In questo numero
CON TE NON CI STO PIU' di Nicola Di Mauro

Dopo il “micino-micetta”
il matrimonio barcolla.
E molti giovani lo vedono con sospetto.
Se i genitori si separano
tutti cercano di proteggerli,
ma non sempre per il loro bene,
perché non è dalla conflittualità dei genitori
che dovrebbero essere preservati,
quanto dalla loro separazione in se stessa.


Separazioni e divorzi costituiscono a tutt’oggi «un’emergenza molto sentita». Sono parole di Papa Benedetto XVI, recentemente pronunciate a Castelgandolfo davanti a numerose coppie sposate. Le difficoltà di una coppia sono da considerarsi un «passaggio di crescita verso un amore più intenso e profondo». Ma il passo in direzione del divorzio tuttora è alquanto facilitato da una costante prassi giuridica, per lo meno discutibile. A osservarlo un avvocato civilista di Bologna, Massimiliano Fiorin, autore di una pubblicazione, che aiuta a far riflettere sul tema: La fabbrica dei divorzi. Il diritto contro la famiglia (Cinisello Balsamo, Milano, San Paolo 2008, pp. 300, 18 Euro). Lo abbiamo intervistato su un argomento purtroppo sempre attuale, con conseguenze spesso drammatiche e violente come risulta dalle pagine di cronaca. Parlano le cifre (dati Istat) a dimostrarlo: sono saliti a 47 mila i divorzi nel 2005, mentre se ne contavano 37.600 nel 2000, 27.000 nel 1995, 27.700 nel 1990 e 11.800 nel 1980. 272 le separazioni ogni mille matrimoni e 151 i divorzi. 14 anni è la durata media di un matrimonio al momento della richiesta della separazione. Inoltre, un quarto delle coppie, che poi si separano, sono sposate da meno di 6 anni.

In Italia la famiglia è sempre più sfasciata. E la legge da parte di chi sta?
«È un dato di fato e non un’opinione, che ormai l'ordinamento italiano tuteli più la separazione che il matrimonio. Lo dimostra, tra l'altro, la crescita del fenomeno delle separazioni "fiscali", richieste da coniugi che non intendono affatto rompere la loro unione, ma soltanto accedere ai numerosi vantaggi (detrazioni, agevolazioni e sussidi, specialmente sulla proprietà immobiliare) che discendono dalla condizione di separati. Anche il sistema giudiziario e' chiaramente orientato in senso divorzista. Non vi e' più la percezione del divorzio come rimedio estremo alle crisi familiari, benché la legge Fortuna-Baslini del 1970, tuttora in vigore, lo avesse concepito così. Anche la riforma del diritto di famiglia del 1975 richiedeva l'accertamento di "fatti gravi" al fine di concedere la separazione coniugale. Nei fatti, tuttavia, questa idea del divorzio-rimedio è stata subito soppiantata da quella del divorzio come sacrosanto diritto civile, che non necessita in alcun modo di essere motivato né tanto meno giustificato, e anzi viene garantito e tutelato il più possibile». 

Come dovrebbero comportarsi gli avvocati per recuperare almeno una dimensione unitaria e naturale della realtà familiare in procinto di spezzarsi?
«Gli avvocati sono i primi recettori delle richieste dei coniugi in crisi. Quando in una coppia si comincia a pensare alla separazione, ancora oggi si corre subito dall'avvocato, piuttosto che dal mediatore familiare, dallo psicologo, o da un altro consulente. Quindi spetterebbe in primo luogo agli avvocati guidare i clienti verso soluzioni rispettose degli interessi di tutti. In primo luogo dei figli, che nonostante i falsi pregiudizi indotti dalla mentalità corrente avrebbero sempre lo stesso univoco interesse, e cioè che i genitori rinunciassero a separarsi. Ma in secondo luogo, andrebbero tenuti presenti anche i diritti dell'altro coniuge, che spesso si trova a essere incolpevole soggetto passivo della separazione, così come l'interesse dell'intera società a salvaguardare la famiglia naturale (come prevederebbe, tuttora, anche la Costituzione). E invece gli avvocati, seguendo la loro vocazione di difensori dei diritti individuali, spesso finiscono per essere la principale causa delle situazioni più conflittuali e dannose. Inoltre, i legali dovrebbero imparare a conoscere e interpretare correttamente le situazioni di crisi familiare, che seguono dinamiche psicologiche e comportamentali ormai abbastanza note, invece di caricare a testa bassa non appena sentono l'odore di vantaggi processuali».

