La desertificazione dei sentimenti
Questa scultorea espressione definisce bene uno dei fenomeni che oggi stanno incidendo nel mondo dei giovani e degli adulti. L’amore, la compassione, il senso di umanità, la gratitudine, l’ammirazione, lo stupore, l’umiltà, la vergogna, la pietà per chi soffre, il rispetto, ecc. sono le espressioni più comuni dei sentimenti.
Oggi su di essi incombe il rischio di desertificazione. Bruciati, scompaiono dai rapporti umani. L’elaborazione dei sentimenti è stata una lunga faticosa conquista di millenni, l’anima segreta di una civiltà. Tutto rischia di venire cancellato. Si ritorna alla caverna dei trogloditi?
Facciamo un parallelo tra la storia di Giulietta e Romeo e gli stupri che quotidianamente ci sono presentati dai giornali.
La storia di Giulietta e Romeo è l’apoteosi dei sentimenti: l’amore puro di due adolescenti, la trepidazione, la speranza, la paura, la disperazione.
Al polo opposto lo stupro. Il disprezzo totale dei sentimenti sotto l’urto delle pulsioni istintive, della violenza, del disprezzo della vittima. Una ferita che a volte la donna si porta dietro per tutta la vita.
Il rapporto sessuale che può essere il vertice dei sentimenti di amore, diventa nello stupro lo strazio e l’uccisione dei sentimenti. La si vuole, la si prende, la si violenta, a qualsiasi prezzo. Anche la morte. È il caso di tante ragazze che dicono ‘no’ e per questo sono uccise da chi pretende con la forza di averle.
Perché? Dove la radici di questo fenomeno aberrante e purtroppo diffuso, perché per uno stupro denunciato ce ne sono dieci che restano a marchiare il profondo della coscienza, senza che la vittima abbia il coraggio di parlare. Ma lo stupro è solo uno dei tanti momenti di questo ’analfabetismo emotivo’.
Modena, ottobre 2007. È l’ora di uscita da un istituto con 1200 alunni della città e provincia. I ragazzi sciamano a fiumi, inondano la piazza in cerca del pullman che li riporti a casa. Gli autisti manovrano con difficoltà tra quella marea ondeggiante. Una studentessa, 16 anni, è travolta e uccisa da un pullman in manovra. Grida, urla, ragazzi che accorrono, qualcuno impallidisce, qualche ragazza piange. Arrivano anche i ‘duri’ con i telefonini e riprendono la scena irridendo, con battute incredibili, quel povero corpo straziato. Immancabile: le foto appaiono di You Tube. Il preside commenta: “Agghiacciante degenerazione delle relazioni umane”, distruzione radicale dei sentimenti. Quei ragazzi sapranno ancora amare?
Interessante la riflessione di Umberto Galimberti nel suo libro L’ospite inquieto. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli). “Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso”. Una volta che è entrato nel deserto di senso, un ragazzo che ha smarrito o non ha mai avuto la possibilità di fermarsi e di approfondire il senso della vita, della sua vita, finisce per vagare nel deserto dei sentimenti alla caccia di razzie.
Il mito dell’eterno presente
Il nichilismo prende mille volti e mille aspetti, come osservava Scalfari, ramifica in mille tendenze e ideologie del nostro tempo. Tra cui, mi pare nella ‘surmodernité’ di Augé, teorizzatore del mito dell’eterno presente.
Mi spiego. Noi viviamo nel presente, ma sappiamo di avere alle spalle un grande passato e sappiamo pure che ci attende tutto un futuro da progettare. Passato, presente e futuro sono le coordinate della vita umana, tipiche dell’uomo. Diceva il grande teologo del Concilio H. De Lubac: noi avanziamo sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto: uomini grandi di scienza, di fede, di arte, di impegno sociale e politico. Essi dominano il panorama del nostro passato e ispirano le nostre scelte.
Una decina di anni fa M. Augé, antropologo francese che teorizzò i non-luoghi (stazioni, aeroporti, ecc,), parlò di surmodernité, una modernità che privilegia il nostro presente e lascia in ombra passato e futuro. La parola d’ordine è presentismo.
“Si tratta di una nozione del tempo in cui appare enormemente dilatata la percezione del presente, in forza di una sovrabbondanza di informazioni e stimoli che annullano le informazioni che hanno preceduto o che seguiranno l’esperienza individuale.
