La nuova presidenza Medvedev è iniziata
da troppo poco tempo per capire dove andrà a
parare. Ma è una creatura di Putin
e ne seguirà le orme. Dimitri Medvedev
appartiene allo stesso partito di Putin, Edinaya
Rossiya (Russia unita), è stato
da lui designato come successore fin dal
dicembre 2007 E condividono molte idee sul
futuro del Paese. Uomo forte del nuovo millennio,
l’uscita di scena di Putin sarà solo
parziale. Non potendosi ricandidare ha messo
i suoi uomini di fiducia nei centri nevralgici
del potere politico ed economico, cosicché la
sua ombra e la sua forte presenza incideranno
a lungo sulle sorti dello Stato più grande
del mondo.
Il 70% di voti con cui Medvedev è stato eletto, nonostante i suoi soli
quattro giorni di campagna elettorale, sono farina del sacco di Putin. Questi,
scelto da Boris Eltsin quando era uno sconosciuto funzionario del Kgb, lascia
un Paese che ha riacquistato un peso internazionale di tutto rispetto, trasformando
le proprie enormi ricchezze energetiche (petrolio e gas naturale) in una spada
di Damocle sospesa sulla testa dell’Occidente; uno Stato che tenta di ricostruire
la propria potenza bellica tornando a parlare, per la prima volta dagli anni
del crollo dell’URSS, di riarmo, che usa il pugno duro con chi ne mina
l’unità territoriale e che si oppone alla presenza incombente della
Nato vicino ai suoi confini.
Sogni di potenza
Quando Boris Eltsin, nell’agosto del 1999, lascia il Cremlino, la Russia è allo
sfascio. Strozzata dalla corruzione, vittima delle privatizzazioni che avevano
letteralmente regalato i gioielli industriali del Paese e i settori chiave dell’economia
ad imprenditori spavaldi (ventitrè oligarchi tra i quali il noto Roman
Abramovich, presidente della squadra inglese del Chelsea, Anatolii Chubais e
Boris Berezovsky), con i governatori delle regioni in opposizione al potere centrale
di Mosca.
Sul piano internazionale la Russia contava pochissimo e la piccola Cecenia teneva
in scacco l’esercito russo, un tempo temutissimo dagli USA.
Tra il 1991 e il 1999 era così crollato il sogno di una Russia democratica
alla maniera occidentale: mancava uno Stato su cui poter fondare e garantire
le forme della democrazia, mentre si produce solo il 40% di quanto si riusciva
a fare nel 1992 e l’inflazione aveva fatto tornare in voga il baratto,
vista l’inutilità del denaro.
In uno dei primi documenti di Putin presidente, La Russia al cambio del millennio, parla
della necessità di ricostruire lo Stato, la sua grandezza e la sua visibilità.
Lavora per otto anni per controllare il territorio. Toglie potere agli oligarchi
economici, garantendo amnistie per chi si era arricchito in maniera fraudolenta
ai danni dello Stato in cambio di collaborazione e accettazione delle nuove regole,
ma mettendo in carcere o costringendo all’esilio chi si opponeva al nuovo
corso. Con manovre di forza dal 1999 al 2004, lo Stato riprende il controllo
sull’industria pesante, mineraria ed energetica, riacquistando la maggioranza
delle quote di colossi come la Lukoil e la Gazprom.
Putin consolida così il potere personale, ponendo i suoi uomini di fiducia
al governo e nei consigli di amministrazione; toglie poi potere ai governatori
regionali, sorta di signori feudali che ormai non rispondevano più all’autorità centrale,
costringendoli alle dimissioni, sostituendoli con persone in linea con lui o
se li lascia in cambio vuole fedele sottomissione, riservando, infine, a sé stesso
e non al popolo la loro nomina. Infine, i media contrari vengono nazionalizzati
o chiusi.
Il rischio della frammentazione dello Stato, alimentato dalle spinte indipendentiste
della Cecenia e di altre regioni calde, come il Dagestan, è affrontato
con spietatezza. Quando nel ottobre 2002, il teatro Dubrovka e nel settembre
2004, la scuola elementare di Beslan vengono presi in ostaggio da terroristi
ceceni, la soluzione delle questioni, in entrambi i casi, avvenne con l’uso
di metodi militari e l’impiego di teste di cuoio: morirono molti civili
pur di far capire ai Ceceni che nulla verrà mai loro concesso.
Ciò per cui Putin mantiene grande prestigio tra la popolazione che lo
rielegge con il 70% dei voti, è la ripresa dell’economia, dopo che
nel 1998, la crisi aveva mandato sul lastrico milioni di cittadini e costretto
l’orgogliosa Russia ad accettare l’onta degli aiuti umanitari.
Il volto oscuro di Putin
Accanto alla ricostruzione dello Stato, alla
ripresa economica, al prestigio internazionale,
gli anni di Putin hanno ombre inquietanti.
Secondo gli osservatori internazionali
la Russia è una dittatura mascherata.
