In questo numero
STUDIANDO SI VOLA... IN MISSIONE EUROPEA di Susanna Conti

Da una scuola di Colonia


RQuesto articolo presenta un’intervista a un trentatreenne ingegnere e tenente dell’Aeronautica Militare Italiana. Personalmente ho visto più volte il tenente Cristoforetti prima che si laureasse. Nell’agosto 2000, a Malé (in Trentino, nella val di Sole), c’era una persona con il viso pieno di ansia e di entusiasmo, perché aveva due cani dobermann e la femmina stava per avere i piccoli: quella persona era l’attuale tenente, che seguì per tutta la notte l’attesa e il parto. Questo aspetto è significativo perché (io credo) è un segno che dà chi conosce il valore della vita. Un’altra cosa che ricordo di quei tempi è il fatto che l’attuale tenente (durante i periodi di vacanza dall’attività scolastica) aiutava i familiari nella loro attività: in particolare, ho di nuovo presente il viso: gentilissimo, freddo e professionale.

Che cosa farai da grande?
Siccome il tenente non è un tenente qualsiasi e siccome questa è una rubrica sulla scuola, al tenente Cristoforetti (d’ora in poi S.C., con le sue iniziali) ho chiesto quanto abbia contato la scuola nelle sue scelte di lavoro. Leggete la sua risposta: «Per la verità credo che sia stata la mia scelta di lavoro ad influenzare il mio percorso scolastico. Ero ancora molto giovane quando ho deciso che avrei voluto diventare astronauta». Non ci sono errori di stampa, avete letto bene: non ci sono stupefatti puntini di sospensione fra le parole diventare ed astronauta e dopo la parola astronauta non c’è nessun punto esclamativo: diventare astronauta, per S.C., è stata una normale scelta di lavoro, non il sogno di un bambino che, con gli anni e l’esperienza delle difficoltà, ridimensiona le sue attese. Perché astronauta, se si tratta di una scelta (impegnativa) di vita  e non di un sogno da ragazzi? «Per me era attraente il fatto che in questa professione confluiscano moderna tecnologia, campi di ricerca affascinanti e una pregnante dimensione di avventura ed esplorazione». Il punto importante è che S.C. ce l’ha fatta a diventare astronauta: il primo settembre del 2009 ha iniziato la sua attività presso il Centro Astronauti Europeo di Colonia. Infatti nel maggio 2009 ha superato le selezioni per astronauti dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea. Come ha fatto? «Naturalmente ho operato le mie scelte: studiare ingegneria aerospaziale e poi diventare un Ufficiale Pilota dell’Aeronautica Militare poiché queste scelte corrispondevano alle mie inclinazioni e interessi. Contemporaneamente ho anche cercato di crearmi un background solido per partecipare ad una eventuale selezione, qualora si fosse presentata la possibilità». S.C. ha frequentato il liceo scientifico a Trento, ha ottenuto una laurea in ingegneria presso la Technische Universität di Monaco di Baviera (con un Erasmus presso l’Ecole Nationale Supérieure de l'Aéronautique et de l'Espace a Tolosa e una ricerca per la tesi all’Università Mendeleev di Tecnologie Chimiche a Mosca). Poi ha preso una laurea in Scienze Aeronautiche all’Università Federico II di Napoli e intanto ha frequentato l’Accademia Aeronautica Militare a Pozzuoli. Visto che c’era, ha ottenuto la Spada  Sciabola d’Onore per il miglior rendimento scolastico e ha accumulato più di 500 ore di volo su sei diversi tipi di aerei militari. Questo elenco di titoli non è un’accumulazione retorica e non me lo ha consegnato S.C.: l’ho trovato sul sito dell’ESA, in cui (oltre a molte notizie interessanti) si trovano le biografie ufficiali degli astronauti europei: www.esa.int.

