In questo numero
CHI L'HA VISTO? di Susanna Conti

Dispersione scolastica
Idee (polemiche) sugli abbandoni


Qualche anno fa la dispersione scolastica si chiamava mortalità scolastica. Essa comprende gli abbandoni e gli insuccessi ed è un fenomeno collegato con il disagio.
Per condivisibile scaramanzia, nessuno studente continuerà a leggere. Il fatto è che quasi sempre le parole non sono solo etichette per dire la realtà, ma per interpretarla. Un conto è se incolli un’etichetta vivace, un altro se incolli un’etichetta nera. Magari con un teschio disegnato su, come sulla parola mortalità scolastica. Dispersione, abbandono, insuccesso e disagio sono termini non da meno per indurre inquietudine nel lettore studente. Come se la scuola fosse un posto dove si rischia di star male e di morire…

Dedica, definizione e dati
Forse, allora, è il caso di rivolgersi solo agli insegnanti, i quali intervengono perché i loro allievi non lascino la scuola prima del tempo. Agli studenti no, perché sono gli studenti che rischiano di essere dispersi e non è mai capitato che, ad esempio a un convegno su un rischio, gli studiosi invitino i soggetti a rischio. Ma il pensiero va a Riccardo, Mary, Stefania, Simona, Giuseppe, Alberto, Marco, Valeria, Gianfranco, Monica, Romina, Ferruccio, … , i “dispersi” della mia vita di scuola. Non sono etichette, ma persone vere, miei vecchi compagni di classe o miei allievi di cui non ho saputo più niente: è a nome loro che chiedo agli studenti di andare avanti a leggere.
La dispersione è il destino degli studenti che lasciano la scuola senza portarla a termine o che smettono subito dopo la licenza media. Per gli studiosi si misura con un tasso percentuale; per i ragazzi equivale a perdersi di vista per sempre con tutti quelli che con loro hanno condiviso parte del tempo e della vita.
I dati sono inquietanti: in Italia sono 40.000 i “dispersi” ogni anno. Se si tiene conto del fatto che nel nostro paese permane l’analfabetismo e che il livello di scolarità è al di sotto della media europea, si capisce che il nostro bisogno di cultura è ben lontano dall’essere soddisfatto. Cultura vuol dire democrazia e rispetto reciproco. Non è automatico che cultura e civiltà coincidano con scolarità, ma la scuola è un canale privilegiato per diffondere la capacità di pensare e di vivere insieme.

Uno scenario in cui ci si disperde
Qui ci occuperemo di dispersione nella scuola superiore. È lì (soprattutto nei primi due anni e nei tecnici e professionali) che restano più “dispersi”. Cominciamo con alcune considerazioni:

  1. Molti insegnanti non ne possono più di dover svolgere iniziative di recupero. Vorrebbero terminare il programma, leggere l’Eneide e vedere come va a finire, smetterla di soccorrere gli allievi che non studiano a discapito di quelli che studiano.
  2. Agli scrutini finali (in tempo di tagli alla spesa pubblica) ci sono giochi di equilibrio tra l’esigenza di far andare avanti solo gli allievi che se lo meritano e l’onesta necessità di non perdere studenti per non contrarre numero di classi e posti di lavoro.
  3. I dati grezzi sulla dispersione non distinguono chi lascia la scuola perché non gli va di studiare (e non ha interesse per rimanere) da chi lascia la scuola perché ritiene di non farcela.
  4. I dati grezzi non distinguono nemmeno quanti sono i “dispersi” di origine straniera che, oltre alle difficoltà sociali ed economiche, hanno anche il disagio della lingua.
  5. Sono stati aumentati gli anni di obbligo scolastico. È quanto mai positivo, ma alcuni ragazzi si sentono costretti ad andare a scuola, anche se essi stessi e forse le loro famiglie preferirebbero un’alternativa.
  6. Gli esperti dicono che esiste una “dispersione da ricchezza”: in alcune zone (del Nord e del Nord-Est) in cui il mercato del lavoro richiede figure professionali generiche, parecchi studenti lasciano la scuola perché trovano occupazione.

Una scuola che trova e che non perde
Quello che avete letto è tutto vero. Però è frammentario e non sta dentro un’idea di scuola che abbia l’obiettivo di sviluppare intelligenze. Mettiamoci in quest’ottica: è nei ragazzi di oggi e non negli adulti di domani che si gioca il futuro del nostro paese. È oggi che si coltivano le (diverse) intelligenze e che, contemporaneamente, si dà fiato alla speranza di un domani meno disumano. Dispersione non è lasciare indietro dei ragazzi che faranno un mestiere (tanto più nella crisi economica che stiamo vivendo). Dispersione (come in fisica) è una perdita di energia, di intelligenza, di futuro.
Riconsideriamo lo scenario e lasciamoci andare ad essere pessimisti. Gli ultimi mesi, oltre alla recessione, ci hanno consegnato un giovane indiano seviziato da alcuni ragazzi annoiati, parecchi stupri di gruppo, un aumento esponenziale del consumo di cocaina, grande evidenza mediatica non al dilemma della vita e della morte, ma alla sua strumentalizzazione… I miei allievi mi raccontano che sanno benissimo in quali punti del giardinetto di quartiere si spaccia, sanno dove si va per vedere le corse clandestine, sanno informazioni su una rete di illegalità che loro magari rifiutano ma che resta lì a portata d’occhi e di soldi. Nel contempo, in piena crisi di ideologie e in un contesto da Grande Fratello, sembra che, per noi adulti, proporre qualche modello (da discutere) o qualche valore (da condividere) sia un anacronismo. E allora facciamo gli eterni giovani che non capiscono più quale sia il loro ruolo. Magari, invece di offrire modelli, regaliamo sofisticati oggetti di consumo.
In questo scenario (reale) vorrei vedere quale ragazza e quale ragazzo (pur dotati di tecnologici cellulari) potrebbero non maturare un disagio. Direi quasi che il disagio è una legittima forma di protesta verso un esterno difficile da accettare. Ci sono molti modi per esprimere un disagio, alcuni facilmente contenibili, altri più pericolosi. La disaffezione alla scuola è solo uno dei modi.
Se la mettiamo così, il disagio è richiesta di aiuto ed è anche intelligenza: intelligenza del fatto che così non va e che si ha il diritto-dovere di qualche cosa di diverso e di costruttivo. Non è lo star bene a tutti i costi o l’aver successo a tutti i costi, sulla pelle degli altri. Metafora dell’esserci vincenti senza un quadro di valori: se il successo è prendere 7 ½ della versione in classe perché tu ti scarichi la traduzione con il cellulare e la prof è una stupida che non se ne accorge, noi preferiamo l’insuccesso.
Ma allora la scuola non deve perdere energie potenziali. Deve trovare le strade per valorizzare le intelligenze. Tutte. Importa meno se poi alcuni smettono a 16 anni e non si iscrivono al triennio. Importa meno se qualcuno sta qualche volta bocciato. Il fatto è che si combatte l’abbandono soltanto se non viene abbandonato nessuno.

