Come si pongono i giovani di fronte alla
religione? Il loro bisogno di Dio come viene
soddisfatto? Quale religione, quale Chiesa
per i giovani? Secondo l’Istituto di
indagine Iard è trapelato che il 70%
dei giovani coinvolti tra i 15 e i 34 anni
afferma di credere nella religione cattolica.
Il 5% (un giovane su venti) dice invece di
avere una fede cristiana, ma senza appartenere
a una chiesa. L’1% professa altre fedi
cristiane. Il 18% ha affermato di essere
non credente. In relazione ad altre religioni
anche non cristiane, l’82% dei giovani
del nostro Paese ha un rapporto costante
con il divino, il trascendente, risponde
in positivo a una crescente domanda del sacro,
mentre l’11% si dichiara ateo e un
6% ha ammesso di non sapersi decidere a riguardo.
Queste percentuali farebbero ritenere che
una gran parte dei giovani italiani non riconosce
come essenziale o importante per la loro
vita il fatto di credere o meno in Dio, di
essere più o meno sensibili alla dimensione
religiosa della vita. Solo il 30% dei giovani
la considera necessaria. Inoltre tra molti
giovani italiani che dicono di credere vi è la
tendenza a credere che esista un Dio, ma
ne hanno solo una vaga idea, la persona e
la figura di Gesù non è conosciuta
in profondità.
Una religione «fai da te»
Se la dimensione religiosa è recepita
e in qualche modo vissuta, i giovani per
lo più, però, la condividono
in forma privata, a uso e consumo del singolo:
una sorta di «fai da te», senza
una specifica identificazione con l’istituzione
o la tradizione, lontano da percezioni,
mediazioni e condizionamenti ecclesiali,
a tal punto da rendere arduo ai ministri
della Chiesa riuscire a intercettarne la
domanda di religiosità che comunque
esisterebbe sotto forme diverse nell’universo
giovanile. Il fascino esercitato dalla
figura di Gesù, o di altri tramiti
del trascendente non cristiano come il
Budda, tra i giovani resterebbe indubbio.
Ma il relazionarsi con la fede cristiana
attraverso i modelli tradizionali e formali
istituzionalizzati diventa per una certa
parte dei giovani difficile, se non fonte
di perplessità e frustrazione. Molti
sono i giovani che tendono piuttosto a
un dialogo o legame con il divino manipolati
in una dimensione intima o intimista, alquanto
personalizzata, riservata, individuale,
privata, avulsa da manifestazioni rituali
imposte dal clero o riconosciute ufficialmente
da esso. A questa religione «fai
da te» aveva fatto riferimento anche
Papa Benedetto XVI, durante la XX giornata
mondiale della Gioventù, celebrata
a Colonia nell’agosto del 2005, invitando
i giovani a non cadere in questo gap. Il
rapporto con il Trascendente resta valido
se l’interlocutore è Cristo
e al timone c’è la Chiesa.
La preghiera individuale
In Italia, l’indagine Iard ha dimostrato
che più sensibili a un’esperienza
di fede profonda sono le ragazze rispetto
ai maschi, e il rapporto con Dio è più sentito
nel Sud della penisola e meno nel Nord
e nel Centro. Anche se, in questi ultimi
anni, i giovani del Centronord hanno
manifestato una sete del divino più accentuata
rispetto al passato. Il senso di appartenenza
alla religione cattolica è caratterizzato,
tuttavia, presso la gran parte dei giovani
che si definiscono cristiani cattolici,
da un sedimento di spiritualità dai
contorni sfumati, non chiari, lontani da
una precisa identità ecclesiale
e comunitaria. Se il 70% di essi si dichiara
cattolico e il 30% attribuisce alla religione
molta importanza, solo il 15% tra questi
partecipa assiduamente alle cerimonie liturgiche
di culto, mentre quasi il 50% riceve solo
di rado il sacramento dell’Eucaristia
durante le messe. La partecipazione alla
preghiera comunitaria può in tal
caso far sospettare un calo, anche marcato.
A differenza della preghiera individuale,
che risulterebbe un appuntamento a cui
i giovani non intendono rinunciare: uno
su 5 tende a pregare per conto proprio
ogni giorno. Il rapporto con il trascendente è dunque
vissuto abbondantemente nel privato, senza
che intervengano mediazioni da parte di
ministri di culto o con riti liturgici.
La sfida
La Chiesa come «comunità di
credenti» non ha nella maggioranza
dei giovani ancora molta presa. L’istituzione,
la tradizione, il senso della comunità sono
dinamiche di religiosità avvertite
come estranee, non del tutto ben comprese
dalla sensibilità giovanile. E su
questo l’attività pastorale
di sacerdoti, suore, catechisti e animatori
sta lavorando per evitare che l’identità del
giovane singolo credente non si smarrisca,
non si ripieghi su se stessa. I vertici
della Chiesa si propongono di far sì,
invece, che il giovane credente possa,
pur salvaguardando la sua esigenza di spiritualità interiore
e personale, diventare una risorsa della
chiesa, un protagonista all’interno
di una comunità. Una sfida a cui
la Chiesa non può sottrarsi nel
ridefinire tra i giovani nuovi e più consoni
modelli di adesione comunitaria, attenti
alle loro aspettative, senza inficiare
il rapporto stretto e diretto con la tradizione
e la sfera ecclesiale. Esiste una percentuale
di giovani consistente (45%) che ammette
di sospendere il giudizio sulla Chiesa,
pertanto non la disapprova o rifiuta di
primo acchito, e riconosce in alcuni sacerdoti
dei punti di riferimento notevoli e apprezzabili.
