In questo numero
ALEX BRITTI di Claudio Facchetti

Il cantautore romano rilegge
in chiave acustica i suoi successi.
Ne scaturisce un album di forte intensità
con protagonista l’amata chitarra.


While my guitar gently weeps, “Mentre la mia chitarra piange dolcemente”, è uno del classici dei Beatles, scritto dallo scomparso George Harrison. Potrebbe fungere benissimo da colonna sonora per l’avventura musicale fin qui vissuta da Alex Britti. Un’avventura percorsa con la fedele “sei corde”, compagna di viaggio del cantautore romano fin da quando ha 8 anni, anima e corpo di tante vicissitudini.
Alex, infatti, appena raggiunta l’età adulta, è già in giro per l’Italia e poi per l’Europa a suonare l’amato blues con il suo gruppo e con alcune star del genere. Un’ottima palestra, dove l’artista ha modo di fare esperienze e di sviluppare il suo stile, per poi tornare nel nostro Paese a giocarsi la carta da solista.
Compone le colonne sonore per i film Uomini senza donne e Stressati, mentre nel frattempo propone le sue canzoni alle case discografiche. Nel ’96 ottiene un contratto discografico e pubblica, uno dietro l’altro, due singoli: Quello che voglio e Solo una volta (o tutta la vita). Proprio quest’ultimo le spalanca le porte del grande successo, trasformandosi nel tormentone dell’estate con 60.000 copie vendute.
Il rischio è di essere la solita meteora di passaggio della calda stagione. Ma Alex fuga ogni dubbio con l’album It.pop, che offre ai 350.000 acquirenti che si avvicineranno alla sua musica un ventaglio di idee e di suoni variegati e originali. Li riassume nei versi del brano che titola proprio il disco: “Suonavo il blues, il jazz qualche volta m’assaliva di nascosto, però per i cantautori c’era sempre posto, ed anche se il mio suono può sembrarvi strano, io faccio pop italiano”.
Una dichiarazione d’intenti a cui Alex rimane fedele, migliorandola album dopo album, a cui si aggiungono tante soddisfazioni: le sue ottime partecipazioni al Festival di Sanremo, i premi prestigiosi, le collaborazioni importanti con Mina, Joe Cocker, Luciano Pavarotti e, l’anno scorso, con Edoardo Bennato, sancita da un trionfale tour fatto in coppia.
Segni di un percorso che sfugge allo scontato, dove Alex preferisce seguire ciò che gli detta il cuore piuttosto che le sterili leggi del mercato, come quando s’imbarca in una serie di date esibendosi in compagnia solo della sua chitarra.
E la chitarra è anche la protagonista della sua nuova sfida discografica intitolata MTV Unplugged, album e dvd registrati dal vivo negli studi televisivi dell’emittente musicale MTV lo scorso settembre. È il secondo artista italiano, dopo Giorgia, ad accettare questo inconsueto format, da tempo in programmazione all’estero, dove il protagonista si esibisce in chiave acustica, appunto unplugged, con la spina staccata.
Circondato da una splendida band, Alex ripropone le sue canzoni più belle, donando loro una veste e colori nuovi, ora grintosi, ora sommessi, ma sempre intensi. Toccando, oltre le corde della chitarra, anche quelle delle emozioni.

Gli arrangiamenti acustici hanno rivelato aspetti nuovi ai brani?
Direi di no. Per me, una canzone è un’anima, a prescindere dal vestito che poi indossa. In questo caso, la stoffa usata è stata poca, visto che i brani privilegiano i suoni acustici, ma il mio approccio verso di loro non cambia mai: sono sempre concentrato sull’anima dei pezzi. Probabilmente, chi li ascolta, ne percepisce meglio le variazioni.

Questo atteggiamento è alla base anche delle tue scelte, talvolta controcorrenti?
Una canzone mi deve dare una scossa elettrica perché la prenda in considerazione, altrimenti non la incido. Non sono un automa. Forse è per questo che ho condotto la mia carriera in una certa direzione. Qualche anno fa, dopo che l’album La vasca era finito in alto nella classifica, un altro al mio posto avrebbe chiamato i musicisti americani a suonare con lui. Io, invece, ho deciso di compiere un tour da solo, chitarra e voce, perché mi stimolava l’idea in quel momento.

