Olimpiadi al risparmio “Se nel 2005 la situazione economica della Gran Bretagna fosse stata quella attuale, non avremmo nemmeno presentato la candidatura di Londra”. Lo ha dichiarato Tessa Jowell, ministra britannica dello sport, riferendosi ai Giochi del 2012, assegnati quattro anni fa alla capitale inglese. Parole coerenti con i tagli già applicati in sede di organizzazione dell’evento, e i timori di doverne aggiungere altri. Vedi gli appartamenti del Villaggio Olimpico, che saranno 3300 al posto dei 4200 previsti. Vedi il pericolo di bancarotta per le compagnie che hanno vinto gli appalti delle principali opere. Vedi la concreta possibilità di una tassa olimpica tramite cui ricavare, dalle imposte dei cittadini inglesi, quanto occorrerà per ultimare i lavori.
La fuga della grande industria
Se, in certi luoghi del mondo, la grande industria rischia addirittura di estinguersi, è ovvio che, correndo ai ripari, tagli drasticamente le competizioni e le sponsorizzazioni sportive. Succede così che, di fronte a un crollo vertiginoso degli utili, la Honda ritiri il proprio motore dalle corse di Formula Uno, mentre un’altra casa giapponese, la Kawasaki, getta la spugna per il mondiale 2009 di motogp, lasciando a piedi un campione come Marco Melandri. Nubi cupissime anche sul futuro di squadre di calcio come il Chelsea, il cui presidente padrone, il petroliere russo Roman Abramovich, deve fronteggiare la perdita secca di 18 miliardi di euro registrata nel 2008 dalle sue aziende, o di gloriose competizioni come il Sei Nazioni di rugby, in forse dal 2010 a causa dei rovesci finanziari subiti dal suo principale sponsor, la Banca di Scozia.
Il calcio che verrà
Abolizione del pareggio, con obbligo dei calci di rigore. Sette arbitri: due per area, oltre ai tre già operanti. Sensore che segnala gol quando la palla supera completamente la linea bianca. Corner corto, se la palla esce nei pressi della porta. Rimesse laterali battute con i piedi, e non più con le mani. Espulsione a tempo per falli di media gravità, con rientro dopo un quarto d’ora, o mezz’ora di gioco. Time out a disposizione dell’allenatore nei momenti critici, per sospendere la partita e parlare due minuti con i giocatori. Intervallo di venti minuti, invece degli attuali quindici. Probabile moviola a bordo campo per risolvere gli episodi dubbi a proposito di rigori e fuorigioco.
Sono alcune delle riforme allo studio delle commissioni tecniche internazionali per cambiare radicalmente la faccia del calcio. Sport che, nonostante continui a non avere rivali nel gradimento della maggior parte dell’umanità, ha bisogno di una rivoluzione. Necessaria - così si sostiene nelle alte sfere – per salvarlo dalla noia di troppe partite giocate con i nervi al posto dei piedi, e sacrificate all’utilitarismo del risultato fine a se stesso, senza nemmeno la parvenza di uno “spettacolo”.
A questo punto ecco le mani alzate di chi giustamente si sente in dovere di intervenire. La domanda è: “Ma cosa c’entrano le nuove regole del calcio con la crisi economica?”. Invece, c’entrano moltissimo, perché non appare casuale il momento in cui qualcuno ha deciso di proporle. Chi le mette sul piatto, come il presidente della Uefa Michel Platini, lo fa nella consapevolezza che la salvezza del pallone, oggi più che mai, si chiama tv. Se infatti il fatturato mondiale del calcio professionistico rimane rispettabile, è pur vero che, secondo la rivista specializzata Stage Up, nel 2009 gli sponsor del pallone tireranno fuori 1.640 milioni di euro, con una perdita dell’8,6% rispetto al 2008. Ed è altrettanto vero che l’indebitamento dei grandi club di Inghilterra, Spagna e Italia – le tre nazioni leader nella storia delle coppe europee – rischia di diventare la zavorra che fa colare a picco l’intero Sistema Globale del Pallone. Nasce da qui la convinzione che, a fronte di società sempre più povere, e di stadi destinati a svuotarsi a causa di un caro-biglietti ingestibile da parte di famiglie in crisi, la televisione resta, con le sue entrate pubblicitarie, l’unica e ultima spiaggia per il calcio del futuro.
