la prima volta a una fase finale
europea.
Girone C (Zurigo
e Berna) – È quello dell’Italia
campione del mondo, ed è anche
un girone reso di ferro dalla presenza
della Francia di Henry e Trezeguet, di
nuovo sul cammino degli azzurri a due
anni dalla finale di Berlino, e dell’Olanda
guidata dal talento sotto rete di Ruud
van Nistelrooy. Come se non bastasse,
a fare da quarto incomodo provvederà la
mina vagante Romania, il cui bomber si
chiama Adrian Mutu.
Girone D (Innsbruck
e Salisburgo) – Anche qui l’incertezza
regna sovrana, con i greci campioni in
carica che ritrovano due avversarie del
girone di quattro anni fa: la Spagna
dei matador d’area Torres e Raul,
e la solita, solida Russia dal profilo
indecifrabile. Mancherà rispetto
ad allora il Portogallo, sostituito dalla
Svezia, che gioca molte delle sue chance
sul talento (e i chiari di luna) di un
asso come Zlatan Ibrahimovic.
Italia felix
Abbinamenti sul filo dell’equilibrio
e tradizioni irriverenti delle gerarchie
promettono un torneo ricco di emozioni.
Che alla finale di Vienna potrebbe portare
l’Italia di Roberto Donadoni. Vero
infatti che gli azzurri soffrono da sempre
il ruolo dei favoriti, quest’anno
a loro attribuito dai pronostici. Ma vero
anche che sanno dare il meglio di sé una
volta sottoposti a forti pressioni, come
quelle garantite da Francia e Olanda incrociate
ai blocchi di partenza. Molto dipenderà dal
rendimento del centrocampo, probabilmente
impostato sul trio milanista Gattuso-Pirlo-Ambrosini,
teorico anello fragile di uno schieramento
ben protetto dietro dall’asse Buffon-Cannavaro,
e capace di offendere davanti grazie a
talenti come Toni, Gilardino e Iaquinta.
Decisivo potrebbe risultare l’apporto
di Antonio Cassano, attuale genio e sregolatezza
in maglia della Sampdoria, asso a cui il
ct non sa ancora se affidarsi.
Quanto all’altra finalista, ecco
ricomparire la Francia, sconfitta a Berlino
nel 2006. Fra le altre tredici è difficile
fare preferenze. Pur con qualcosa in più da
riconoscere a Spagna, Olanda, Germania
e Repubblica Ceca, formano al via un gruppo
molto compatto di possibili sorprese. In
realtà qualcuno sostiene che la
Grecia, dopo il trionfo del 2004, non si
può più considerare tale.
Ma questo qualcuno fa parte della minoranza
che conserva memoria di Angelos Charisteas.
Uno che, come tutta la Grecia, in quattro
anni si è nascosto così bene
da potersi oggi ripresentare in campo nei
panni del perfetto sconosciuto.
Solo dopo
la prima inzuccata vincente, alcuni cominceranno
a ricordare. E a provare una specie di
tremarella… Scoprendo che
sì, è proprio quel Charisteas,
capace di far piangere l’intero Portogallo
con un unico colpo di testa.
Stefano Ferrio |