In questo numero
CRISTINA DONÀ di Claudio Facchetti

Sensibile e coraggiosa, ha sempre proposto
musica di alta qualità, guadagnandosi
a poco a poco visibilità.
Nel suo ultimo disco, “Piccola faccia”,
rilegge alcuni suoi brani imbastendoli
di trame acustiche.
E scaturiscono nuove magie.

 


Le canzoni hanno tante facce. Basta una ritmica più marcata, una chitarra dal suono distorto, una base eterea di tastiere per cambiarne il volto. Lo sa bene Cristina Donà, artista di rara sensibilità, che ha deciso di riprendere alcuni suoi brani realizzati in passato in versione elettrica per riproporli in chiave acustica nel nuovo album Piccola faccia.
I pezzi hanno così preso colori diversi, seguendo rotte più tranquille rispetto agli originali, senza perdere però in tensione e formando, tutte insieme, un intenso tracciato della vita artistica della cantautrice.
Un percorso incominciato nel 1991 quando, dopo aver frequentato l’Accademia delle Belle Arti, Cristina preferisce trasferire le proprie emozioni sulle corde della sua chitarra e della sua bella voce piuttosto che su un foglio da disegno. Nascono i primi bozzetti sonori, che presenta suonandoli nei circuiti alternativi con performance ipnotizzanti.
È un crescendo di apprezzamenti, tanto che Manuel Agnelli degli Afterhours, dopo aver visto una sua esibizione, decide di produrle il primo disco. Dalla collaborazione, scaturisce nel 1997 Tregua, che conquista subito la prestigiosa “Targa Tenco” per il miglior album di debutto.
Prende avvio così per Cristina una carriera densa di soddisfazioni, costruita su dischi coraggiosi, realizzati senza compromessi, dove scorre il miglior rock alternativo con le raffinate melodie dei brani. Una canzone d’autore di alta qualità, insomma, che raccoglie sempre più consensi di pubblico e tanti estimatori importanti, in Italia e all’estero: Mauro Pagani, Morgan, Davey Ray Moor, Ani Di Franco, l’immenso Robert Wyatt, artisti con cui collabora.
Cristina vola allora oltre confine. Partecipa all’importante “Meltdown Festival” a Londra e incide un disco in inglese intitolato solo con il suo nome e cognome, che ottiene recensioni entusiastiche dalla stampa specializzata e le consente di effettuare un soddisfacente tour europeo.
Al ritorno in patria, ad attendere la cantautrice c’è un nuovo contratto discografico: da un’etichetta indipendente passa a una major, la EMI, senza per questo snaturare le sue scelte artistiche. Lo dimostra con l’album La Quinta Stagione, uscito l’anno scorso, che si fa largo nelle classifiche, e adesso con questo Piccola faccia, excursus di brani scelti punteggiati dalla chitarra acustica di Francesco Garolfi e dal piano di Stefano Carrara, con l’ospitata di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro nel brano Settembre. In scaletta, anche due hit straniere del passato: I’m in you di Peter Frampton e Sign your name di Terence Trent D’Arby, a dare valore aggiunto a questo progetto che dimostra che c’è spazio per la musica non preconfezionata.

Quali ragioni ti hanno spinto a realizzare un album acustico?
È un’idea che mi frullava nella testa da un po’ di tempo. Le mie canzoni nascono tutte sulla chitarra acustica, a casa mia, e mi piaceva riproporre su disco quel tipo di atmosfera più intima, fatta di pochi strumenti e di una voce. Volevo catturare l’essenzialità dei pezzi, capaci di stare in piedi anche con poco.

Come hai scelto i brani dal tuo repertorio per questo disco?
Ho rielaborato quelle canzoni che avevano sostanzialmente un arrangiamento più ricco, dominate dagli strumenti elettrici. Ho evitato, quindi, le tracce soffuse: sarebbero state troppo simili tra loro.

Preferisci la dimensione acustica o elettrica?
Amo entrambi. Ci sono momenti in cui “sento” di dovermi esprimere in maniera più intimista, altri che richiedono l’energia di una band. D’altra parte, ho incominciato a esibirmi e a crescere come artista esibendomi da sola. Ho poi sviluppato la mia musica con un gruppo, spinta anche dalla mia passione per il rock e per artisti come Springsteen e U2. Sono due anime, insomma, che convivono in me: non a caso nei miei concerti c’è sempre una parentesi acustica.

Nell’album presenti due cover. Perché queste e non altre?
Non c’è una ragione particolare. Quando sono entrata in studio, mi è piaciuto incidere questi pezzi, con molta naturalezza. In quel momento, sono “usciti” loro, ma potevano essere centinaia di altri, visto che amo tantissime canzoni. Anzi, mi piacerebbe un giorno realizzare un album di sole cover rilette in acustico.

Sono canzoni lontane dal tuo mondo artistico.
È vero, ma trovo affascinante rivoltarle come un calzino e provare a portarle in una dimensione diversa, quindi avvicinarle alla mia sensibilità. Come ho fatto, in passato, con How deep is your love dei Bee Gees nel mio album in inglese.

Ti piacciono solo brani stranieri?
No, ma ho sempre ascoltato in prevalenza musica anglosassone, per cui tendo ad essere un po’ esterofila. Questo non esclude però gli artisti italiani: per esempio ho una riverenza tale per Lucio Battisti che non sono mai riuscita a sbloccarmi nel realizzare una sua canzone. E poi sono una fan di Battiato e dei CSI, tanto per fare altri nomi.

È vero che dovevi gareggiare al Festival di Sanremo?
Sì, con un brano intitolato In un soffio. Anche se non era una priorità, c’è stata una richiesta esplicita di Baudo nel chiedermi di partecipare. La canzone non ha poi passato la selezione e quando lo incontrerò gli chiederò come mai non gli è piaciuta.

A proposito di “piacere”… Quali sono i momenti che ritieni importanti della tua carriera?
Dovendo selezionarli, direi il primo giorno di registrazione del mio debutto discografico con Manuel Agnelli alla produzione e i vari musicisti importanti che aveva invitato. L’incontro e la collaborazione con Robert Wyatt, la partecipazione al “Meltdown Festival” e la possibilità di lavorare fuori dall’Italia, la collaborazione con tanti artisti italiani, non ultima quella con Giuliano Sangiorgi per questo lavoro.

Hai curato anche il booklet del cd. Perché?
Da ragazzina ho frequentato il Liceo Artistico e l’Accademia di Brera, per cui ho sempre coltivato la passione per il disegno. Ogni volta che pubblicavo un album, mi dicevo che avrei dovuto realizzare la copertina: facevo qualche tentativo, ma nessuno mi convinceva. In questo caso, invece, la scelta del titolo del disco mi ha dato l’input giusto, visto che prediligo disegnare volti e faccine. Così, ne ho disegnate di nuove, mentre altre le ho recuperato da vecchi bozzetti per connotare ogni canzone.

I disegni si ispirano a volti che conosci?
Direi di no. Ho cercato piuttosto di trasportare sul foglio delle emozioni. Sono quasi tutte facce di donne e ho cercato di non mettere tristezza nei loro occhi, ma di dare agli sguardi una presenza attiva. Non so se ci sono riuscita…

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com