Se non l'avesse detto lui, non ci crederebbe
nessuno. Perché nessuno più di
lui sapeva quanto fossero vere, anzi pagate
sulla propria pelle, battute come “Lei
non sa chi sono io”, oppure “Signori
si nasce”. Come “La donna è mobile
e io mi sento un mobiliere” o ancora, “Chi
dice che i soldi non fanno la felicità,
oltre ad essere antipatico, è pure
fesso”. Perché di lui tutto,
dalla nascita al nome, dalle donne al successo,
dai teatri ai film, dalla cecità alla
morte, tutto fa dire che una vita così neanche
in un romanzo. E anche a volerne fare un “bignami”,
non basterebbe la rivista.
Il nome
Prendiamo il nome. Tutti lo conosciamo
come Totò, il soprannome datogli
dalla madre, Anna Clemente. Che lo ha
fuori del matrimonio e lo registra all'anagrafe
come Antonio Clemente, nato il 15 febbraio
1898 (110 anni fa) a Napoli, in via Santa
Maria Antesaecula, rione Sanità.
Il padre è il marchese Giuseppe
De Curtis, che sposa Anna soltanto nel
1921 e riconosce legalmente il figlio
addirittura nel '37. Quattro anni prima,
intanto, Totò è adottato
dal marchese Francesco Maria Gagliardi
Focas, che gli trasmette titoli nobiliari
bizantini. Risultato: Totò intraprende
lunghe battaglie legali per il nome e
il titolo. Alla fine, nel 1945, il tribunale
di Napoli gli riconosce il diritto di
unire il cognome del padre naturale e
di quello adottivo. Così Totò diventa
Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno
De Curtis Di Bisanzio Gagliardi, altezza
imperiale, conte palatino, cavaliere
del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna,
duca di Macedonia e Illiria, principe
di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia,
di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del
Peloponneso, conte di Cipro e d'Epiro,
conte e duca di Drivasto e di Durazzo.
Per la serie “Signori si nasce”,
appunto.
L'artista
Totò inizia a recitare che è poco
più che ragazzo, in piccoli teatri
di periferia. A 16 anni, però, teme
che la passione non possa avere futuro
e si arruola volontario nell'esercito.
Ben presto fa difficoltà a quella
vita e, fingendosi malato, si fa ricoverare
ed evita anche di finire in prima linea
quando scoppia la prima guerra mondiale.
Probabilmente questa esperienza è alla
base della famosa battuta “Siamo
uomini o caporali?”, riferita a persone
attaccate alla forma, senza elasticità mentale.
Dopo, ritorna sul palcoscenico. Seguirne
gli spostamenti, le presenze sui teatri
e quelli sui set cinematografici e alla
tv è un'impresa titanica. Qualcuno
s'è cimentato: oltre cinquanta titoli
teatrali, dall'avanspettacolo alla “rivista”;
poi, 97 film, nove telefilm, alcuni fotoromanzi,
quindici “albi” a fumetti e
nove spot tv (per il dado Star). Numeri
sicuramente per difetto se qualcun altro
scrive che nel 1963 è diffusa la
notizia che Totò interpreta il centesimo
film, il primo drammatico, “Il comandante”,
che però non ha successo. Di certo,
nel 1966 Totò riceve il “Nastro
d'Argento” e la “Palma d'oro” per
l'interpretazione di “Uccellacci
e uccellini”, diretto da Pier Paolo
Pasolini.
Considerati anche i ridotti tempi di produzione
di un film, spesso il copione si riduce
a un canovaccio sulla base del quale Totò improvvisa.
Così, non pochi criticano molte
sue battute. In ambienti clericali, dà fastidio
che egli dica, per esempio, “Chiedo
l'annullamento del matrimonio alla Sacra
Rota, anzi per tutte le ruote”. In
ambienti laici sono ritenute volgari frasi
come “Elena di Troia... Troia...
Troia… questo nome non mi è nuovo”,
oppure “Donne, non scappate davanti
a me; che, mi avete preso per uno spaventapassere?”.
