Questa volta il premio Nobel è andato
all’ambiente e a chi lavora per difenderlo.
La motivazione che i saggi di Stoccolma hanno
dato afferma che Al Gore e l’IPCC sono
stati scelti per i “loro sforzi nel
costruire e divulgare maggiori conoscenze
riguardo i cambiamenti climatici indotti
dall’uomo, per aver posto le basi delle
misure necessarie a contrastare tali cambiamenti”.
Dimensioni Nuove ha incontrato il Prof. Carraro che è stato membro attivo
dell’IPCC, oltre ad essere responsabile della Divisione
Valutazione Economica degli Impatti e delle Politiche dei Cambiamenti Climatici
del CMCC.
Professore,
si sente sovente parlare del Protocollo
di Kyoto. Ma di cosa si tratta e perché è così importante?
Il
Protocollo di Kyoto è un
accordo internazionale con il quale 118 nazioni del
mondo si sono impegnate a ridurre le emissioni
di gas
serra per rimediare ai cambiamenti
climatici in atto. Grandi assenti furono
gli Stati
Uniti, i primi produttori di gas
serra nel mondo. Per raggiungere questi
obiettivi si sta lavorando da più parti, specie
in 12 regioni del mondo, tra cui l’Europa.
Si opera su due vie: il risparmio energetico
attraverso l'ottimizzazione sia nella fase
di produzione che negli usi finali (impianti,
edifici e sistemi ad alta efficienza, nonché educazione
al consumo
consapevole) e lo sviluppo delle fonti
alternative di energia invece del consumo
massiccio di combustibili
fossili.
C’è qualche
speranza che nel 2008, quando saranno
discussi i nuovi impegni per il dopo
Kyoto, anche Cina e India prendano
impegni concreti sulla riduzione delle
emissioni di CO2?
Tra i vari problemi vale la pena ricordarne
uno di fondamentale importanza: l’equità nella
suddivisione degli impegni di riduzione,
perché ciascun Paese interpreta
il problema dell’equità secondo
le proprie priorità e i propri interessi.
Le indico le diverse posizioni.
• L’India e la Cina ritengono che sia equo e giusto ridurre le emissioni
secondo criteri basati su “diritti di emissione pro capite”, cioè criteri
che considerino le emissioni nazionali in rapporto alla popolazione; ma se
questo criterio di equità fosse valido, quasi tutti i paesi industrializzati
(a cominciare dagli Usa) avrebbero già dovuto
ridurre le emissioni dal 200 al 700%.
• Questo criterio non è ovviamente condiviso dai Paesi più industrializzati.
Alcuni di essi ritengono più equi criteri basati sull’intensità energetica
(emissioni in rapporto al prodotto nazionale lordo); altri ancora pensano che
l’equità vada basata sull’efficienza nell’uso
dei combustibili fossili (emissioni rapportate
ai consumi di fossili).
• Il Brasile ritiene che l’equità debba tener conto anche
del passato, e quindi essere coniugata con la responsabilità storica;
la riduzione delle emissioni andrebbe determinata quindi in proporzione all’inquinamento
che ciascun Paese ha storicamente provocato
al pianeta.
• E poi ci sono i paesi produttori di petrolio, che rifiutano impostazioni
che portino comunque alla limitazione dell’uso dei combustibili fossili,
perché le loro economie ne verrebbero
seriamente danneggiate.
• Usa, Australia, India e Cina ritengono
che la riduzione delle emissioni vada attuata
su base volontaria e in relazione alle
circostanze nazionali di sviluppo economico,
non su base vincolante ma posta su obiettivi
di riduzione da realizzare in periodi di
tempo fissati a priori.
Questi esempi possono dare un’idea
della conflittualità fra le diverse
posizioni. Senza adeguate soluzioni, sarà molto
difficile che nel 2008 si possa procedere
a sostanziali modifiche del Protocollo
di Kyoto né all’assunzione
di nuovi impegni di riduzione per il dopo
2012.
Quali sono le decisioni politiche da assumere per uno sviluppo
equo che non distrugga ulteriorermente il nostro pianeta?
Il concetto di sviluppo sostenibile è un
concetto contestualizzato in ambito socio-politico:
questo implica la necessità di chiarezza
nella definizione di sostenibilità.
Tutti gli autori concordano su tre punti
correlati a quello di sviluppo sostenibile:
1. la necessità di arrestare la
degradazione ambientale e lo squilibrio
ecologico
2. la necessità di non impoverire
le generazioni future
3. la necessità di una buona qualità della
vita e dell'equità tra le generazioni
attuali .
La chiarezza riguardo un’accurata
definizione di sviluppo sostenibile è cruciale
per comprendere:
1. quali problematiche ingrandire, affrontare
con scelte decise
2. quali necessità ed interessi
debbano avere la priorità
3. chi deve essere coinvolto nell'assumere
le decisioni .
Dalla trasparenza su questi punti si può derivare:
1. quale struttura debba essere costruita
per perseguire le finalità
2. quale politica debba essere adottata
per sostenere le azioni
3. quali strumenti debbano essere impiegati
per conseguire gli obiettivi .
L’economia pone più l’accento
sulla qualità, piuttosto che
sulla quantità.
Infatti, il principio di riferimento è,
molto semplicemente, "fare di più con
meno", cioè produrre gli stessi
beni e servizi utilizzando meno risorse
naturali, attraverso una maggiore efficienza
sia nell'uso dell'energia e delle materie
prime, sia una riduzione delle emissioni
di sostanze nocive e della produzione di
rifiuti. La tecnologia diventa così una
grande alleata dell'ambiente e già oggi è in
grado di dare delle risposte positive ed
innovative (lampadine a fluorescenza, elettrodomestici
a basso consumo di acque ed energia, ...).
L’ecoefficienza significa anche sfida
per le imprese, sempre più chiamate
a soddisfare e/o stimolare una crescente
domanda di beni e servizi di qualità.
Vi è però una certa diversità tra
gli scienziati e i politici.
Sicuramente c’è un problema
di orizzonte temporale. Noi ragioniamo
su un orizzonte di tempo molto lungo, mentre
i politici ragionano su un orizzonte molto
breve, per farsi rieleggere fra due, tre,
quattro anni. I tempi dei politici sono
incompatibili con i tempi della scienza
dei cambiamenti climatici. In ogni caso,
occorra che la classe politica tenti un
avvicinamento, non si può stare
così distanti. In altre parole,
necessita un leader, un primo ministro
che si assuma la libertà delle scelte,
come è successo in Francia e in
Germania. Per operare concretamente in
favore dell’ambiente, è il
capo del governo che decide e poi coinvolge
gli altri ministeri.
E i giovani cosa potrebbero fare?
Ricominciare
ad interessarsi di più a
tali problemi. E’ vero che per loro
ora conta più l’istruzione,
l’occupazione, il precariato, il divertimento-
cose fondamentali per la loro vita- Però tengano
presente che sono loro che tra non molto
s’impatteranno con questi fenomeni
climatici sempre più spaventosi e
quindi che comincino a muoversi, a far muovere
chi li governa anche nella direzione giusta
di porre l’Italia tra quei venti Paesi
che stanno cambiando le tecnologie per migliorare
l’ambiente dove vivono, almeno per
altri 20- 30 anni. Poi si vedrà.
Maria & Enrico Marotta |