In questo numero
LA NASCITA DEI VANGELI di Fabio Ferraio

Come si sono formati i Vangeli?
Quanti sono? Che valore hanno?
Possiamo ancora credere
a quello che dicono?



Ci sono tre tappe, come tre fasi di gestazione che hanno permesso la nascita dei Vangeli.

  • La prima fase è costituita da Gesù stesso, da ciò che egli ha detto, fatto e insegnato. I primi ad ascoltare il messaggio cristiano furono i discepoli che Gesù chiamò e formò personalmente a costituire quella che gli studiosi definiscono la “comunità pre-pasquale”, ovvero il gruppo dei coloro che accompagnò Gesù nel suo viaggio terreno per annunciare la Novità di Dio, prima della sua passione, morte e Risurrezione.
  • La seconda fase è incentrata sull’attività della “comunità post-pasquale”, ovvero la Chiesa primitiva che rilesse la vita di Gesù alla luce della Pasqua e a partire dalla sua resurrezione, riuscì a comprendere il senso di tutte le Scritture prima di Lui.
  • La terza fase è il lavoro redazionale compiuto dagli eVangelisti, i quali risposero all’esigenza della Chiesa primitiva di avere un racconto scritto della vita di Gesù, quindi raccolsero e sintetizzarono il materiale pre-esistente ai Vangeli, con l’arricchimento della stessa predicazione di Gesù o di un suo apostolo di cui furono discepoli.

Chi e quando scrisse i Vangeli?
Possiamo racchiudere le date di stesura fisica dei Vangeli tra il 50 e il 100, come dilatazione massima, comprendente le disparate ipotesi dei vari studiosi.
Il primo Vangelo ad essere composto fu quello di Marco, alcuni studiosi ne vedrebbero la composizione attorno all’anno 50. Ciò assumerebbe un’estrema importanza sul piano della credibilità storica, in quanto i lettori di Marco sarebbero stati testimoni oculari della vicenda di Gesù, che avrebbero reagito di fronte ad eventuali false notizie. Il documento marciano sarebbe pertanto paragonabile ad un pezzo di cronaca contemporanea di allora.
Circa il Vangelo di Matteo gli studiosi sono divisi nell’identificazione dell’autore. Secondo alcuni egli fu veramente l’apostolo Matteo, secondo altri un suo discepolo Circa il tempo in cui fu scritto, se riteniamo che l’autore sia Matteo, l’opera può risalire al 64 e forse prima. Se invece riteniamo sia scritto da un suo discepolo allora la sua composizione è ritardata al 70-80.
La data e il luogo di origine del Vangelo di Luca vengono collocate dopo l'anno 70 in Grecia o ad Antiochia di Siria, quando si poteva già tracciare una buona sintesi di un vasto periodo della vita della Chiesa e si notava l’apertura universalistica del cristianesimo a tutte le genti, in linea con l'apostolato di Paolo e dei suoi seguaci.
Il Quarto Vangelo è diverso dai precedenti. Mentre i primi tre descrivono il Figlio di Dio “dal basso”, ovvero dalla sua umanità per giungere alla sua divinità, Giovanni, al contrario, descrive il Cristo “dall’alto”, ovvero dalla sua divinità che assume la natura umana. Giovanni compose la sua opera attorno agli anni 80.

La questione sinottica
I primi tre Vangeli, Matteo, Marco e Luca sono detti “sinottici”, dal greco syn-opsis che significa “vedere insieme”. Se infatti distribuissimo questi scritti su tre colonne parallele, potremmo, in uno sguardo d’insieme, osservare che l’intreccio narrativo è parallelo, ad eccetto delle peculiarità di ogni Vangelo .
Questo lascia supporre che ci possano essere state delle fonti comuni di riferimento per ogni evangelista, a questo proposito gli studiosi avanzano varie ipotesi, la più diffusa è quella delle due fonti.
Questa ipotesi vede all’origine dei Vangeli due scritti: lo stesso Vangelo di Marco, il primo ad essere composto e una fonte definita Q dal tedesco Quelle che significa “sorgente” e andata perduta. Queste sarebbero quindi le fonti originarie da cui attingono Matteo e Luca che a loro volta integrano il loro Vangelo con del materiale di origine propria.
Alle spalle di Marco e Q poteva esserci del materiale pre-esistente risalente al Vangelo dei Dodici, scritto in lingua ebraica al tempo degli apostoli. Altri documenti posteriori potevano essere il Vangelo Ellenista, scritto in greco per gli ebrei di lingua greca, dopo il 36, anno della loro cacciata da Gerusalemme; il Vangelo Paolino, con temi riportabili alla letteratura di Paolo; il Vangelo dei Timorati di Dio, scritto per cristiani provenienti dal paganesimo.
Questi documenti non sono dei veri Vangeli ma raccolte di detti di Gesù e racconti di passione. Essi vennero utilizzati dagli evangelisti che li integrarono con materiali propri, per comporre il Vangelo nella forma che conosciamo.