Al punto che riferendo del film “Totò,
Eva e il pennello proibito”, su “l'Unità”,
quotidiano del Partito comunista, il 15
febbraio 1959 si legge: “Gli spettatori
non sono fortunati, siamo giusti, costretti
ad ingerire prodotti così squallidamente
raffazzonati, così privi di spirito
e d'ogni luce d'intelletto umano”.
Eppure, i suoi giochi di parole sono entrati
a far parte del linguaggio quotidiano e
a tanti anni di distanza, videocassette
e dvd dei suoi film continuano a essere
venduti con successo, anche nelle edicole.
Il “mobiliere”
Totò ha sempre subìto il
fascino femminile. Spesso ricambiato. E
anche qui, fatti veri e “si dice” si
sprecano. Non nascono per caso giochi di
parole come: “Perché si chiamano
donnine allegre se ridono così poco?”,
o come: “Cara nipote, noi ti accoglieremo
nel seno della nostra famiglia... e tu
accoglici sul tuo”. Nel 1929, per
esempio, ha un'intensa storia con l'attrice
Liliana Castagnola, bella e corteggiata “sciantosa”,
possessiva e fatale anche nella realtà. È disposta
a cambiare vita pur di averlo accanto,
così quando lui accetta un contratto
che lo porta lontano da Napoli, lei si
sente abbandonata e si suicida ingerendo
sonniferi. Totò ne è sconvolto,
tanto da seppellirla nella tomba della
famiglia De Curtis e decidere di battezzare
un'eventuale figlia con il nome di Liliana
e non con quello della nonna (promessa
poi mantenuta).
Nel 1931 conosce Diana Bandini Lucchesini
Rogliani, che sposa quattro anni dopo,
presenti pochi intimi e la loro figlia
Liliana, tenuta in braccio dalla governante.
Altri quattro anni, e i due ottengono la
separazione in Ungheria. Diana, però,
continua a vivere sotto lo stesso tetto
come “madre della figlia”,
sino al '50, quando sposa un avvocato.
Poco dopo, Totò corteggia Silvana
Pampanini, attrice famosa e affascinante,
ma lei non accetta.
Nel 1952, Totò conosce Franca Faldini,
un'aspirante attrice di 21 anni. Nonostante
la differenza d'età e il carattere
diverso, i due “legano”. Si
parla di un matrimonio segreto in Svizzera,
ma la Faldini dirà che non è avvenuto.
Totò avrebbe scritto che “Franca è molto
più giovane di me, e io non avrei
mai sopportato i soliti maligni commenti
del prossimo; l'attore Totò deve
fare ridere, ma l'uomo Totò, anzi
il Principe De Curtis mai, il Principe
De Curtis è una persona seria”.
Fatto sta che nel '54 nasce un figlio,
Massenzio, vissuto poche ore, e che la
Faldini rischia la vita. In ogni caso,
lei continua a vivere con Totò sino
alla morte di lui.
Cala il sipario
Nel '57 un'altra prova. Totò inizia
ad avere disturbi alla vista e in pochi
mesi perde la visione nella parte centrale
dell'occhio destro. Poiché decenni
prima ha subìto un distacco di retina
nell'altro occhio, ora è praticamente
cieco. Deve sospendere l'attività e
soltanto dopo molte cure, la vista migliora,
ma non del tutto, tanto da dover portare
spessi occhiali scuri, che toglie soltanto
prima delle riprese dei film. Anche per
questo, finisce con l'accettare ruoli di
livello inferiore e i produttori gli affiancano
altri attori come “spalla”.
Poi, la scomparsa. Improvvisa. Alcuni infarti
notturni. Muore alle 3.30 del 15 aprile
1967. Nella migliore tradizione teatrale,
le ultime parole sono diverse a seconda
delle persone che le riferiscono. Per Franca
Faldini: “T'aggio voluto bene, Franca.
Proprio assai”. Per la figlia Liliana: “Ricordatevi
che sono cattolico, apostolico, romano”.
Seguono due giorni di veglia e di ossequi
da personalità dello spettacolo
e della politica. Il 17, la cerimonia funebre
a Roma e poi il viaggio a Napoli. L'ultimo.