Un conto è immaginarsi quel profondo snaturamento del gioco “dal vivo”, dentro uno stadio trasformato nel set di un reality show ingombro di sensori, telecamere e arbitri che, compreso l’attuale “quarto uomo” diventato “ottavo”, fanno quasi una terza squadra. Tutta un’altra cosa è collocarlo in un salotto con video ad alta definizione acceso, e compagnia di parenti-amici assiepata attorno a vassoi di birra e patatine. Ecco, il secondo scenario pare decisamente più compatibile con il brodo allungato nel quale, per far passare il maggior numero di spot pubblicitari, viene trasformata la partita tipo del futuro. La cui durata, intervallo compreso, supererà le due ore e mezzo, contro le due scarse odierne.
Fuga dalle palestre ma non dalle poltrone
Ma soffermiamoci ancora all’interno di questo salotto. Per capire che, calcio o non calcio, i suoi occupanti potrebbero essere destinati a trascorrervi sempre più ore. La crisi, infatti, si abbatte sin dall’inizio sul tempo libero dei consumatori, costretti a rinchiudersi progressivamente in casa da ristrettezze economiche che impediscono loro non solo di mangiare al ristorante, fare gite in auto o andare al cinema. I sacrifici riguardano tutta la sfera del privato, e quindi anche l’attività fisica. È il famoso “sport di base”, molto citato, quanto poco approfondito. Tanto che al momento attuale non risulta disponibile alcuna proiezione circa i tagli a cui gli italiani sottopongono partite di calcetto, domeniche sugli sci, corsi di nuoto, e ginnastica di mantenimento. Se però guardiamo a dati statistici recenti, il quadro non appare incoraggiante. Un’indagine Istat relativa al 2006, una delle più aggiornate in materia, segnalava 23 milioni di italiani squisitamente “sedentari”, nel cui tempo libero non c’era traccia di attività fisica, prima ancora che sportiva. La percentuale, rispetto alla popolazione, toccava il 41%, con un aumento del 3,4% nei confronti del decennio precedente. Una tendenza negativa da qualcuno già messa in relazione con il rendimento olimpico dell’Italia, che a Pechino 2008 ha mostrato un’indicativa flessione rispetto ad Atene 2004, scendendo da 32 a 28 medaglie complessive, con ori calati da 10 a 8. Un esito che ha confermato tutte le più autorevoli previsioni espresse alla vigilia dei Giochi cinesi, quando parlando dell’Italia gli osservatori rimarcavano una certa qual mancanza di ricambio qualitativo ai massimi livelli nelle varie discipline, comprese quelle tradizionalmente dominate dagli azzurri.
Ora, in tempi di profonda recessione economica, questa fuga dalle palestre e dalle piscine sembra ovviamente destinata ad accentuarsi, con grigie conseguenze non solo sui risultati agonistici del Paese, ma ancora prima sul suo stile di vita. E dire che, a maggior ragione in tempi di crisi, una semplice e gratuita passeggiata all’aria aperta, una sana pedalata in campagna, o quattro calci al pallone in compagnia diventano terapie assolutamente raccomandabili per dare respiro ai propri pensieri, oppressi da troppe incognite sul futuro. Sport come incontro, ritorno alla natura e alle piazze, condivisione, amicizia. Senza bisogno di tute griffate e costosi accessori. Adesso che la stagione è tornata bella, in attesa che qualcuno dall’alto della sua carica politica o istituzionale si accorga di quanto è fondamentale l’attività fisica per il benessere reale di una comunità civile, pensiamo noi a ricordarglielo. Scarpette ginniche ai piedi, tv rigorosamente spenta, e fuori a correre, ragazzi. Basta poco, anche un sorriso a chi corre con te, per andare più forte di ogni crisi.
Stefano Ferrio |