“Eppur si muove”. Non c’è studente
italiano che non conosca questa “storica” frase.
L’aneddoto è così celebre
che il nostro studente è anche in
grado di dire chi e quando l’ha pronunciata:
il celebre scienziato Galileo Galilei il
quale avrebbe così commentato la sentenza
con la quale veniva condannato dal tribunale
dell’Inquisizione romana per aver sostenuto
la teoria eliocentrica e dimostrato l’insostenibilità di
quella geocentrica. Sì, formalmente,
abiurò la sua convinzione che fosse
la terra a girare attorno al sole e non il
contrario, ma in cuor suo rimase fermamente
persuaso della bontà della sua opinione.
Non avrebbe potuto fare altrimenti per sfuggire
al rogo o ad altro supplizio e perciò l’appellativo
di “martire della scienza” gli
calza a pennello. Le istituzioni ecclesiali
ci fanno proprio una brutta figura e nell’immaginario
collettivo il processo a Galilei diventa
così il simbolo di una guerra tra
due nemici irriducibili, fede e scienza.
Protetto dalla Chiesa
Fatto che sta che solo
dieci anni prima di subire questa condanna,
il nostro scienziato venne accolto con tutti
gli onori a Roma, dal Papa Urbano VIII, al
quale Galileo stesso aveva dedicato uno dei
suoi libri più famosi “Il Saggiatore”.
Tra gli anni 1623 e il 1633, quello del
processo, tutti lo consideravano l’ “astronomo
ufficiale del Papa”, i suoi discepoli
erano stati nominati professori nelle università dello
Stato Pontificio dove la teoria eliocentrica
era insegnata tranquillamente, persino
dal protestante Keplero che, per sfuggire
all’intolleranza dei suoi correligionari,
non trovò di meglio che accasarsi
a Bologna, nei territori pontifici.
Gli astronomi gesuiti della Specola Vaticana
avevano sostenuto ed incoraggiato Galileo
nei suoi studi, quando quest’ultimo
subiva invece gli attacchi violenti di
altri scienziati, invidiosi tra l’altro
del successo di cui egli godeva proprio
a Roma, dove era stato ammesso alla prestigiosa
Accademia scientifica pontificia dei Lincei.
Del resto, la teoria eliocentrico-copernicana
esisteva già da un pezzo e l’aveva
proposta, cento anni prima di Galileo,
proprio un prete, Copernico, che aveva
serenamente installato le sue apparecchiature
sulla torre di una cattedrale, a Frauenburg.
L’opera fondamentale di Copernico, La
rotazione dei corpi celesti, fu dedicata
ad un Papa, Paolo III, e venne pubblicata
con l’approvazione ecclesiastica.
Dunque, nella storia di “Galilei,
martire della scienza” qualcosa non
funziona. Quello del processo a Galilei
sembra piuttosto un caso da rivedere.
Un’ipotesi
ragionevole
Quali furono in realtà le ragioni
della condanna inflitta allo scienziato
pisano nel 1633? Sostanzialmente, esse
furono tre e nessuna di esse giustifica
un presunto conflitto tra fede e scienza
e, tantomeno, la considerazione di Galileo
come di uno scienziato ingiustamente vittima
dell’arretratezza culturale clericale.
Procediamo con ordine. Anzitutto, a Galileo
Galilei fu richiesto di abiurare semplicemente
perché aveva torto. Egli, infatti,
si ostinava a presentare l’eliocentrismo
come un fatto acclarato quando invece,
ai suoi tempi e nonostante le sue argomentazioni,
poteva essere considerato solo un’ipotesi,
ragionevole e degna di essere approfondita,
ma non di più. Durante le discussioni
che precedettero l’emanazione del
verdetto, i cardinali, che erano poi in
gran parte ex-colleghi di Galileo, chiesero
al Pisano di mostrare un argomento “forte”.
Egli fu in grado di addurne uno solo: le
maree, da attribuire, secondo il Galilei,
allo “scuotimento” delle acque
provocato dal moto terrestro. I suoi giudici
gli fecero notare che questo argomento
era inconsistente perché l’alzarsi
e l’abbassamento delle acque dei
mari dipende all’attrazione della
luna. Questa era ed è la spiegazione
giusta ma non ci fu verso di convincerlo.
Si comprende bene perché un filosofo
contemporaneo della scienza, laico, Paul
Feyerabend abbia dichiarato: “Al
tempo di Galilei la Chiesa si mantenne
ben più fedele alla ragione di Galilei
stesso. Il suo processo contro Galilei
era razionale e giusto, mentre la sua attuale
revisione si può giustificare solo
con motivi di opportunità politica”.