Alla basilica del Carmine Maggiore, migliaia
e migliaia di persone gli danno l'estremo
saluto, prima che sia sepolto nella cappella
De Curtis. Accanto alla madre Anna, al
padre Giuseppe e a Liliana Castagnola. È stato
proprio lui, altezza imperiale e conte
palatino, a scrivere e a pubblicare tre
anni prima, in una raccolta di poesie napoletane,
i versi “'A livella”: di fronte
alla morte non ci sono differenze.
Il ricordo
A quasi quarant'anni dalla scomparsa,
Totò continua
ad affascinare. I film ritrasmessi dalla
tv o su videocassette e dvd, i libri e i
gadget di ogni genere che lo hanno per protagonista
vanno come il pane. Forse perché la
sua macchietta snodata fa riflettere. A suo
modo, è la rivincita sulla retorica,
sui comportamenti formali, sul potere dei “caporali”.
Al contrario di Charlot-Charlie Chaplin,
che cercava di reagire al destino senza mai
riuscirci, Totò alla fine è vincente.
Certo, veste da popolano, ma il portamento è nobile: “A
volte, anche un cretino ha un'idea”.
Certo, è umiliato, schiacciato dai
gesti e dalle frasi dei potenti di turno,
ma gli basta una frase per annichilire l'avversario: “Gli
avvocati difendono i ladri. Sa com'è...
tra colleghi”. Certo, è l'uomo
che deve soddisfare la fame atavica, l'amore
per una donna o l'esigenza di un tetto, senza
averne i mezzi, ma come ha fatto nella realtà, è generoso
e divide quel poco che ha con chi sta peggio
di lui: “A casa nostra, nel caffelatte
non ci mettiamo niente: né il caffè,
né il latte”. Per questo e tanto
altro ancora, come è stato scritto,
Totò è l'unico attore italiano
che ha conquistato la quinta generazione
di pubblico.
Lorenzo Boschetto
Preghiera del clown
Nel 1953 la “ditta” dei produttori Ponti-De Laurentis realizza “Il
più comico spettacolo del mondo”, primo e unico film tridimensionale
italiano. Qui Totò interpreta il ruolo di un clown, obbligato a non struccarsi
mai ed oggetto della gelosia di tre donne del circo. Negli ultimi minuti, l'attore
recita quella che passa alla storia come la “Preghiera del comico”.
E che la dice lunga sulla fede semplice, ma convinta dell'artista. Eccola integrale:
“Noi ti ringraziamo nostro buon Protettore
per averci dato anche oggi la forza di fare
il più bello spettacolo del mondo. Tu
che proteggi uomini, animali e baracconi, tu
che rendi i leoni docili come gli uomini e
gli uomini coraggiosi come i leoni, tu che
ogni sera presti agli acrobati le ali degli
angeli, fa' che sulla nostra mensa non venga
mai a mancare pane ed applausi. Noi ti chiediamo
protezione, ma se non ne fossimo degni, se
qualche disgrazia dovesse accaderci, fa che
avvenga dopo lo spettacolo e, in ogni caso,
ricordati di salvare prima le bestie e i bambini.
Tu che permetti ai nani e ai giganti di essere
ugualmente felici, tu che sei la vera, l'unica
rete dei nostri pericolosi esercizi, fa' che
in nessun momento della nostra vita venga a
mancarci una tenda, una pista e un riflettore.
Guardaci dalle unghie delle nostre donne, ché da
quelle delle tigri ci guardiamo noi, dacci
ancora la forza di far ridere gli uomini, di
sopportare serenamente le loro assordanti risate
e lascia pure che essi ci credano felici. Più ho
voglia di piangere e più gli uomini
si divertono, ma non importa, io li perdono,
un po' perché essi non sanno, un po'
per amor Tuo, e un po' perché hanno
pagato il biglietto. Se le mie buffonate servono
ad alleviare le loro pene, rendi pure questa
mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami
a portarla in giro con disinvoltura. C'è tanta
gente che si diverte a far piangere l'umanità;
noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda,
se puoi, qualcuno su questo mondo capace di
far ridere me come io faccio ridere gli altri”.
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