Ritrovarsi
Mi par di sentire la voce di colleghe e di colleghi, tutti bravi insegnanti e ottime persone. Siamo professori, non psicologi o assistenti sociali. Non possiamo sostituirci alle famiglie. Non possiamo combattere con l’esterno. Tutto vero. Ma bisogna ri-scegliere a che cosa vogliamo che serva la scuola.
Alcuni decenni fa, di fianco alla scuola, camminava una scuola parallela che procedeva nella stessa direzione. Era l’oratorio, ma era anche un certo tipo di televisione (divertente senza essere stupida) oppure la capacità di confrontarsi (anche scontrandosi) tra generazioni diverse. Tutte risorse che ci sono ancora, ma che sono meno diffuse, meno cercate: erano accomunate alla scuola dall’idea che si dovessero educare le persone (non imponendo modelli, ma aiutando a sceglierli). Adesso c’è un’altra scuola parallela che gode di grande successo: quella dei consumi ad ogni costo, quella della TV spazzatura, quella dell’immagine (del successo) che prevale sulla sostanza. In più, questo nostro mondo è complesso e difficile. Ai nostri nonni bastavano la scuola della vita e pochi anni di istruzione elementare per fare le cose più importanti, cioè vivere con decoro e con onestà, mantenere ed educare i figli. Adesso ogni gesto quotidiano è complicato e richiede specialisti. Le feste di compleanno si chiamano eventi e sono organizzate da laureati.
In uno scenario così la scuola deve capire che cosa è strumento e che cosa è fine. L’Eneide o l’estimo catastale o il CAD sono strumenti orientati al fine di crescere e di pensare criticamente assieme. Una scuola che istruisce e che non forma può anche chiudere.
Questo vuol dire che non si può abbandonare nessuno, soprattutto chi poi sarà pure bocciato perché non ha mai saputo i genitivi plurali. Forse, se uno sente che a te importa di lui, magari te li studia pure, i genitivi plurali, per farti un favore… Questo vuol dire che ciascuno è diverso da un altro e che le intelligenze non sono tutte uguali. Se Stefano non ce la fa a sintetizzare in dieci righe la filosofia dello spirito, magari bisogna interrogare Stefano oralmente.
Tutto questo vuol dire qualcosa anche per voi ragazzi. Prima di tutto fare bene quello che dovete, cioè studiare e tutto il resto. Poi non abbandonare nessuno nemmeno voi, ad esempio organizzando gruppi di sostegno sulle materie, rivolti ai più giovani. Loro imparano e voi ripassate. Oppure ricominciando a pensare come vorreste che fosse la scuola. Per questo vi do un indirizzo: cambiamolascuola@hotmail.it

È l’e-mail di un gruppo di ragazzi dell’ASAI, un’associazione di animazione interculturale che opera nel quartiere di San Salvario a Torino. Questa la loro idea:

Abbiamo pensato di invitarvi a discutere tra voi e con noi perché insieme si scriva una lettera ai nostri insegnanti che venga letta anche dai genitori, dai politici, dai giornalisti, per spingerli a prendere sul serio l’innalzamento dell’istruzione fino a sedici anni, per scrollarli dalla loro pigrizia: bisogna rendere la scuola capace di intercettare tutti i ragazzi, non abbassando il livello delle cose da imparare ma cercando di far capire che sono importanti e che per esse merita lo sforzo dello studio, proprio come facevano Lorenzo Milani e i ragazzi a Barbiana.
Immaginate: centinaia e centinaia di ragazzi che, in tutta Italia, da Torino a Gela, riflettano, discutano e, rivolgendosi agli insegnanti, chiedano che stare a scuola, imparando veramente, possa diventare una realtà per tutti e per ciascuno.

Quanto a me, ci sono cascata a fare la prof vestita di grigio, ma è apparenza. Anche a me sarebbe piaciuto leggere l’Eneide e finirla, ma non è quello che conta. Se Enea fosse profugo oggi, arriverebbe al mare aggrappandosi sotto a un camion; in Libia non troverebbe Didone, ma (a pagamento) sarebbe rimesso in mare su una carretta di disperati e sbarcherebbe a Lampedusa. Starebbe un bel po’ nel CPT. Poi qualcuno vorrebbe rimpatriarlo, cioè metterlo in mano ai successori di Agamennone. Anche per questo c’è bisogno di sentirsi a disagio e di non disperdere intelligenze.

Susanna Conti

www.timeandmind.com