Tutto ebbe inizio un anno e mezzo fa, e in
principio era solo una scritta. Comparve
all’improvviso, una sera sul tardi.
Gli ultimi viaggiatori se ne erano già andati,
le biglietterie erano state chiuse. Solo
all’ingresso qualche uomo d’affari
ancora continuava a camminare su e giù,
nervosamente, in attesa del taxi. La scritta
diceva: stazionemilano.splinder.com. Era
tracciata a pennarello, in più punti,
e con la stessa grafia. Il mattino seguente
si fece la conta dei muri violati: erano
parecchi. In pochi, comunque, ci fecero caso.
Siamo quelli che cadono
Da allora, sono trascorsi
molti mesi, ma quell’iscrizione, ogni tanto,
continua ancora a saltar fuori. È l'indirizzo
internet di un blog, un piccolo diario
virtuale.
Gli autori: i senzatetto della stazione
Centrale di Milano. “Siamo quelli
che cadono molto spesso, e che il più delle
volte si rialzano – avverte un’epigrafe,
in alto, sulla testata della pagina web
-. Cercheremo di essere migliori, e se
voi ci aiuterete forse ce la faremo”.
Oggi il sito conta 60mila visitatori. Ospita
poesie, racconti, qualche fotografia, e
molte semplici riflessioni: scritte da
chi, tutti i giorni, vive e dorme senza
avere una casa, sdraiato sulle panchine,
o di fronte ai binari. All’ombra
delle cupole d’acciaio del più grande
scalo ferroviario del nord Italia.
Ormai, sono una specie di piccola tribù.
Si fanno chiamare “i barba”,
e col tempo, un poco, hanno pure imparato
a scherzarci sopra. Solitamente si incontrano
all’uscita est, vicino al parcheggio
dei pullman. Con loro, c’è anche
Lariana. È una signora “normale”,
ha una famiglia, una casa e dei figli.
Il blog, in qualche modo, è una
sua creazione: tocca a lei aggiornarlo.
Lo fa ogni giorno, dopo il lavoro, e per
questo si è guadagnata il soprannome
di “Mutti”, che in tedesco
significa “mammina”. “I
clochard sono persone straordinarie – racconta,
fregandosi le mani per scacciare il freddo
-. Il loro è un mondo particolare.
Fatto di sofferenze, certo: ma anche di
profonda fratellanza. Io li ho incontrati
per caso, un paio di anni fa. Ai tempi,
venivo in stazione ogni mattina. Mi sedevo
in qualche angolo, e leggevo un libro:
mi piaceva osservare la gente che passava.
Poi, un giorno, un ragazzo si sentì male.
Era un “barba”, naturalmente.
Corsi subito a chiamare aiuto, e fu così che
conobbi i suoi compagni”.
Ben presto, nacque l’amicizia. Più tardi,
dopo qualche tempo, le prime poesie: e
con loro l’idea di creare un sito. “Trascorrevo
qui ogni mio momento libero – sorride “Mutti” -.
I clochard mi venivano incontro, e in mano
avevano decine di foglietti spiegazzati,
perché è lì che scrivono
le loro cose. Qualcuno usa persino i pacchetti
di sigarette, o gli scontrini abbandonati.
Stava a me, poi, ribattere tutto a computer.
Ne è venuto fuori un lavoro bellissimo,
di cui ancora oggi vado profondamente orgogliosa”.
La
linea gialla
Ma non finisce qui. Perché nel
marzo 2007 Lariana, i suoi “barba”,
e altri volontari hanno deciso di andare
oltre. Così è nata la loro
associazione: “Linea gialla onlus”.
La prima, nel suo genere, in tutta la Lombardia.
Obiettivo, continuare a raccontar storie.
Cercando però di coronarle al più presto
con un meritato lieto fine: una casa, un
tetto, e un lavoro. Andrea Berra è il
presidente del gruppo. Insegna lettere,
e da vari anni collabora con Exodus, la
fondazione benefica di don Antonio Mazzi. “Il
nostro sogno, è quello di aprire
un casa famiglia – spiega -. Una
sorta di piccola comunità, dove
i clochard possano vivere in pace: restando
però uniti, come lo sono oggi. Certo,
non sarà facile. Abbiamo già individuato
un paio di stabili dismessi di proprietà del
Comune, ma per ora non ci è andata
bene. E poi, vorremmo fondare una cooperativa,
proprio qui in Centrale: perché un
tetto non serve a nulla, se non c’è il
lavoro”. Homeless artigiani, lustrascarpe,
ombrellai. O addirittura guardarobieri,
cuochi e vigilanti. “Ci piacerebbe
donare un volto nuovo a questa stazione.
Magari, proprio grazie all’aiuto
di chi, suo malgrado, è costretto
ad abitarci”. Un’operazione
dall’aspetto utopistico, ma che altrove
già è stata sperimentata.
