In questo numero
GENI SEMPRE GENI di Maria & Enrico Marotta

Tutto è riconducibile ai geni?
Quanto influenzano gli influssi culturali
e ambientali nella formazione della persona?
Perché la lingua materna è così importante?
Abbiamo chiesto a uno
dei massimi esperti mondiali
di aiutarci a capire il ruolo della genetica
e quello della cultura
nella educazione della persona.


Gli scienziati sono divisi e sanno che la scienza non è la sola via per raggiungere la verità. Così, la teoria di Darwin «è una delle possibili spiegazioni che illustrano lo sviluppo della vita ma non è condivisa da tutti gli scienziati, inoltre non è ancora dimostrata da un modello matematico che spieghi come dalla non vita si passa alla vita» (Marcelo Sanches Sorondo, Cancelliere della Pontificia Accademia delle scienze).
Ma sono talmente tanti gli sviluppi del nostro cervello, il cui volume si è triplicato nel corso dell’evoluzione, che i fattori culturali la fanno da padroni. Altro che Darwin.
Sentiamo cosa ci ha detto uno che, in quanto a cultura come fattore di crescita umana, ne sa una più del diavolo: quel simpaticissimo e amichevole genetista che è Luigi Luca Cavalli Sforza che tanto onore ha dato all’Italia per le sue scoperte nel campo della genetica culturale.

Professore, tutti gli uomini e le donne del mondo hanno un antenato comune. Che cosa però ci differenzia?
Noi abbiamo un genoma molto vario che si può ricostruire a pezzi. Ognuno di essi ha un antenato comune. Vi sono state più di duemila persone e il pezzo comune viene da uno di questi duemila. Quindi non c’è stato un solo antenato, però c’è sempre l’origine in comune che comporta in noi tutti una grande comunione ed una grande somiglianza. La specie umana è una e diversa al tempo stesso, per cui le differenze genetiche sono meno importanti degli apporti culturali e ambientali che separano i diversi gruppi etnici.

Nel corso dell’evoluzione, quali sono le variabili umane di cui tener conto?
Faccio degli esempi. Se voglio sapere che somiglianza c’è tra me e mio figlio o mio nipote, uso delle quantità che misurano le variabili: per esempio la statura o il gene. Il grado di parentela tra me e mio figlio e mio nipote, mi permettono di stabilire quanto simili siamo, anche con riferimento ai caratteri particolari o effetti ambientali, condizioni sociali che implicano diversi modi di vita come mangiare di più o di meno. Poi lo studio e l'analisi del Dna, infatti, ha permesso di ricostruire in dettaglio il passato più remoto della storia dell'uomo. Lì dove non c'erano più prove concrete, dove non si poteva scavare in siti archeologici per ottenere risposta, si è passati all'analisi e alla ricostruzione del Dna e alle origini della nostra specie di «homo sapiens», origini che ho circoscritto in Africa. Nato africano, infatti, l'uomo è stato sempre caratterizzato dalla volontà di viaggiare, quasi un istinto, che ha portato i nostri antenati a spargersi per il mondo, e colonizzarlo, il tutto in un arco di tempo molto ampio, che va da 100 mila anni fa, con la prima migrazione verso il Medio Oriente, fino a 800 anni fa, con la colonizzazione della Nuova Zelanda e della Polinesia.
La genetica dimostra in maniera chiara che l'uomo appartiene a una sola e unica razza, affermazione dimostrata dal fatto che la differenza genetica tra africani, europei, cinesi e via dicendo è analoga in tutto e per tutto alla variabilità genetica interna a ciascun gruppo.