A scuola di sogni (possibili)
L’elenco di titoli non è stato riportato da S.C., ma io l’ho scritto apposta come un’accumulazione, per dare evidenza a un messaggio importante: si possono formulare sogni e ci si può dare l’obiettivo di realizzarli come se fossero propositi “normali”… Quello che è irrinunciabile è un impegno consistentissimo e continuo: in questo modo, uno gioca il ruolo che gli spetta e, se va bene tutto il resto (tutto quello che non dipende da lui), può darsi che ce la faccia.. S.C. dà un consiglio ai giovani che vogliono impegnarsi per il loro futuro: «Non mi stanco mai di incoraggiare i giovani studenti a perseguire tenacemente una dimensione di internazionalità e multiculturalità nella loro formazione, tramite soggiorni di studio all’estero, letture e, naturalmente, l’acquisizione di una buona padronanza di qualche lingua straniera. Oltre l’inglese: l’inglese non conta come lingua straniera, è la lingua franca del nostro tempo!». Questo vale per chi da grande vuol fare l’astronauta ma anche per chi vuol fare qualche cosa di meno straordinario e più quotidiano. Insomma, vale per tutti.
Intanto, non dovete credere che una persona, solo perché è stata scelta come astronauta, possa smettere di  impegnarsi. Anzi. S.C., a Colonia, va ancora a scuola. Naturalmente a scuola da astronauta: «La fase iniziale dell’addestramento è prevalentemente teorica e assicura ai  che i nuovi astronauti acquisiscano una conoscenza comune di base degli aspetti tecnologici, scientifici e operativi rilevanti ai fini di una missione spaziale. È un po’ come tornare a scuola, soltanto che siamo soltanto in sei, il ritmo è piuttosto intenso, tutti gli insegnanti sono dei veri e propri esperti della disciplina in questione e si passa molto rapidamente da una materia all’altra. Nel giro di un mese si possono affrontare discipline diverse come l’aerodinamica, la meccanica orbitale, la fisiologia umana, i sistemi aerospaziali, l’elettronica e la meccanica dei fluidi». E dopo? Dopo ancora scuola, ma meno teorica: «voli parabolici (per familiarizzarsi con la microgravità tipica della vita in orbita), attività subacquea (propedeutica alle attività fuori dai veicoli spaziali), corsi di sopravvivenza e team building, simulatore basico di robotica (per acquisire competenze necessarie ad operare il braccio robotico sulla Stazione Spaziale Internazionale). In più, tanta lingua russa, perché saranno a breve i russi, con il veicolo spaziale Soyuz, a garantire l’accesso alla Stazione Spaziale Internazionale. Infine, molto importante è l’attività sportiva, per mantenere una buona forma fisica e prevenire problemi futuri».

Sogni ed efficienza
Sono molte le soddisfazioni per chi va a scuola da astronauta (imparare ogni giorno qualcosa di nuovo, mirare costantemente a migliorarsi, sia nelle competenze tecniche sia nella personalità e nella capacità di comunicazione e lavoro di squadra). Qualche importante difficoltà: «Soprattutto la mancanza di tempo: l’addestramento ci impegna per molte ore al giorno. È indispensabile organizzare in maniera puntuale anche le attività extralavorative, per mantenere un buon equilibrio e non rinunciare a coltivare amicizie e interessi». Più o meno quello che dicono a voi gli adulti: cercare un equilibrio fra scuola e tempo libero. Con la differenza che a voi gli adulti dicono che (forse) voi date un po’ più di importanza al tempo libero…
C’è da chiedersi come fosse S.C. ai tempi della scuola superiore. Certamente i suoi prof dovevano essere soddisfatti. S.C., da parte sua, giudica bene la propria esperienza di studente adolescente: «Apprezzo la scuola quando insegna a lavorare in squadra, a comunicare, a gestire il proprio tempo, a presentare chiaramente le proprie idee di fronte ad un pubblico, a valutare criticamente le fonti di informazione, a pensare in modo creativo e originale, a mettersi in gioco per realizzare i propri progetti». Però avrebbe voluto più scienza e tecnologia e una maggiore sottolineatura del loro ruolo. Secondo S.C., «è la scienza a dare la chiave di lettura della natura, prima di tutto della nostra natura di esseri umani. La conoscenza tecnologica ci permette di vivere in piena consapevolezza il rapporto con l’ambiente, che è oggi intensamente pervaso di tecnologia». Qui si potrebbe aprire un lungo dibattito: quel che viene in mente è che S.C. sia astronauta nel cervello, nel cuore e nell’animo.
Andate a navigare nel sito dell’ESA: saprete di più sui progetti spaziali europei, imparerete che cosa sia il team building, scoprirete come si fa per diventare astronauta e, soprattutto, capirete perché io abbia chiamato apposta S.C. il tenente e non abbia rivelato il suo nome. C’è un aspetto che non volevamo, né io né il tenente, che prevalesse sulle parole di questa intervista. Siccome il tenente (su mia richiesta) consiglia ai giovani un libro, ho una proposta. Leggiamolo e, fra qualche tempo, diamoci appuntamento per ri-parlarne. Il libro è The Hero with a Thousand Faces di Joseph Campbell. Per un libro, c’è sicuramente spazio.

Susanna Conti

www.timeandmind.com