In questo numero
POTENTE RUSSIA di Gianluca Marasco

L’elezione del successore di Putin, Medvedev,
conferma l’orientamento della Russia
verso una politica di rafforzamento dello Stato,
a scapito della democrazia.
E rischia di far tornare d’attualità
l’espressione “Guerra fredda”


La nuova presidenza Medvedev è iniziata da troppo poco tempo per capire dove andrà a parare. Ma è una creatura di Putin e ne seguirà le orme. Dimitri Medvedev appartiene allo stesso partito di Putin, Edinaya Rossiya (Russia unita), è stato da lui designato come successore fin dal dicembre 2007 E condividono molte idee sul futuro del Paese. Uomo forte del nuovo millennio, l’uscita di scena di Putin sarà solo parziale. Non potendosi ricandidare ha messo i suoi uomini di fiducia nei centri nevralgici del potere politico ed economico, cosicché la sua ombra e la sua forte presenza incideranno a lungo sulle sorti dello Stato più grande del mondo.
Il 70% di voti con cui Medvedev è stato eletto, nonostante i suoi soli quattro giorni di campagna elettorale, sono farina del sacco di Putin. Questi, scelto da Boris Eltsin quando era uno sconosciuto funzionario del Kgb, lascia un Paese che ha riacquistato un peso internazionale di tutto rispetto, trasformando le proprie enormi ricchezze energetiche (petrolio e gas naturale) in una spada di Damocle sospesa sulla testa dell’Occidente; uno Stato che tenta di ricostruire la propria potenza bellica tornando a parlare, per la prima volta dagli anni del crollo dell’URSS, di riarmo, che usa il pugno duro con chi ne mina l’unità territoriale e che si oppone alla presenza incombente della Nato vicino ai suoi confini.

Sogni di potenza
Quando Boris Eltsin, nell’agosto del 1999, lascia il Cremlino, la Russia è allo sfascio. Strozzata dalla corruzione, vittima delle privatizzazioni che avevano letteralmente regalato i gioielli industriali del Paese e i settori chiave dell’economia ad imprenditori spavaldi (ventitrè oligarchi tra i quali il noto Roman Abramovich, presidente della squadra inglese del Chelsea, Anatolii Chubais e Boris Berezovsky), con i governatori delle regioni in opposizione al potere centrale di Mosca.
Sul piano internazionale la Russia contava pochissimo e la piccola Cecenia teneva in scacco l’esercito russo, un tempo temutissimo dagli USA.
Tra il 1991 e il 1999 era così crollato il sogno di una Russia democratica alla maniera occidentale: mancava uno Stato su cui poter fondare e garantire le forme della democrazia, mentre si produce solo il 40% di quanto si riusciva a fare nel 1992 e l’inflazione aveva fatto tornare in voga il baratto, vista l’inutilità del denaro.
In uno dei primi documenti di Putin presidente, La Russia al cambio del millennio, parla della necessità di ricostruire lo Stato, la sua grandezza e la sua visibilità.
Lavora per otto anni per controllare il territorio. Toglie potere agli oligarchi economici, garantendo amnistie per chi si era arricchito in maniera fraudolenta ai danni dello Stato in cambio di collaborazione e accettazione delle nuove regole, ma mettendo in carcere o costringendo all’esilio chi si opponeva al nuovo corso. Con manovre di forza dal 1999 al 2004, lo Stato riprende il controllo sull’industria pesante, mineraria ed energetica, riacquistando la maggioranza delle quote di colossi come la Lukoil e la Gazprom.
Putin consolida così il potere personale, ponendo i suoi uomini di fiducia al governo e nei consigli di amministrazione; toglie poi potere ai governatori regionali, sorta di signori feudali che ormai non rispondevano più all’autorità centrale, costringendoli alle dimissioni, sostituendoli con persone in linea con lui o se li lascia in cambio vuole fedele sottomissione, riservando, infine, a sé stesso e non al popolo la loro nomina. Infine, i media contrari vengono nazionalizzati o chiusi.
Il rischio della frammentazione dello Stato, alimentato dalle spinte indipendentiste della Cecenia e di altre regioni calde, come il Dagestan, è affrontato con spietatezza. Quando nel ottobre 2002, il teatro Dubrovka e nel settembre 2004, la scuola elementare di Beslan vengono presi in ostaggio da terroristi ceceni, la soluzione delle questioni, in entrambi i casi, avvenne con l’uso di metodi militari e l’impiego di teste di cuoio: morirono molti civili pur di far capire ai Ceceni che nulla verrà mai loro concesso.
Ciò per cui Putin mantiene grande prestigio tra la popolazione che lo rielegge con il 70% dei voti, è la ripresa dell’economia, dopo che nel 1998, la crisi aveva mandato sul lastrico milioni di cittadini e costretto l’orgogliosa Russia ad accettare l’onta degli aiuti umanitari.