C’è un rapporto tra "razze", etnie, e religioni?
No, non c’è un rapporto, né credo che sia possibile cercarlo. Ricordiamoci che sono soprattutto ragioni storiche a creare le differenze di religione, non meno di quelle politiche e culturali. Non sono mai riuscito a vederci delle motivazioni genetiche e continuo a non vedercele. Sul piano scientifico, in ogni caso, sarebbero ipotesi troppo deboli. Per esempio, certi miei colleghi , innamorati dei geni, se ne servono per spiegare tutto e il contrario di tutto. Mentre io sono convinto che i geni sono indubbiamente importanti, ma lo è altrettanto l'educazione per quanto riguarda l'ambiente sociale in cui siamo cresciuti.

Si può misurare una priorità genetica rispetto a quella ambientale e culturale?
È molto difficile stabilire una scala gerarchica di valutazione delle due componenti. Ma abbiamo ormai accertato che le differenze culturali sono enormemente importanti, almeno quanto quelle genetiche, anzi probabilmente di più. Ecco un esempio.
Dalla misurazione del quoziente d'intelligenza, che io considero una grossa montatura, si è visto che ci sarebbe una differenza media di quindici punti tra l'intelligenza degli americani bianchi e neri. Molti hanno cominciato a chiedersi se non dipendesse da fattori genetici. Diversi anni dopo, però, lo stesso test è stato sperimentato sui giapponesi. E questi sono risultati di undici punti più intelligenti degli americani bianchi. Tale esito era semplicemente dovuto al fatto che in Giappone ci sono scuole migliori di quelle americane. Allo stesso modo si è visto - altro esempio - che i cinesi sono molto più bravi in matematica.
Sono convinto, pur senza averne le prove, che la differenza con gli occidentali è dovuta al fatto che cinesi e giapponesi usano un alfabeto ideografico. Quando si vanno ad esaminare i test d'intelligenza più raffinati ed astratti, si constata che sono quasi come la lettura dei caratteri ideografici. Chi ci è abituato fin da piccolo riesce ad imparare diecimila o ventimila caratteri, distinguendo i concetti da leggere rapidissimamente. E questo è senza dubbio un magnifico training per il quoziente d'intelligenza. Se ne ha la controprova esaminando con il medesimo test i cinesi cresciuti senza la tradizionale cultura degli ideogrammi.

Fino a che punto, gli sbarramenti culturali condizionano o determinano le diversità?
Ve ne sono moltissimi. Per esempio, tra la Cina del Nord e la Cina del Sud c'è una barriera antichissima, superata solo negli ultimi duemila anni, quando è stato possibile stabilire lingue comuni, o almeno molto simili per quelle popolazioni, con l'unificazione politica di immensi territori. Tuttavia ciò non si è subito tradotto nell'unificazione culturale completa.

Che ne pensa delle manipolazioni genetiche? Ridurranno davvero il genere umano a una fotocopia di se stesso?
L'ingegneria genetica è utile alla salute e conoscere il codice genetico, infatti, significa potenzialmente riuscire a conoscere il presente, il passato e il futuro della vita «biologica» di un individuo, prevederne e curarne le possibili malattie, mentre l'idea di trasformare la specie umana mi sembra impensabile.

Che cosa la colpisce di più nello studio dell’antropologia?
La considerazione sull’importanza di imparare il linguaggio materno nei primi anni di vita perché della madre ci fidiamo. È stata chiamata la lingua degli onesti, per cui non si fanno trucchi. Penso che tale teoria avrà sviluppi interessanti in futuro.

Lei crede che l’antropologia vive una grave crisi. Che cosa l’ha provocata?
Oggi molti scienziati hanno paura della matematica e della statistica, si interessano solamente della scienza “meschina” per fare politica. Sperano di migliorare il mondo, ma finora non c’è riuscito nessuno. Gli unici che vi sono pervenuti sono quei quattro- cinque personaggi che non sono politici ma religiosi. Imboniti da certi filosofi, molti scienziati fanno parte del postmoderno che dice che la scienza non cerca la verità ed è pagata dalla politica per essere ad essa soggetta. Ciò è stupido.

Maria & Enrico Marotta

www.timeandmind.com