Si è stropicciato gli occhi per la sorpresa. Poi ha riletto per la seconda volta la mail arrivata sul suo pc. A scrivere a Carmine Tundo, in arte Romeus, era proprio Corrado Rustici, uno dei produttori e musicisti più importanti della scena italiana e non solo, uno che ha lavorato con Elisa, Baglioni, Ligabue, Negramaro. Il messaggio diceva che il cd che gli aveva spedito per posta un mese prima lo aveva favorevolmente colpito e gli sarebbe piaciuto incontrarlo.
Arrivava così, per Romeus, in modo inaspettato, la svolta tanto cercata in anni di gavetta. Lui, difatti, senza tante speranze, aveva semplicemente inviato le sue canzoni a Rustici rispondendo all’annuncio che compare nel suo sito: “Se vuoi sottoporre il tuo lavoro a Corrado, manda il tuo materiale al seguente indirizzo… A causa dei suoi continui impegni non c’è garanzia che Corrado risponda, ma non si sa mai”.
Corrado, invece, a Romeus ha risposto. Anzi, ha fatto di più: lo ha segnalato all’amica Caterina Caselli, che dirige la casa discografica Sugar, lo ha invitato nel suo studio di San Francisco e gli ha prodotto il cd, intitolato semplicemente Romeus.
Nel frattempo, mentre questa favola prendeva i contorni della realtà, Romeus primeggiava su 600 concorrenti a Sanremolab, ottenendo il “visto” per salire sul palco dello scorso Festival, dove ha fatto la sua bella figura presentando Come l’autunno.
Un assaggio al cd, che offre altre gustose portate, da cui emerge nel cantautore salentino una moderna vena rock nell’assemblare i propri brani, senza perdere mai di vista azzeccate linee melodiche. Un lavoro, insomma, al di sopra della media per Romeus, che vale la pena di scoprire.
Cosa ti ha fatto prendere la strada della musica?
Ho iniziato a cantare da bambino, partecipando anche a dei concorsi. Sono poi entrato in varie band e lì ho capito che la musica poteva diventare qualcosa di più serio. Ho provato a scrivere delle canzoni, soprattutto per esprimere ciò che sentivo, e ho incominciato a esibirmi da solo.
È stato difficile mettere fuori la testa?
Le delusioni non sono mancate. Quando suonavo in un gruppo, eravamo riusciti a firmare un contratto con un produttore che ci aveva promesso mari e monti, salvo poi sparire dopo un mese. Ho capito che nello spettacolo bisogna andare cauti e affidarsi ai professionisti.
Come Corrado Rustici. Davvero lo hai contatto per posta?
Sì, non c’è nulla di inventato. Gli ho spedito in America due cd con le mie canzoni prendendo l’indirizzo dal suo sito. È passato un mese e mi ha risposto. Pensavo a uno scherzo, ma la settimana dopo ero davanti a Caterina Caselli, con cui lavora spesso: gli erano piaciuti i brani e desiderava conoscermi. Non ci potevo credere.
Mentre prendevano forma i brani del tuo cd, sei stato a New York. Quali ricordi hai?
È stata un’esperienza totalizzante dal punto di vista musicale: c’è di tutto e si ascolta di tutto, dal punk al jazz. Una vera full immersion sonora che mi ha travolto, tanto che ho scritto moltissime canzoni durante il mio soggiorno. E lì ho capito come un brano possa essere dipinto con colori diversi.
Quanto ti è servita l’esperienza di Sanremolab?
È stato interessante frequentarlo, anche perché ha dato la possibilità ai partecipanti di incontrare anche dei bravi artisti come Jovanotti o Giovanni Allevi: sentire i loro racconti riguardanti la carriera e la musica è arricchente. Poi, la selezione è andata bene, visto che sono finito al Festival.
Come hai vissuto la gara?
In modo divertente, senza aspettarmi nulla. Sapevo che non avrei potuto vincere, proprio per la piega che ha ormai preso la musica con il corto circuito tra tv, canzone e talent show. Niente di grave, ma non è il mio modo di concepire le sette note. Per cui, ci sono andato per far conoscere il mio album sfruttando una vetrina importante, vista la concentrazione di media che ci sono a Sanremo.
Album che ha in buona sostanza un profilo modernamente rock.
È senza dubbio la mia attitudine, e ho dovuto frenarmi: ogni tanto avrei voluto caricare di più il suono, come mi accade dal vivo. Comunque, con Corrado, abbiamo fatto un gran lavoro: io gli davo i pezzi con un mio arrangiamento e lui riusciva a prendere le cose migliori e a costruirgli intorno la struttura ideale. Quando sentivo il risultato finale, era sempre un’emozione forte.
Dal punto di vista dei testi, affiora spesso dell’amarezza. Per quale ragione?
Riflette ciò che provavo quando li ho scritti: l’insicurezza per il futuro, gli studi interrotti all’Università, l’aria di crisi… Sono fatto così, prevale in me il desiderio di raccontare il lato meno facile della vita, di scandagliare gli aspetti più delicati dell’esistenza.
La musica dunque ti serve per alleggerire gli inevitabili dolori?
Senza dubbio. Talvolta mi chiedo come farei se non avessi le canzoni per sfogare i miei sentimenti, e mi domando come fanno le altre persone che non hanno questo dono, perché ritengo un dono poter esprimere ciò che sento con la musica e usarla anche come via di fuga, per rifugiarmi in una specie di altra dimensione.
Quanto è differente Romeus da Carmine?
Romeus è la parte più sincera di Carmine, che ha trovato il modo di comunicare ciò che non riuscirebbe a dire a parole, perché chiuso in una sorta di corazza.
Perché hai scelto il nome d’arte di Romeus?
Sono un fan di Baz Lurhman, il regista di Romeo and Juliet, film di qualche anno fa che mi ha stregato per le sue continue invenzioni visionarie e per il ritmo frenetico delle riprese. Allora, dopo averlo visto, avevo pensato di formare un gruppo e di chiamarlo Romeus. Poi ho cambiato idea, però è rimasto il nome e ho deciso di adottarlo.
Claudio Facchetti |