Il volto oscuro di Putin
Accanto alla ricostruzione dello Stato, alla ripresa economica, al prestigio internazionale, gli anni di Putin hanno ombre inquietanti. Secondo gli osservatori internazionali la Russia è una dittatura mascherata. Gli osservatori dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) hanno bocciato il voto che, nel dicembre scorso, ha dato la maggioranza parlamentare, con oltre il 64% dei suffragi, al partito di Vladimir Putin, Russia Unita, e lo stesso impietoso giudizio si è abbattuto sulle presidenziali del 3 marzo che hanno visto vincitore Medvedev: le elezioni «non si sono svolte in modo corretto e non hanno rispettato molti degli impegni presi a livello di Osce e di Consiglio d’Europa né gli standard democratici», si legge in un comunicato dell’Osce, perché caratterizzate da frequenti abusi e da una copertura mediatica pesantemente a favore del partito al potere.
Per garantire la forza e l’integrità statale, inoltre, Putin ha costruito attorno a sé una corte di uomini a lui fedeli, molti dei quali provenienti dagli stessi ambienti del Kgb.
Per quanto riguarda il popolo russo, poco prima di morire uccisa da un sicario, la giornalista Anna Politkovskaja denunciò che «una volta la gente parlava. Oggi incontro sicuramente qualcuno che mi dice qualcosa, ma solo in un orecchio. Penso che sia perché nelle posizioni chiave ci sono gli uomini del Kgb. Nel dna della nostra gente c'è il ricordo che a “questi“ non ci si oppone».
Proprio l’omicidio di Anna Politkovskaja provoca l’indignazione internazionale verso Putin. Sull’assassinio della giornalista, fortemente critica verso Putin nel denunciare le violenze commesse dai soldati contro i ribelli, il presidente ha parlato solo due giorni dopo il fatto, rilasciando dichiarazioni fredde e di circostanza

Rapporti con l’Europa
Negli anni scorsi i governi europei sono stati ambigui con la Russia e uguale divisione hanno mostrato per le presunte irregolarità delle elezioni presidenziali di marzo: chi ha chiesto chiarezza sulle consultazioni e chi, come il francese Sarkozy, si è congratulato immediatamente con il neoeletto Medvedev.
Perché l’Europa è in difficoltà con la Russia? Per due motivi. La prima ragione si chiama energia. Tutta l’Europa dipende dalle importazioni di fonti di energia dall’estero. Il gas e il petrolio russo, che giungono a noi attraverso condotte terrestri, contribuiscono, in maniera significativa, a far funzionare le nostre città e le nostre industrie per questo facciamo buon viso a cattivo gioco e ci garantiamo i milioni di metri cubi di gas di cui abbiamo bisogno.
La seconda è di ordine politico. L’Unione europea è ancora un soggetto debole, incapace di far sentire il suo reale peso in campo internazionale in confronto ai nuovi colossi mondiali come India e Cina. Così nei momenti chiave della politica estera, ogni Membro dell’Unione risponde per sé, secondo i propri interessi nazionali.

Una partita sempre aperta
Alla Conferenza di Monaco del febbraio 2007, hanno suscitato scalpore le dichiarazioni di Putin circa i nuovi orizzonti della Russia: «La Russia, ossia noi, riceviamo continue lezioni di democrazia. Ma per qualche motivo, chi ci dà le lezioni non vuole imparare lui stesso. Un solo Stato, gli Stati Uniti, ha scavalcato i suoi confini nazionali in ogni modo.
Lo si vede dai sistemi economici, politici, culturali ed educativi che impone alle altre nazioni. Risulta che la NATO stia piazzando le forze del suo fronte ai nostri confini, e noi continuiamo strettamente ad aderire agli obblighi del trattato e non reagiamo a queste azioni».
Nel suo intervento davanti al Consiglio di Stato Russo dell’8 Febbraio 2008, l’ha ribadito: «I nostri partner dell'alleanza atlantica non ratificano alcun documento, ben che meno si guardano dal metterli in pratica, nel contempo pretendendo da noi il pedissequo rispetto di questi stessi documenti che non hanno neppure ratificato. La NATO si sta allargando e avvicina la propria infrastruttura militare alle nostre frontiere. Stiamo assistendo alla ingerenza e alla distruzione della sovranità degli Stati e di intere regioni del mondo, sotto la copertura di slogan a favore della Libertà e dei Diritti civili».
Politica di sicurezza, riarmo, opposizione agli atteggiamenti dell'Occidente e alla Nato: cose di cui, caduta l’URSS e tramontato il rischio Guerra fredda, si sperava di non sentire più parlare.
Invece, in un mondo limitato nelle risorse energetiche ed alimentari, torna la corsa a chi arriva per primo a garantirsi benessere togliendolo ad altri. Con la forza. Sembra così riaprirsi la partita sullo scacchiere internazionale in cui la fragile Europa rischia di fare da tavolo da gioco.

Gianluca Marasco

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