Gli osservatori dell'Organizzazione per
la sicurezza e la cooperazione in Europa
(Osce) hanno bocciato il voto che, nel
dicembre scorso, ha dato la maggioranza
parlamentare, con oltre il 64% dei suffragi,
al partito di Vladimir Putin, Russia Unita,
e lo stesso impietoso giudizio si è abbattuto
sulle presidenziali del 3 marzo che hanno
visto vincitore Medvedev: le elezioni «non
si sono svolte in modo corretto e non hanno
rispettato molti degli impegni presi a
livello di Osce e di Consiglio d’Europa
né gli standard democratici»,
si legge in un comunicato dell’Osce,
perché caratterizzate da frequenti
abusi e da una copertura mediatica pesantemente
a favore del partito al potere.
Per garantire la forza e l’integrità statale,
inoltre, Putin ha costruito attorno a sé una
corte di uomini a lui fedeli, molti dei quali
provenienti dagli stessi ambienti del Kgb.
Per quanto riguarda il popolo russo, poco
prima di morire uccisa da un sicario, la
giornalista Anna Politkovskaja denunciò che «una
volta la gente parlava. Oggi incontro sicuramente
qualcuno che mi dice qualcosa, ma solo in
un orecchio. Penso che sia perché nelle
posizioni chiave ci sono gli uomini del Kgb.
Nel dna della nostra gente c'è il
ricordo che a “questi“ non ci
si oppone».
Proprio l’omicidio di Anna Politkovskaja
provoca l’indignazione internazionale
verso Putin. Sull’assassinio della
giornalista, fortemente critica verso Putin
nel denunciare le violenze commesse dai soldati
contro i ribelli, il presidente ha parlato
solo due giorni dopo il fatto, rilasciando
dichiarazioni fredde e di circostanza
Rapporti con l’Europa
Negli anni scorsi i governi europei sono
stati ambigui con la Russia e uguale divisione
hanno mostrato per le presunte irregolarità delle
elezioni presidenziali di marzo: chi ha
chiesto chiarezza sulle consultazioni e
chi, come il francese Sarkozy, si è congratulato
immediatamente con il neoeletto Medvedev.
Perché l’Europa è in
difficoltà con la Russia? Per due
motivi. La prima ragione si chiama energia.
Tutta l’Europa dipende dalle importazioni
di fonti di energia dall’estero. Il
gas e il petrolio russo, che giungono a noi
attraverso condotte terrestri, contribuiscono,
in maniera significativa, a far funzionare
le nostre città e le nostre industrie
per questo facciamo buon viso a cattivo gioco
e ci garantiamo i milioni di metri cubi di
gas di cui abbiamo bisogno.
La seconda è di ordine politico. L’Unione
europea è ancora un soggetto debole,
incapace di far sentire il suo reale peso
in campo internazionale in confronto ai nuovi
colossi mondiali come India e Cina. Così nei
momenti chiave della politica estera, ogni
Membro dell’Unione risponde per sé,
secondo i propri interessi nazionali.
Una partita sempre aperta
Alla Conferenza di Monaco del febbraio 2007,
hanno suscitato scalpore le dichiarazioni
di Putin circa i nuovi orizzonti della
Russia: «La Russia, ossia noi, riceviamo
continue lezioni di democrazia. Ma per
qualche motivo, chi ci dà le lezioni
non vuole imparare lui stesso. Un solo
Stato, gli Stati Uniti, ha scavalcato i
suoi confini nazionali in ogni modo.
Lo si vede dai sistemi economici, politici,
culturali ed educativi che impone alle altre
nazioni. Risulta che la NATO stia piazzando
le forze del suo fronte ai nostri confini,
e noi continuiamo strettamente ad aderire
agli obblighi del trattato e non reagiamo
a queste azioni».
Nel suo intervento davanti al Consiglio di
Stato Russo dell’8 Febbraio 2008, l’ha
ribadito: «I nostri partner dell'alleanza
atlantica non ratificano alcun documento,
ben che meno si guardano dal metterli in
pratica, nel contempo pretendendo da noi
il pedissequo rispetto di questi stessi documenti
che non hanno neppure ratificato. La NATO
si sta allargando e avvicina la propria infrastruttura
militare alle nostre frontiere. Stiamo assistendo
alla ingerenza e alla distruzione della sovranità degli
Stati e di intere regioni del mondo, sotto
la copertura di slogan a favore della Libertà e
dei Diritti civili».
Politica di sicurezza, riarmo, opposizione
agli atteggiamenti dell'Occidente e alla
Nato: cose di cui, caduta l’URSS e
tramontato il rischio Guerra fredda, si sperava
di non sentire più parlare.
Invece, in un mondo limitato nelle risorse
energetiche ed alimentari, torna la corsa
a chi arriva per primo a garantirsi benessere
togliendolo ad altri. Con la forza. Sembra
così riaprirsi la partita sullo scacchiere
internazionale in cui la fragile Europa rischia
di fare da tavolo da gioco.
Gianluca Marasco
|