Gli scienziati sono divisi e sanno che la
scienza non è la sola via per raggiungere
la verità. Così, la teoria
di Darwin «è una delle possibili
spiegazioni che illustrano lo sviluppo della
vita ma non è condivisa da tutti gli
scienziati, inoltre non è ancora dimostrata
da un modello matematico che spieghi come
dalla non vita si passa alla vita» (Marcelo
Sanches Sorondo, Cancelliere della Pontificia
Accademia delle scienze).
Ma sono talmente tanti gli sviluppi del nostro cervello, il cui volume si è triplicato
nel corso dell’evoluzione, che i fattori culturali la fanno da padroni.
Altro che Darwin.
Sentiamo cosa ci ha detto uno che, in quanto a cultura come fattore di crescita
umana, ne sa una più del diavolo: quel simpaticissimo e amichevole genetista
che è Luigi Luca Cavalli Sforza che tanto onore ha dato all’Italia
per le sue scoperte nel campo della genetica culturale.
Professore, tutti gli uomini e le donne
del mondo hanno un antenato comune. Che
cosa però ci differenzia?
Noi abbiamo un genoma molto vario che si
può ricostruire a pezzi. Ognuno
di essi ha un antenato comune. Vi sono
state più di duemila persone e il
pezzo comune viene da uno di questi duemila.
Quindi non c’è stato un solo
antenato, però c’è sempre
l’origine in comune che comporta
in noi tutti una grande comunione ed una
grande somiglianza. La specie umana è una
e diversa al tempo stesso, per cui le differenze
genetiche sono meno importanti degli apporti
culturali e ambientali che separano i diversi
gruppi etnici.
Nel corso dell’evoluzione,
quali sono le variabili umane di cui tener
conto?
Faccio
degli esempi. Se voglio sapere che somiglianza
c’è tra me
e mio figlio o mio nipote, uso delle quantità che
misurano le variabili: per esempio la statura
o il gene. Il grado di parentela tra me
e mio figlio e mio nipote, mi permettono
di stabilire quanto simili siamo, anche
con riferimento ai caratteri particolari
o effetti ambientali, condizioni sociali
che implicano diversi modi di vita come
mangiare di più o di meno. Poi lo
studio e l'analisi del Dna, infatti, ha
permesso di ricostruire in dettaglio il
passato più remoto della storia
dell'uomo. Lì dove non c'erano più prove
concrete, dove non si poteva scavare in
siti archeologici per ottenere risposta,
si è passati all'analisi e alla
ricostruzione del Dna e alle origini della
nostra specie di «homo sapiens»,
origini che ho circoscritto in Africa.
Nato africano, infatti, l'uomo è stato
sempre caratterizzato dalla volontà di
viaggiare, quasi un istinto, che ha portato
i nostri antenati a spargersi per il mondo,
e colonizzarlo, il tutto in un arco di
tempo molto ampio, che va da 100 mila anni
fa, con la prima migrazione verso il Medio
Oriente, fino a 800 anni fa, con la colonizzazione
della Nuova Zelanda e della Polinesia.
La genetica dimostra in maniera chiara
che l'uomo appartiene a una sola e unica
razza, affermazione dimostrata dal fatto
che la differenza genetica tra africani,
europei, cinesi e via dicendo è analoga
in tutto e per tutto alla variabilità genetica
interna a ciascun gruppo.
C’è un rapporto tra "razze",
etnie, e religioni?
No, non c’è un rapporto,
né credo che sia possibile cercarlo.
Ricordiamoci che sono soprattutto ragioni
storiche a creare le differenze di religione,
non meno di quelle politiche e culturali.
Non sono mai riuscito a vederci delle motivazioni
genetiche e continuo a non vedercele. Sul
piano scientifico, in ogni caso, sarebbero
ipotesi troppo deboli. Per esempio, certi
miei colleghi , innamorati dei geni, se
ne servono per spiegare tutto e il contrario
di tutto. Mentre io sono convinto che i
geni sono indubbiamente importanti, ma
lo è altrettanto l'educazione per
quanto riguarda l'ambiente sociale in cui
siamo cresciuti.
