In questo numero
L'ELEGANZA DEL RICCIO di Severino Cagnin

Il caso letterario dell’anno propone
il problema di essere o di apparire
e anche l’unica soluzione per il futuro:
la bellezza interiore al di là di ogni scorza.
Il romanzo La dignità del riccio di Muriel Barbery
si è imposto in Francia ed ora
è un best-seller mondiale.
Apre la questione: umorismo piacevole
oppure una soddisfacente visione della vita?


Quando un libro ha una esplosione di vendite e di apprezzamenti fuori delle normali leggi di mercato, c’è qualcosa di anormale e di straordinario. Sta capitando al primo romanzo di questa francese di 39 anni, sposata, docente di formazione alla Università IUFM (Institute Universitaire de Formation des Maîtres) di Saint-Lô, piccola città della Normandia, distrutta dallo storico sbarco nel 1943 e ora tranquillo centro turistico e culturale. La giovane professoressa Barbery è conosciuta per il suo normale lavoro all’Università e per la cordialità con cui tratta colleghi, studenti e perfino i loro genitori. Non si sapeva che da anni covava un racconto così vivace e originale. Ora è uno dei nomi francesi più noti nel mondo. Non lo ha nascosto, ha detto come è nato questo suo “riccio”, cosa pensa e cosa farà in seguito. Ha confermato, con sorpresa dei giornalisti, che continuerà a fare l’insegnante e in una piccola e non celebre università per sviluppare sempre meglio il metodo didattico, che si ispira ai principi della sua filosofia. Perchè, come risulta da alcuni capitoli del libro, ha letto con passione pensatori antichi e moderni, da Platone a Kant, da Wittgenstein a Husserl. Però, ora che è alla ribalta del pubblico, ha fatto scoprire cose nuove, che prima non si sapevano o che nel libro erano poco esplicite. Ad esempio, chi è Stéphane, a cui è dedicato il romanzo “a Stéphane con cui ho scritto questo libro”? Come passa il tempo oltre alle poche ore di insegnamento? “Vado a fare la spesa, chiacchiero con la gente che conosco e lunghe passeggiate all’aria fresca sulla spiaggia” ha risposto. Cosa farà nel 2008? Le Monde del 2.10.07 ha rivelato: “Si apprende che la giovane scrittrice, travolta da un successo inaspettato, ha deciso di prendersi un anno sabbatico ed è partita con la famiglia alla volta dell’Estremo Oriente, prima di affrontare la sua terza fatica letteraria”. Di questa non ha rivelato argomento e titolo, ma ha fatto capire che, anche con una struttura e genere letterario diverso, tratterà sempre la situazione del riccio, che è poi quella delle camelie, la filosofia giapponese del wati, cioè “sulla forma nascosta del bello e sulla qualità di raffinatezza, mascherata di rusticità”.

La vera questione è...
Anche il primo libro della Barbery Una golosità parlava di un tipo di riccio, o rospo o camelia. Anche qui il protagonista sembra arrendersi alla morte, ma prima vuole ritrovare il sapore perduto della vita. L’opera di 123 pagine e dal titolo ingannatore, Une Gourmandise, è stata pubblicata da Galimard nel 2002 in 4700 copie. Il successo de L’eleganza del riccio con 49 ristampe in soli 8 giorni, ha deciso l’editore ad avviarne la cinquantesima e fa balzare la prima a 70 mila copie.
Ci si accorge che Una golosità non è opera da poco, anche se breve. Inoltre il “Premio per il miglior libro di Letteratura Gastronomica”, ha fatto credere che fosse una raccolta di menù, invece il senso del libro porta altrove: gastronomia non è cibo, ma ragione di vita. “La questione non è mangiare, non è vivere, è di sapere il perchè ” cosi si conclude e richiama celebri opere antiche e moderne, in cui stare a tavola è un tempo privilegiato di incontro.

Personaggi e ambiente: tutto falso?
“Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi”. Cosi inizia con il secondo capitolo, in prima persona come in un diario confidenziale, L’eleganza del riccio, con l’ambiente di tutta la vicenda. Prosegue l’autoritratto della protagonista: “Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l’alito di un mammuth. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta ed insignificante. Ma fin dal I capitolo si capisce che Renée è un’autodidatta con una cultura straordinaria, una invidiabile apertura mentale e gusti filosofici musicali e letterari di grande raffinatezza. Questi momenti li vive segretamente nell’orario della sua giornata in guardiola e nelle scelte anche più banali: il suo gatto si chiama Lev, in omaggio a Tolstoi. Studia Marx e Husserl, ascolta Malher e Purcell, è appassionata intenditrice della cultura giapponese e dei film di Ozu, il massimo regista.
Viene subito la voglia di andare avanti nei brevissimi 70 capitoli – momenti del diario, e scopriremo di pagina in pagina con sorpresa e curiosità, che non è niente vero di quello che Renée sembra essere: il quartiere e il palazzo non esistono e lei per gli inquilini è brutta, difficile da avvicinare, pericolosamente stupida come un riccio, che si chiude in sé, in una palla immobile senza occhi e senza respiro, difendendosi con aculei velenosi. Invece Renée ha dentro di sé un’altissima dignità e solo alla fine delle 321 pagine comprenderemo la ricchezza del suo animo.