Dati tali presupposti, la situazione attuale
appare promettere che tra i giovani e la
Chiesa si instaurerà presto un’interazione
proficua sull’orizzonte della fede
pratica e della ritualità formale
collettiva. C’è dunque da
sperare che la Chiesa non perda l’occasione
di aprirsi all’universo giovanile,
accogliendone istanze ed esigenze, e sappia
indirizzare e guidare questa fetta di giovani
verso una relazione con Dio più vera
e profonda.
Una testimonianza
A padre Antonio Rovelli, missionario della
Consolata, animatore giovanile, nativo
della provincia di Lecco, abbiamo posto
alcuni interrogativi riguardo ai giovani
che lui incontra preso il Centro di animazione
missionaria (www.missionariconsolata.it)
e la Scuola per l’alternativa (www.scuolaperl’alternativa.it)
di Torino.
P. Rovelli, che tipo di rapporto hanno
con la religione i giovani che frequentano
il vostro Centro?
«Ai giovani, noi proponiamo una via alternativa. Chiediamo loro di formarsi
per servire i più poveri. Inoltre abbiamo proposte specifiche di carattere
religioso per un gruppo di giovani che vengono da noi ogni giovedì sera.
Alcuni giovani, tra quelli che frequentano la scuola per l’alternativa,
la domanda di Dio non è chiara e diretta, evidente, palese, ma essi
dimostrano una notevole sensibilità per i valori della giustizia, della
pace, del rispetto dei diritti umani e un’apertura all’«alterità».
E dentro questa parola, non esito a intravedere anche alterità come
mistero, divinità, spiritualità, cioè un richiamo a una
realtà che trascende tutto quello che noi viviamo e ai valori evangelici.
Personalmente sono contro un tipo di religione fatalistica, che non dà spazio
al protagonismo e al cambiamento della realtà, e tendo ad accogliere
l’invito dei giovani o a stimolare in loro il desiderio di non subire
passivamente ciò che succede, ma di animarsi di energia e speranza per
apportare dei cambiamenti nel mondo che li circonda e nella realtà di
tutti i giorni. Un altro settore di giovani, quelli che frequentano il Cam
(Centro di animazione missionaria), proviene in genere da realtà parrocchiali,
o è aperto alla dimensione spirituale della vita e vorrebbe approfondire
il rapporto con il trascendente. I nostri percorsi di formazione sono incentrati
sul rapporto tra fede e vita. Molti di questi giovani sono sì battezzati,
ma la loro maturità spirituale si è fermata all’acquisizione
sacramentale dottrinale e catechistica della cresima. Insieme a noi viene portato
avanti un impegno maggiore, a livello di stili di vita fondati sugli ideali
evangelici, nutriti dalla lettura del Vangelo e dalla preghiera».
La Chiesa, come istituzione, come
realtà ecclesiale, in che modo viene
recepita da essi?
«La Chiesa come istituzione, i nostri giovani la sentono in generale
purtroppo molto lontana. Da parte loro, si confonde spesso la Chiesa come solo
e semplice gerarchia e clero, un mondo composto solo di vescovi, preti e suore.
Alcuni criticano apertamente la gerarchia e il clero, per diversi motivi. Sentono
i nostri pastori molto distanti, nel modo di esprimersi e confrontarsi. Vorrebbero
una Chiesa più compagna di viaggio, più serva umile, più esposta,
più coraggiosa nella difesa dei valori evangelici. Vorrebbero che la
Chiesa assumesse più chiaramente le istanze per la giustizia e la pace.
I giovani che frequentano il nostro centro sentono molto la dimensione dell’universalità,
di una nuova evangelizzazione, ma da parte di una Chiesa che non si chiuda
in se stessa, arroccata su posizioni di privilegio o sterile formalismo».
Il Vangelo suscita sempre curiosità,
interesse, fascino nei giovani che vengono
da voi?
«Sì! Quando
presenti la figura di Cristo, attraverso
il metodo della Lectio
divina, come un Dio incarnato che si
prende cura dell’uomo fino al dono
totale di sé, i giovani ne rimangono
attratti a 360 gradi. Il Vangelo è la
chiave di svolta. Noi proponiamo loro una
sequela esperienziale, e loro la condividono
appieno; partecipano assiduamente agli incontri,
e rispondono positivamente alle nostre sollecitazioni
per una conversione di vita coerente con
i contenuti del Vangelo».
Nicola Di Mauro
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