Si può misurare una priorità genetica
rispetto a quella ambientale e culturale?
È molto difficile stabilire una
scala gerarchica di valutazione delle due
componenti. Ma abbiamo ormai accertato
che le differenze culturali sono enormemente
importanti, almeno quanto quelle genetiche,
anzi probabilmente di più. Ecco
un esempio.
Dalla misurazione del quoziente d'intelligenza,
che io considero una grossa montatura,
si è visto che ci sarebbe una differenza
media di quindici punti tra l'intelligenza
degli americani bianchi e neri. Molti hanno
cominciato a chiedersi se non dipendesse
da fattori genetici. Diversi anni dopo,
però, lo stesso test è stato
sperimentato sui giapponesi. E questi sono
risultati di undici punti più intelligenti
degli americani bianchi. Tale esito era
semplicemente dovuto al fatto che in Giappone
ci sono scuole migliori di quelle americane.
Allo stesso modo si è visto - altro
esempio - che i cinesi sono molto più bravi
in matematica.
Sono convinto, pur senza averne le prove,
che la differenza con gli occidentali è dovuta
al fatto che cinesi e giapponesi usano
un alfabeto ideografico. Quando si vanno
ad esaminare i test d'intelligenza più raffinati
ed astratti, si constata che sono quasi
come la lettura dei caratteri ideografici.
Chi ci è abituato fin da piccolo
riesce ad imparare diecimila o ventimila
caratteri, distinguendo i concetti da leggere
rapidissimamente. E questo è senza
dubbio un magnifico training per il quoziente
d'intelligenza. Se ne ha la controprova
esaminando con il medesimo test i cinesi
cresciuti senza la tradizionale cultura
degli ideogrammi.
Fino a che punto,
gli sbarramenti culturali condizionano
o determinano le diversità?
Ve ne sono moltissimi.
Per esempio, tra la Cina del Nord e la
Cina del Sud c'è una
barriera antichissima, superata solo negli
ultimi duemila anni, quando è stato
possibile stabilire lingue comuni, o almeno
molto simili per quelle popolazioni, con
l'unificazione politica di immensi territori.
Tuttavia ciò non si è subito
tradotto nell'unificazione culturale completa.
Che ne pensa
delle manipolazioni genetiche? Ridurranno
davvero il genere umano a una fotocopia
di se stesso?
L'ingegneria genetica è utile alla
salute e conoscere il codice genetico,
infatti, significa potenzialmente riuscire
a conoscere il presente, il passato e il
futuro della vita «biologica» di
un individuo, prevederne e curarne le possibili
malattie, mentre l'idea di trasformare
la specie umana mi sembra impensabile.
Che cosa la colpisce di più nello
studio dell’antropologia?
La considerazione sull’importanza
di imparare il linguaggio materno nei primi
anni di vita perché della madre
ci fidiamo. È stata chiamata la
lingua degli onesti, per cui non si fanno
trucchi. Penso che tale teoria avrà sviluppi
interessanti in futuro.
Lei crede che l’antropologia vive
una grave crisi. Che cosa l’ha provocata?
Oggi
molti scienziati hanno paura della matematica
e della statistica, si interessano solamente
della scienza “meschina” per
fare politica. Sperano di migliorare il mondo,
ma finora non c’è riuscito nessuno.
Gli unici che vi sono pervenuti sono quei
quattro- cinque personaggi che non sono politici
ma religiosi. Imboniti da certi filosofi,
molti scienziati fanno parte del postmoderno
che dice che la scienza non cerca la verità ed è pagata
dalla politica per essere ad essa soggetta.
Ciò è stupido.
Maria & Enrico Marotta |