In questo numero
UN BLOG PER RINASCERE di Andrea Sceresini

Non è un mestiere, forse una scelta,
certo una condanna.
Eppure ritrovarsi a fare il barbone
non è molto difficile.
Basta un errore e sei subito fuori dalla vita.
Ma è possibile ricominciare
o almeno sopportare con umanità
una condizione posta al limite della società.


Tutto ebbe inizio un anno e mezzo fa, e in principio era solo una scritta. Comparve all’improvviso, una sera sul tardi. Gli ultimi viaggiatori se ne erano già andati, le biglietterie erano state chiuse. Solo all’ingresso qualche uomo d’affari ancora continuava a camminare su e giù, nervosamente, in attesa del taxi. La scritta diceva: stazionemilano.splinder.com. Era tracciata a pennarello, in più punti, e con la stessa grafia. Il mattino seguente si fece la conta dei muri violati: erano parecchi. In pochi, comunque, ci fecero caso.

Siamo quelli che cadono
Da allora, sono trascorsi molti mesi, ma quell’iscrizione, ogni tanto, continua ancora a saltar fuori. È l'indirizzo internet di un blog, un piccolo diario virtuale.
Gli autori: i senzatetto della stazione Centrale di Milano. “Siamo quelli che cadono molto spesso, e che il più delle volte si rialzano – avverte un’epigrafe, in alto, sulla testata della pagina web -. Cercheremo di essere migliori, e se voi ci aiuterete forse ce la faremo”.
Oggi il sito conta 60mila visitatori. Ospita poesie, racconti, qualche fotografia, e molte semplici riflessioni: scritte da chi, tutti i giorni, vive e dorme senza avere una casa, sdraiato sulle panchine, o di fronte ai binari. All’ombra delle cupole d’acciaio del più grande scalo ferroviario del nord Italia.
Ormai, sono una specie di piccola tribù. Si fanno chiamare “i barba”, e col tempo, un poco, hanno pure imparato a scherzarci sopra. Solitamente si incontrano all’uscita est, vicino al parcheggio dei pullman. Con loro, c’è anche Lariana. È una signora “normale”, ha una famiglia, una casa e dei figli. Il blog, in qualche modo, è una sua creazione: tocca a lei aggiornarlo. Lo fa ogni giorno, dopo il lavoro, e per questo si è guadagnata il soprannome di “Mutti”, che in tedesco significa “mammina”. “I clochard sono persone straordinarie – racconta, fregandosi le mani per scacciare il freddo -. Il loro è un mondo particolare. Fatto di sofferenze, certo: ma anche di profonda fratellanza. Io li ho incontrati per caso, un paio di anni fa. Ai tempi, venivo in stazione ogni mattina. Mi sedevo in qualche angolo, e leggevo un libro: mi piaceva osservare la gente che passava. Poi, un giorno, un ragazzo si sentì male. Era un “barba”, naturalmente. Corsi subito a chiamare aiuto, e fu così che conobbi i suoi compagni”.
Ben presto, nacque l’amicizia. Più tardi, dopo qualche tempo, le prime poesie: e con loro l’idea di creare un sito. “Trascorrevo qui ogni mio momento libero – sorride “Mutti” -. I clochard mi venivano incontro, e in mano avevano decine di foglietti spiegazzati, perché è lì che scrivono le loro cose. Qualcuno usa persino i pacchetti di sigarette, o gli scontrini abbandonati. Stava a me, poi, ribattere tutto a computer. Ne è venuto fuori un lavoro bellissimo, di cui ancora oggi vado profondamente orgogliosa”.

La linea gialla
Ma non finisce qui. Perché nel marzo 2007 Lariana, i suoi “barba”, e altri volontari hanno deciso di andare oltre. Così è nata la loro associazione: “Linea gialla onlus”. La prima, nel suo genere, in tutta la Lombardia. Obiettivo, continuare a raccontar storie. Cercando però di coronarle al più presto con un meritato lieto fine: una casa, un tetto, e un lavoro. Andrea Berra è il presidente del gruppo. Insegna lettere, e da vari anni collabora con Exodus, la fondazione benefica di don Antonio Mazzi. “Il nostro sogno, è quello di aprire un casa famiglia – spiega -. Una sorta di piccola comunità, dove i clochard possano vivere in pace: restando però uniti, come lo sono oggi. Certo, non sarà facile. Abbiamo già individuato un paio di stabili dismessi di proprietà del Comune, ma per ora non ci è andata bene. E poi, vorremmo fondare una cooperativa, proprio qui in Centrale: perché un tetto non serve a nulla, se non c’è il lavoro”. Homeless artigiani, lustrascarpe, ombrellai. O addirittura guardarobieri, cuochi e vigilanti. “Ci piacerebbe donare un volto nuovo a questa stazione. Magari, proprio grazie all’aiuto di chi, suo malgrado, è costretto ad abitarci”. Un’operazione dall’aspetto utopistico, ma che altrove già è stata sperimentata. A Bologna, per esempio. Dove da 15 anni ai clochard viene affidata la gestione di dormitori, bagni pubblici e laboratori artigianali. Sono gli “Amici di piazza Grande”: funzionano. E rappresentano, anche all’ombra della Madonnina, un insostituibile modello da seguire.