La formazione del canone
Il termine “canone” viene dall’ebraico qaneh, tradotto in greco con kanon e significa “bastone”. Questo era un’asta usata per la misurazione, come per noi oggi è il metro. Nella Bibbia sono presenti testimonianze a riguardo (cfr. Ez 40,3). L’apostolo Paolo intende per “canone” la norma disciplinare di comportamento (cfr. Gal 6,16; 2Cor 10,25).
La tradizione cristiana usa il termine “canone” per indicare la lista dei libri biblici approvati ufficialmente dalla Chiesa. Parliamo pertanto di “ordine canonico” dei libri biblici intendendo la loro disposizione all’interno della Bibbia che non sempre corrisponde all’ordine cronologico degli eventi di cui parlano.
Sulla base di tre criteri la Chiesa lungo i secoli accolse o respinse l’inserimento di un libro nel canone.

  • Innanzitutto l’apostolicità, ovvero l’attribuzione di uno scritto ad un apostolo o ad un suo discepolo. Nel caso specifico Matteo e Giovanni furono apostoli, mentre Luca e Marco furono discepoli di Pietro e Paolo.
  • Il secondo criterio è il consenso delle Chiese, ovvero l’utilizzo liturgico del testo, comune a tutte le comunità cristiane.
  • Il terzo criterio è dato dalla conformità all’insegnamento ecclesiale, ovvero il testo deve essere in armonia con la tradizione orale nata dalla comunità apostolica pre-pasquale.

La lista più antica dei testi riconosciuti come ufficiali o canonici dalla Chiesa, risale a prima dell’anno 200 ed è conosciuta come Canone Muratoriano, dal nome dello storico gesuita Ludovico Antonio Muratori che ne fece la scoperta nel 1740. Il documento è contenuto in un palinsesto del VIII secolo, conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Il Canone Muratoriano è incompleto rispetto all’attuale canone in quanto vi erano incertezze sull’attribuzione apostolica della Lettera agli Ebrei, della Seconda Lettera di Pietro, della Seconda e Terza Lettera di Giovanni, delle Lettere di Giacomo e Giuda e dell’Apocalisse.
Questi libri vennero accolti alla fine del IV secolo, con il Concilio di Ippona e di Cartagine, in cui la Chiesa espresse l'accordo definitivo sul Canone di 27 libri che compongono il Nuovo Testamento. Questa lista fu poi ribadita dal Concilio di Firenze nel XV secolo.
La Riforma Protestante del XVI secolo, sin dallo stesso Lutero, mise in dubbio l’autenticità di alcuni libri neotestamentari, riducendoli al rango di “seconda classe”. In risposta, la Riforma Cattolica reagì con il Concilio di Trento e fondandosi sulle enunciazioni dei concili precedenti, definì solennemente “una volta per sempre” il canone completo. I due criteri di canonicità introdotti furono la lettura liturgica ordinaria dei testi sacri nella Chiesa Cattolica e la loro presenza nell'antica versione latina, detta Volgata.
Il pronunciamento del Concilio di Trento non sarà più cambiato e venne ripreso dal Concilio Vaticano I, nel secolo XIX, che riconobbe i testi biblici come “ispirati dallo Spirito Santo”.
L’ultima ripresa avvenne con il Concilio Vaticano II, il quale, superando le difficoltà scientifiche del criterio di paternità letteraria apostolica, riconobbe la Sacra Tradizione della Chiesa capace di riconoscere l’opera di ispirazione dello Spirito Santo che permise lungo i secoli l’inserimento dei testi nel canone.

Fabio Ferraio

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