In questo numero
UN NOBEL PER L'AMBIENTE di Maria & Enrico Marotta

Il Nobel per la pace 2007
è stato  assegnato ad Al Gore e all’IPCC,
il gruppo di scienziati che cercano di fermare
la più grande guerra mondiale mai vista,
quella dell’umanità contro il proprio pianeta
e contro se stessa.


Questa volta il premio Nobel è andato all’ambiente e a chi lavora per difenderlo. La motivazione che i saggi di Stoccolma hanno dato afferma che Al Gore e l’IPCC sono stati scelti per i “loro sforzi nel costruire e divulgare maggiori conoscenze riguardo i cambiamenti climatici indotti dall’uomo, per aver posto le basi delle misure necessarie a contrastare tali cambiamenti”.
Dimensioni Nuove ha incontrato il Prof. Carraro che è stato membro attivo dell’IPCC, oltre ad  essere responsabile della Divisione Valutazione Economica degli Impatti e delle Politiche dei Cambiamenti Climatici del CMCC.

Professore, si sente sovente parlare del Protocollo di Kyoto. Ma di cosa si tratta e perché è così importante?
Il Protocollo di Kyoto  è un accordo internazionale con il quale 118 nazioni del mondo si sono impegnate a ridurre le emissioni di gas serra per rimediare ai cambiamenti climatici in atto. Grandi assenti furono gli Stati Uniti, i primi produttori di gas serra nel mondo. Per raggiungere questi obiettivi si sta lavorando da più parti, specie in 12 regioni del mondo, tra cui l’Europa. Si opera su due vie: il risparmio energetico attraverso l'ottimizzazione sia nella fase di produzione che negli usi finali (impianti, edifici e sistemi ad alta efficienza, nonché educazione al consumo consapevole) e lo sviluppo delle fonti alternative di energia invece del consumo massiccio di combustibili fossili.

C’è qualche speranza che nel 2008, quando saranno discussi i nuovi impegni per il dopo Kyoto, anche Cina e India prendano impegni concreti sulla riduzione delle emissioni di CO2?
Tra i vari problemi vale la pena ricordarne uno di fondamentale importanza: l’equità nella suddivisione degli impegni di riduzione, perché ciascun Paese interpreta il problema dell’equità secondo le proprie priorità e i propri interessi. Le indico le diverse posizioni.
• L’India e la Cina ritengono che sia equo e giusto ridurre le emissioni secondo criteri basati su “diritti di emissione pro capite”, cioè criteri che considerino le emissioni nazionali in rapporto alla popolazione; ma se questo criterio di equità fosse valido, quasi tutti i paesi industrializzati (a cominciare dagli Usa) avrebbero già dovuto ridurre le emissioni dal 200 al 700%.
• Questo criterio non è ovviamente condiviso dai Paesi più industrializzati. Alcuni di essi ritengono più equi criteri basati sull’intensità energetica (emissioni in rapporto al prodotto nazionale lordo); altri ancora pensano che l’equità vada basata sull’efficienza nell’uso dei combustibili fossili (emissioni rapportate ai consumi di fossili).
• Il Brasile ritiene che l’equità debba tener conto anche del passato, e quindi essere coniugata con la responsabilità storica; la riduzione delle emissioni andrebbe determinata quindi in proporzione all’inquinamento che ciascun Paese ha storicamente provocato al pianeta.
• E poi ci sono i paesi produttori di petrolio, che rifiutano impostazioni che portino comunque alla limitazione dell’uso dei combustibili fossili, perché le loro economie ne verrebbero seriamente danneggiate.
• Usa, Australia, India e Cina ritengono che la riduzione delle emissioni vada attuata su base volontaria e in relazione alle circostanze nazionali di sviluppo economico, non su base vincolante ma posta su obiettivi di riduzione da realizzare in periodi di tempo fissati a priori.
Questi esempi possono dare un’idea della conflittualità fra le diverse posizioni. Senza adeguate soluzioni, sarà molto difficile che nel 2008 si possa procedere a sostanziali modifiche del  Protocollo di Kyoto né all’assunzione di nuovi impegni di riduzione per il dopo 2012.

Quali sono le decisioni politiche da assumere per uno sviluppo equo che non distrugga ulteriorermente il nostro pianeta?
Il concetto di sviluppo sostenibile è un concetto contestualizzato in ambito socio-politico: questo implica la necessità di chiarezza nella definizione di sostenibilità. Tutti gli autori concordano su tre punti correlati a quello di sviluppo sostenibile:
1. la necessità di arrestare la degradazione ambientale e lo squilibrio ecologico
2. la necessità di non impoverire le generazioni future
3. la necessità di una buona qualità della vita e dell'equità tra le generazioni attuali .

La chiarezza riguardo un’accurata definizione di sviluppo sostenibile è cruciale per comprendere:
1. quali problematiche ingrandire, affrontare con scelte decise
2. quali necessità ed interessi debbano avere la priorità
3. chi deve essere coinvolto nell'assumere le decisioni .

Dalla trasparenza su questi punti si può derivare:
1. quale struttura debba essere costruita per perseguire le finalità
2. quale politica debba essere adottata per sostenere le azioni
3. quali strumenti debbano essere impiegati per conseguire gli obiettivi .

L’economia pone più l’accento sulla qualità, piuttosto che sulla quantità.
Infatti, il principio di riferimento è, molto semplicemente, "fare di più con meno", cioè produrre gli stessi beni e servizi utilizzando meno risorse naturali, attraverso una maggiore efficienza sia nell'uso dell'energia e delle materie prime, sia una riduzione delle emissioni di sostanze nocive e della produzione di rifiuti. La tecnologia diventa così una grande alleata dell'ambiente e già oggi è in grado di dare delle risposte positive ed innovative (lampadine a fluorescenza, elettrodomestici a basso consumo di acque ed energia, ...). L’ecoefficienza significa anche sfida per le imprese, sempre più chiamate a soddisfare e/o stimolare una crescente domanda di beni e servizi di qualità.

Vi  è però una certa diversità tra gli scienziati e i politici.
Sicuramente c’è un problema di orizzonte temporale. Noi ragioniamo su un orizzonte di tempo molto lungo, mentre i politici ragionano su un orizzonte molto breve, per farsi rieleggere fra due, tre, quattro anni. I tempi dei politici sono incompatibili con i tempi della scienza dei cambiamenti climatici. In ogni caso, occorra che la classe politica tenti un avvicinamento, non si può stare così distanti. In altre parole, necessita un leader, un primo ministro che si assuma la libertà delle scelte, come è successo in Francia e in Germania. Per operare concretamente in favore dell’ambiente, è il capo del governo che decide e poi coinvolge gli altri ministeri.

E i giovani cosa potrebbero fare?
Ricominciare ad interessarsi di più a tali problemi. E’ vero che per loro ora conta più l’istruzione, l’occupazione, il precariato, il divertimento- cose fondamentali per la loro vita- Però tengano presente che sono loro che tra non molto s’impatteranno con questi fenomeni climatici sempre più spaventosi e quindi che comincino a muoversi, a far muovere chi li governa anche nella direzione giusta di porre l’Italia tra quei venti Paesi che stanno cambiando le tecnologie per migliorare l’ambiente dove vivono, almeno per altri 20- 30 anni. Poi si vedrà.

Maria & Enrico Marotta

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