Insomma, la prima ragione per la quale
Galilei fu condannato è di natura
eminentemente scientifica. Del resto, bisognerà attendere
molto tempo ancora per avere delle prove
certe del movimento terrestre. Solo nel
1851 la rotazione diurna della terrà verrà dimostrata
con il celebre pendolo installato nella
cupola del Pantheon di Parigi dal fisico
francese Léon Foucault. Galileo
fu un grande scienziato, indubbiamente,
che, con le sue scoperte, mise in evidenza
l’insostenibilità della fisica
e dell’astronomia ufficiale del suo
tempo, quella aristotelica. Ciò,
però, non gli impedì di prendere
delle sonore cantonate. Oltre a quella
dell’origine delle maree, c’è pure
un’altra “stecca”: si
ostinava a dire che le comete erano solo
delle illusioni ottiche. I gesuiti romani,
invece, sostenevano che erano, come sono,
dei corpi celesti reali.
…Che non le
intendiamo
Il secondo motivo
che aiuta a comprendere le reali cause della
condanna di Galileo Galilei è di natura più teologica.
Nell’empito della polemica, lo scienziato
volle assumere anche il ruolo di interprete
della Bibbia che, presa alla lettera, nel
libro di Giosuè, lascia intendere
che sia il sole e non la terra in movimento.
Per questo motivo gli fu richiesto, sin
dal 1615, cioè quasi vent’anni
prima del processo del 1633, di rispettare
la distinzione dei due piani e di lasciare
ai teologi, certamente più competenti,
l’interpretazione delle Scritture,
senza alcuna preclusione verso la teoria
eliocentrica. Con grande equilibrio il
cardinale Bellarmino affermò che,
nel caso in cui si fosse dimostrata la
validità delle tesi copernicane, "bisognerebbe
andar con molta considerazione in esplicare
le Scritture che paiono contrarie, e più tosto
dire che non le intendiamo, che dire che
sia falso quello che si dimostra".
E concludeva: "io non crederò che
ci sia tal dimostrazione, finché non
mi sia mostrata".
Non proprio simpatico
Il terzo motivo è di natura più personale
perché si sa che spesso gli aspetti
emotivi e caratteriali influiscono anche
sulla discussione delle idee. Galileo non
era certamente un carattere facile. Passava
facilmente alle offese e al sarcasmo, come
appare dalla lettura della sua corrispondenza
privata. Ad un certo punto se la prese
pure con il Papa, Urbano VIII, fino ad
allora suo amico e protettore, che gli
suggeriva prudenza scientifica nell’esposizione
delle sue teorie. Nel Dialogo sopra
i due massimi sistemi del mondo, Galilei
presenta un personaggio, Simplicio, e lo
ridicolizza facendolo apparire come uno
sciocco. Sulla bocca di Simplicio mise
i consigli ricevuti dal Papa, il quale
fu così irritato da promuovere il
famoso “processo” che si concluse
come abbiamo già detto: la richiesta
di abiura perché le prove addotte
da Galileo non erano sufficienti per dimostrare
l’evidenza del sistema eliocentrico.
La condanna fu poi mitissima e tutt’altro
che inibente l’attività scientifica
del Pisano: recitare una volta alla settimana
per tre anni i sette salmi penitenziali
(che Galileo continuò a recitare
fino alla sua morte perché era un
cristiano sincero e fervoroso) e dimorare
nella sua confortevole ed amena residenza
ad Arcetri, dove continuò a studiare
e ad approfondire le sue osservazioni.
Morì a 78 anni, munito della benedizione
del Papa, mentre mormorava la parola “Gesù”.
Questa sì, l’ha realmente
pronunziata perché “Eppur
si muove” non l’ha mai detto:
l’episodio fu inventato di sana pianta
da un giornalista, tale Giuseppe Baretti,
nel 1757.
A smontare le accuse contro il presunto “oscurantismo” clericale
contro la scienza partendo dal caso Galileo,
ci pensa lo storico americano John Heilbron
(che non è cattolico) il quale ricorda
nel suo saggio “Il sole in Chiesa”,
apparso nel 1999, che, proprio nel periodo
critico della disputa con Galileo, in alcune
grandi cattedrali cattoliche gli astronomi
- finanziati dalla Chiesa - sperimentavano
liberamente, sotto forma di “ipotesi”,
la teoria copernicana e affermavano che il
movimento era un’ellissi e non un moto
circolare. Queste conferme scientifiche venivano
ottenute fra le mura delle chiese. No, nel
caso di Galilei nessun martirio “scientifico”,
ma solo un “caso da rivedere”.
Roberto Spataro |