Ci vuole coraggio.
O incoscienza. Certo, ha prevalso la passione per la musica. Avrei potuto sfornare un altro tormentone, ma quell’estate ho preferito pubblicare un brano diverso, Lo zingaro felice. E ho usato lo stesso criterio per l’ultimo lavoro in studio, Festa, differente da tutti gli altri proprio a livello di scrittura, ricercato nei testi e negli arrangiamenti.

Come sei arrivato da un album complesso a questo “live”?
Da un po’ di tempo ascoltavo solo dischi acustici, quindi era nell’aria. La proposta di MTV non poteva giungere in un momento migliore e ho subito accettato. D’altra parte, ogni mia canzone nasce alla chitarra: è un modo per essere più vicini alla stesura originale.

Vedendo il dvd, si notano due cose: divertimento e intensità. È così?
Per l’intensità, non so cosa dire: io mi perdo dentro le canzoni, non è uno stato d’animo che riesco a controllare e, quindi, a verificare. Divertimento senz’altro, quello sì lo percepisco, mio e della band, con cui c’è un ottimo affiatamento, nonostante non sia da tanto tempo che suoniamo insieme. Ci troviamo bene, anche una volta scesi dal palco.

Cosa ha acceso la tua passione per la chitarra?
Sai che non lo so… La vedevo suonare da altri in tv o in giro nelle comitive… Mi piaceva l’idea di uno strumento che poteva esaltare l’individualità, e che era maneggevole, al contrario del piano: non è che puoi portarlo sulla spiaggia o caricartelo in auto… Battute a parte, da ragazzino sognavo di andarmene in giro vivendo di musica, di stare negli alberghi di tutta Europa strimpellando la chitarra e sbirciare ogni tanto fuori dalle finestre delle camere.

Vita che, per certi versi, sei poi riuscito a fare già da giovane, suonando blues. Come ti sei avvicinato a questo genere?
Credo per istinto. Da ragazzo, ascoltavo parecchio quello che oggi è un mio grande amico, Edoardo Bennato. Mi piacevano soprattutto quei pezzi del suo repertorio più vicini al rock and roll e al blues. E poi i Beatles, Elvis, Santana, e l’incredibile Stevie Ray Vaughan… Andavo, insomma, in quella direzione, visto che in casa mia si sentivano Califano e Lando Fiorini.

E oggi cosa ascolti?
Sono onnivoro. Passo dal jazz alla dance elettronica tipo Daft Punk alla musica italiana, generi che poi finiscono in qualche modo nei miei brani. Sembra una contraddizione, ma in realtà è solo un modo per essere aperti alle sollecitazioni che arrivano dal pianeta delle sette note.

Hai scelto come singolo “Milano”, una bella ballata presente ne “La vasca”, album del 2000. Come mai?
È una di quelle canzoni passate un po’ inosservate, che penso invece meriti attenzione. È ancora attualissima. Sono arrivato a Milano da emigrante, in cerca di un contratto discografico, e anche se abito a Roma, oggi passo volentieri molto tempo nel capoluogo lombardo, non solo per lavoro. Lì c’è tutto, inutile nasconderselo, soprattutto a livello professionale. Ed è una città multietnica, dal sapore europeo.

Eppure si sente spesso parlare di razzismo, a Milano come in altri luoghi.
Nella mia vita, per dieci anni anch’io sono stato uno straniero. E non mi piace leggere certi articoli di giornali o sentire argomentazioni discriminanti. È sbagliato generalizzare. Anche a me, quando suonavo in Europa, è capitato talvolta di ascoltare le solite battute: Italia-mafia-spaghetti… Mi dava fastidio, non sono un mafioso, né mi andava di essere identificato in uno stereotipo. Ovvio che le leggi vanno rispettate. Ma un delinquente non ha passaporto: che sia rumeno, italiano o cinese, rimane un delinquente. L’impressione è che oggi si trattino gli extracomunitari come una volta al Nord si trattavano i meridionali. Diamogli tempo a questa gente. C’è un unico paese, ed è la Terra.

Claudio Facchetti

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