Ne risulta un vissuto di ‘perpetuo presente… Una enfatizzazione del tempo presente che non corrisponde alla valorizzazione del ‘quotidiano’. Si tende a evidenziare l’eccedenza di ‘attualità’ raffigurata nei messaggi della pubblicità e nei notiziari, sempre più frequenti e ripetuti, che producono un effetto di oblio rispetto alle informazioni precocemente invecchiate. È l’esperienza di un presente perpetuo che si definisce come esperienza che nega qualsiasi valore di storicità e di memoria soggettiva. In questo ‘presente dell’attualità, per usare le parole di Augé, in definitiva tutto accade come se non ci fosse altra storia che le notizie del giorno, come se ogni storia individuale attingesse i suoi motivi, le sue parole e le sue immagini dalla riserva inesauribile di una inesauribile storia al presente” (P. Barone in NPG, novembre 2007).
In altre parole. Il ‘presente è come una immensa ondata che tracima e allaga il passato e il futuro, la storia di ieri e la tensione al domani, cancellandoli o quasi.
È la saggezza che forma l’uomo
Come la mettiamo? Ci buttiamo sul presente, liquidando passato e futuro e tutta la loro ricchezza formatrice della nostra identità?
Giovanni Reale, uno dei più grandi studioso di Platone e della filosofia greca antica, mette i puntini sugli i : "I nuovi strumenti di comunicazione producono un sovraccarico di informazioni crescente, che non siamo più in grado di assimilare, e che provocano assuefazione e, di conseguenza, indifferenza perfino di fronte alle situazioni più tragiche.
Peraltro, le informazioni in quanto tali non solo non educano, ma non garantiscono nemmeno quella capacità e quel potere straordinario che molti ingenuamente attribuiscono loro. In fatto, come scrive Clifford Stoll, ‘saggezza e conoscenza sono legate allo studio, a esperienza, maturità, discernimento, ampiezza di vedute e introspezione. Tutte cose che hanno poco a che vedere con l’informazione. È la saggezza che forma l’uomo e lo rende davvero tale. Ma la società odierna tende, per assurdo, a considerare i puri dati di informazione superiori all’esperienza, alla maturità e quindi alla stessa ‘saggezza’. E per questo le sfuggono i danni ’antropologici’ e ’gnoseologici’ prodotti dalle nuove tecnologie” (G. Reale, Radici culturali e spirituali dell’Europa, 124—125, Mondolibri, Milano 2003).
Il presentismo come stile di vita
Ma il discorso non si ferma qui, sulla tsunami dell’informazione quotidiana che oblitera di colpo passato e futuro. Il ‘presentismo’ sta diventando uno stile di vita. In fondo, lo è sempre stato.
“Aggancia il tuo aratro a una stella e traccia il solco”. Era uno slogan dei giovani della passata generazione, dai toni un po’ romantici.
Ma diceva cose sagge. Punta la tua vita su ideali e su valori e datti da fare per realizzarli nel tuo quotidiano. Perché ideali e valori esigono costanza, sforzo, tensione verso. Quando tutto questo cade, siamo nel nichilismo. Che è appunto il deserto dei valori. La caduta a zero di ogni tensione.
Un numero di Panorama del novembre 2007 dedicava il pezzo forte della rivista a ‘la peggio gioventù’. Sommario: “Omicidi annunziati, droga, sesso estremo, violenza, perversione, razzismo e molto altro. Ma che ha in testa la generazione del web?” Si tratta, è vero, di ‘ragazzi dannati’ per usare il termine di Panorama, venato da una spolverata di sensazionalismo giornalistico. Una ‘nicchia’ del mondo giovanile, tipica di certi ambienti. Ma dalla quale emerge una totale carenza di ideali, di progetti, di voglia di futuro. Si punta tutto sul momento presente, capiti quel che capiti. Vivere intensamente il presente, giocarsi tutto sul presente, spremere il presente come un limone. E magari finire al Commissariato di Polizia. La droga è l’icona di questo atteggiamento. Un attimo di sfolgorante presente, poi la tenebra.
Ma è anche in gioco, tra i ragazzi di oggi, ‘la meglio gioventù’. Che respinge tutto questo. Sa di doversi impegnare, sa che la vita non regala niente a nessuno e ‘pedala’ con costanza e coraggio. I giornali non ne parlano mai. Ma gli ideali e l’impegno silenzioso di tanti ragazzi e di tante ragazze ci autorizza a sperare in un futuro meno disumano.
Carlo Fiore
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