Un film per riuscire
Oggi, “Linea gialla” conta più di 40 iscritti. C’è Andrea, c’è “Mutti”, e c’è “Soylu”, un’altra mamma sprint con la passione per la solidarietà. E poi, ci sono loro, naturalmente: i “barba”. Ancora pochi, per ora: una piccola avanguardia. Dieci, venti, forse trenta. Ma si danno da fare: qualcuno ha persino cominciato a dipingere. In programma, c’è l’allestimento di un paio di mostre, la scrittura di un libro di racconti, forse anche uno di foto. E ancora, il film: si intitolerà “Linea gialla”, ovviamente, e sarà una sorta di documentario. Le riprese vanno avanti ormai da mesi: le dirige Francesco Villa, un giovane regista amico del gruppo. Da settembre scorso, già è pronta una breve anteprima, che è stata presentata al teatro Strehler, come opera fuori concorso del Milano Film Festival 2007. Un piccolo successo, che ha fruttato non pochi sorrisi. E, forse, qualche tenue speranza in più. “Il problema però – commenta Andrea – è che non tutti i “barba” hanno la forza di mobilitarsi. I più, preferiscono starsene dove sono: sdraiati fra i cartoni, a guardare il mondo che lentamente gli scorre a fianco. C’è chi ha problemi di droga, chi di alcool. Anche per loro vorremmo fare qualcosa. Ma purtroppo, da soli, non possiamo riuscirci”.

Dall’Afganistan a Milano
“Giovanni” viene dalla Russia: è stato soldato, ai tempi dell’Unione sovietica. Ha partecipato alla guerra in Afghanistan. Poi, non si sa come, è finito a vivere qui. Neppure lui riesce a ricordarlo, ed è per colpa della bottiglia, che se lo porta via ogni giorno di più. “Bond”, invece, faceva il meccanico. È nato in Trentino, 66 anni fa. Un giorno ha avuto un incidente, e la “morosa” se ne è andata, lasciandogli come pegno solo un vecchio orologio di metallo: è tutto ciò che possiede. C’è chi passeggia, e chi se ne sta seduto, con la schiena appoggiata contro una colonna. Solo ogni tanto qualcuno decide di alzarsi. Come Mischa, che ogni mattina prendeva la metro, e se ne andava dritto filato alla biblioteca Sormani. Stava lì fino a sera, immerso nei libri. Col tempo, ha imparato a memoria interi capitoli dei “Promessi sposi”. Ora, però, non lo fanno più entrare: perché ha perso i documenti, e con loro il diritto alla tessera. Forse è per questo che ha deciso di iniziare a scrivere. Oggi è socio di “Linea gialla”, ha molti nuovi compagni, e con loro trascorre gran parte del suo tempo. Di tanto in tanto, arriva anche Victor: il “Capitano”, come lo chiamano qui. Abita in strada da 30 anni, e sue sono le scritte che comparvero sui muri, quella notte, nella Centrale deserta e addormentata. “La vita, per noi, è come una lunga battaglia – ridacchia, con l’aria sorniona di chi la sa lunga -. Ma chissà che un giorno non si arrivi alla pace”. Ha 54 anni, è poeta e pittore: senza di lui, l’associazione perderebbe senz’altro buona parte del proprio ardore. Il padre era ufficiale della Legione straniera, in Algeria. Poi venne la decolonizzazione, il ritorno a Parigi, il ‘68, con le sue burrascose imprese. E, infine, Milano: “Ho iniziato con la droga – racconta -. Sperperavo tutto. Ero un hippie, un indiano metropolitano. Ed è così che sono finito da queste parti”. Una vita dura: fatta di elemosine, freddo, e anche qualche botta. “Quando riesco, scappo in monastero: vado a Novalesa, in Piemonte. È bello lassù, perché non ci sono gerarchie, e tutti siamo uguali. Un giorno, mentre lavavo i piatti, mi accorsi che accanto a me c’era un anziano signore giapponese, molto silenzioso. L’ho scoperto dopo: era il regista Akira Kurosawa”. Quel che vorrebbe, adesso, è solo una piccola casa, dove trascorrere la vecchiaia: magari, persino un lavoro. A volte, pensa ad Ina e ad Antonello, anche loro tra i fondatori di “Linea gialla”, che dopo molti anni finalmente sono riusciti ad andarsene. Si sono innamorati per strada, come accade nelle favole. Hanno un appartamento, una vita nuova. E, da qualche parte, tanti vecchi amici che sognano di seguirli.

Andrea Sceresini

www.timeandmind.com