Il senso che non c’è
È impossibile formulare un sommario della vicenda del libro, che poi non c’è, ma solo gustarne il senso attraverso i quattro personaggi principali. Nella seconda parte del romanzo un’altra voce si confessa in prima persona: Paloma Josse, figlia di un deputato di sinistra, ex ministro di un governo di destra, che abita nel condominio. Pure Paloma è un “riccio”, anche se diverso, perchè nessun riccio è uguale ad un altro, pur avendo in comune una dignità interiore particolare, nascosta da un’apparenza sgradevole.
Paloma si dichiara: “Ho 12 anni, abito al numero 7 in un appartamento di ricchi. I miei genitori sono ricchi, la mia famiglia è ricca e di conseguenza mia sorella ed io siamo virtualmente ricche (...). Si dà il caso che io sia molto intelligente. Di una intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai ragazzi della mia età c’è un abisso...”. Per cui geniale, fin troppo lucida e stanca di vivere, ha deciso di farla finita il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno. Fino ad allora questo tipo di riccio continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale, come tutte le altre, però osservando in segreto con sguardo critico e severo l’ambiente in cui vive. Renée e Paloma ad un certo punto si incontreranno. È il momento clou dell’opera, che da diario si trasforma in un giallo psico-filosofico! Arriva monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée e farla incontrare con Paloma.
La vera essenza del romanzo, che il titolo nasconde, è nella rivelazione di Paloma: “Renée è una di quelle persone che vale la pena di conoscere e incontrare nella vita. Una persona, che ha l’eleganza del riccio, fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti”.

La risposta ci viene dalle camelie
Il personaggio chiave del romanzo, un riccio speciale e diverso si rivela il giapponese Ozu, che scioglierà i nodi della trama. Infatti veniamo a sapere che Renèe guarda i film di Youro, preferiti da Ozu, soprattutto Le Sorelle Munekata, dove si vede che “anche dalla spazzatura può nascere una parte di eternità”. Una sequenza mostra una camelia sopra un mucchio di immondizie, che diventa simbolo di una bellezza al di sopra delle brutture quotidiane. L’estetica della camelia è il filo rosso dei film di Youro, dei personaggi del libro e del titolo; chi fa unire tutti con questo filo è Ozu.All’inizio del capitolo XXII il senso si illumina: “Adesso so quello che dobbiamo vivere prima di morire: posso dirvelo, quello che dobbiamo vivere è ancora pioggia battente che si trasforma in luce.” E nel capitolo seguente sulla morte: “Come si decide il valore di una vita? L’importante non è morire, ma cosa si fa nel momento in cui si muore (...). Che cosa facevo? avevo incontrato l’altro ed ero pronto ad amare”. Nel capitolo finale Ultimo pensiero profondo, in carattere tipografico diverso come tutti quelli in cui scrive Paloma, viene svelata la soluzione: “D’ora in poi, per te, andrò alla ricerca del sempre nel mai. La bellezza qui, in questo mondo.

Il riccio salverà il mondo?
Il caso letterario dell’anno è avvenuto e non è solo un’operazione commerciale. L’opera della Barbery risponde effettivamente a interrogativi di tutti: dove stiamo andando a finire? cosa ci può salvare? Il messaggio del riccio, di avere una dignità ad alto livello, soddisfa certamente ognuno ed anche può essere proposto come un miglioramento del vivere sociale. Se i ricci saranno veramente tali, il mondo cambierà, sembra dirci la professoressa normanna.
Sono state avanzate, tuttavia, delle riserve, che è sincero esprimere. Primo: chi ha la fortuna di possedere queste doti spirituali? quanti sono? ognuno può acquistarle o sono innate? la dignità è universale o selettiva?
Seconda domanda: l’incidenza di queste straordinarie persone nella vita quotidiana è individuale, limitata a se stessi oppure si può trasmettere agli altri? a famigliari, amici, vicini oppure anche a sconosciuti, attraverso un nuovo modello di comportamento, parole, scritti, un modo diverso di esercitare la professione?
Se avessimo anche molti ricci, ma isolati e ognuno felice per sé, cambierebbe poco; anzi l’isolamento produce solitudine e rifiuto.
Inoltre, ultimo interrogativo: se non ci fosse stato il successo mondiale del libro, queste idee sarebbero rimaste nascoste nel privato. Quale ruolo possono avere i media per diffondere i valori della vita? non solo la famiglia e la scuola, su cui la Barbery ha detto che non ambisce una cattedra a La Sorbonne e le piace insegnare nella cittadina di Saint Lô, ma anche i libri, la TV, il cinema? Il mondo acquisterà la dignità sperata solo con la guida dei mezzi di comunicazione sociale.
Tali problematiche, però, non possono togliere nulla alla ricchezza di queste pagine. Vi si trova un grande varietà di personaggi, situazioni, citazioni letterarie e artistiche (forse anche troppe e non tutte perfettamente digeribili da una persona di media cultura), ma soprattutto il messaggio confortante, in brevi battute fulminanti o in pagine ragionate, formulate in modo avvincente.
Propongo il giudizio di una giovane:” Uno dei migliori libri letti negli ultimi anni: divertente, godibile, ben scritto. La storia cattura e le digressioni sul Bello, sull’Arte e sulla Vita nulla tolgono, ma aggiungono alla piacevolezza della lettura”.

Severino Cagnin

www.timeandmind.com