A Bologna, per esempio. Dove da 15 anni
ai clochard viene affidata la gestione
di dormitori, bagni pubblici e laboratori
artigianali. Sono gli “Amici di piazza
Grande”: funzionano. E rappresentano,
anche all’ombra della Madonnina,
un insostituibile modello da seguire.
Un film per riuscire
Oggi, “Linea gialla” conta
più di 40 iscritti. C’è Andrea,
c’è “Mutti”, e
c’è “Soylu”, un’altra
mamma sprint con la passione per la solidarietà.
E poi, ci sono loro, naturalmente: i “barba”.
Ancora pochi, per ora: una piccola avanguardia.
Dieci, venti, forse trenta. Ma si danno
da fare: qualcuno ha persino cominciato
a dipingere. In programma, c’è l’allestimento
di un paio di mostre, la scrittura di un
libro di racconti, forse anche uno di foto.
E ancora, il film: si intitolerà “Linea
gialla”, ovviamente, e sarà una
sorta di documentario. Le riprese vanno
avanti ormai da mesi: le dirige Francesco
Villa, un giovane regista amico del gruppo.
Da settembre scorso, già è pronta
una breve anteprima, che è stata
presentata al teatro Strehler, come opera
fuori concorso del Milano Film Festival
2007. Un piccolo successo, che ha fruttato
non pochi sorrisi. E, forse, qualche tenue
speranza in più. “Il problema
però – commenta Andrea – è che
non tutti i “barba” hanno la
forza di mobilitarsi. I più, preferiscono
starsene dove sono: sdraiati fra i cartoni,
a guardare il mondo che lentamente gli
scorre a fianco. C’è chi ha
problemi di droga, chi di alcool. Anche
per loro vorremmo fare qualcosa. Ma purtroppo,
da soli, non possiamo riuscirci”.
Dall’Afganistan
a Milano
“Giovanni” viene dalla Russia: è stato
soldato, ai tempi dell’Unione sovietica.
Ha partecipato alla guerra in Afghanistan.
Poi, non si sa come, è finito a vivere
qui. Neppure lui riesce a ricordarlo, ed è per
colpa della bottiglia, che se lo porta via
ogni giorno di più. “Bond”,
invece, faceva il meccanico. È nato
in Trentino, 66 anni fa. Un giorno ha avuto
un incidente, e la “morosa” se
ne è andata, lasciandogli come pegno
solo un vecchio orologio di metallo: è tutto
ciò che possiede. C’è chi
passeggia, e chi se ne sta seduto, con la
schiena appoggiata contro una colonna. Solo
ogni tanto qualcuno decide di alzarsi. Come
Mischa, che ogni mattina prendeva la metro,
e se ne andava dritto filato alla biblioteca
Sormani. Stava lì fino a sera, immerso
nei libri. Col tempo, ha imparato a memoria
interi capitoli dei “Promessi sposi”.
Ora, però, non lo fanno più entrare:
perché ha perso i documenti, e con
loro il diritto alla tessera. Forse è per
questo che ha deciso di iniziare a scrivere.
Oggi è socio di “Linea gialla”,
ha molti nuovi compagni, e con loro trascorre
gran parte del suo tempo. Di tanto in tanto,
arriva anche Victor: il “Capitano”,
come lo chiamano qui. Abita in strada da
30 anni, e sue sono le scritte che comparvero
sui muri, quella notte, nella Centrale deserta
e addormentata. “La vita, per noi, è come
una lunga battaglia – ridacchia, con
l’aria sorniona di chi la sa lunga
-. Ma chissà che un giorno non si
arrivi alla pace”. Ha 54 anni, è poeta
e pittore: senza di lui, l’associazione
perderebbe senz’altro buona parte del
proprio ardore. Il padre era ufficiale della
Legione straniera, in Algeria. Poi venne
la decolonizzazione, il ritorno a Parigi,
il ‘68, con le sue burrascose imprese.
E, infine, Milano: “Ho iniziato con
la droga – racconta -. Sperperavo tutto.
Ero un hippie, un indiano metropolitano.
Ed è così che sono finito da
queste parti”. Una vita dura: fatta
di elemosine, freddo, e anche qualche botta. “Quando
riesco, scappo in monastero: vado a Novalesa,
in Piemonte. È bello lassù,
perché non ci sono gerarchie, e tutti
siamo uguali. Un giorno, mentre lavavo i
piatti, mi accorsi che accanto a me c’era
un anziano signore giapponese, molto silenzioso.
L’ho scoperto dopo: era il regista
Akira Kurosawa”. Quel che vorrebbe,
adesso, è solo una piccola casa, dove
trascorrere la vecchiaia: magari, persino
un lavoro. A volte, pensa ad Ina e ad Antonello,
anche loro tra i fondatori di “Linea
gialla”, che dopo molti anni finalmente
sono riusciti ad andarsene. Si sono innamorati
per strada, come accade nelle favole. Hanno
un appartamento, una vita nuova. E, da qualche
parte, tanti vecchi amici che sognano di
seguirli.
Andrea Sceresini |