Il padre è penalizzato. Perché?
«Il problema non è solo nella legge, ma è in tutta la nostra cultura occidentale, che ha recepito l'orientamento profondamente antipaterno degli anni della contestazione e della rivoluzione sessuale. Si è accettata l'idea che il padre sia un simbolo di autorità dal quale "liberarsi", piuttosto che una garanzia di solidità, di sicurezza, di futuro, per tutti i membri della famiglia. Quanto alla realtà giudiziaria, basterà un solo esempio: tutti sanno quanto è difficile, almeno in Italia, recuperare la disponibilità di un appartamento dato in locazione all'inquilino, anche se il contratto dovesse essere scaduto da decenni. Invece, per mettere un padre di famiglia in mezzo alla strada, mediante un ordine esecutivo del Giudice e l'assistenza della forza pubblica, possono bastare tre-quattro settimane. Anche se si trattasse di una abitazione interamente di sua proprietà. Per riuscirci, non è necessario che quest'uomo si sia reso colpevole di qualche cosa. È più che sufficiente che la moglie abbia deciso, senza dover fornire motivazioni, di farsi assegnare la casa familiare per crescervi i figli. Prima della nuova legge sull'affidamento condiviso, la giurisprudenza riconosceva alla moglie anche il diritto di ospitare nella casa ex-familiare il proprio nuovo compagno. Secondo i giudici, ai figli piccoli dei separati non si poteva imporre di cambiare casa, per non turbare le loro abitudini, però si poteva tranquillamente cambiare loro il papà. E di esempi giuridici così potrei farne a decine».

Cosa dice ai giovani che guardano con sospetto al matrimonio o sovente sono le vittime del divorzio dei propri genitori?
«Di continuare ad avere fiducia nel matrimonio, ma di assicurarsi che la persona con la quale vogliono sposarsi abbia la maturità sufficiente per farlo, e abbia ricevuto un solido percorso educativo, che la renda a sua volta idonea a "fare famiglia". Anche tra i figli dei divorziati è possibile riprendere un simile percorso, ma occorre tanta fiducia e tanta capacità di andare controcorrente. Occorrono anche cautele legali preventive, specie per il futuro sposo di sesso maschile, perché come dicevamo la situazione legale è assai squilibrata a suo danno, ma questo è un fattore secondario. Prima di tutto, bisogna assicurarsi che i fidanzati siano veramente consapevoli che il matrimonio - o anche la scelta di convivere stabilmente - non sono faccende puramente sentimentali, bensì responsabilità che si prendono nei confronti dell'altro, dei figli che verranno, della società tutta. Una volta l'intera società condivideva questi fondamentali principi, e quindi si era aiutati, si aveva già una strada tracciata. Oggi invece per sposarsi bisogna saper resistere a tanti condizionamenti esterni, in quanto la mentalità dominante pone tutte le premesse affinché si ricorra alla separazione e al divorzio già dopo le prime difficoltà».

Per i laicisti il divorzio è una conquista sociale, un'evoluzione della civiltà. Che ne pensa?
«Intanto, io credo di avere realizzato un libro profondamente "laico", nel senso più proprio e nobile del termine. Ciò in quanto ho cercato di guardare prima di tutto ai fatti così come sono, per poi interpretarli con spirito libero, senza accontentarmi dei luoghi comuni, delle verità precostituite o di comodo, così come delle opinioni dominanti. Non vedo come avrei potuto essere più "laico" di così, nonostante non defletta minimamente dalla mia personale fede cattolica, e anzi proprio per questo motivo. A coloro che continuano a pensare che il divorzio sia una irrinunciabile conquista civile, il mio libro evidenzia il disagio sociale generato da quarant'anni di "divorzio facile", così come i gravi problemi economici che si pongono per tutti quando una coppia si divide, e soprattutto i guasti incalcolabili prodotti sull’educazione dei giovani dalla forzosa assenza paterna. Dovranno quindi ammettere, perlomeno, che si tratta di una "conquista" per la quale stiamo pagando tutti un prezzo molto alto».

Quali sono gli elementi decisamente negativi che contraddistinguono il modo di procedere, anche se definito "politically correct", degli operatori del diritto in materia di divorzio?
«Non credo che l'avidità economica degli operatori sia il primo problema. Ci sono anche i profittatori, come è inevitabile, ma penso che siano una minoranza. Il problema è che molti familiaristi seguono un modus operandi che punta solo a massimizzare l'interesse del cliente. Come se invece delle sorti di una famiglia - che una volta, come diceva Jemolo, era "un'isola che il diritto doveva solo lambire" - stessero trattando una normale vertenza commerciale. Inoltre, in molti casi, alcuni familiaristi si muovono con una determinazione che sembra andare oltre lo stesso interesse del cliente, in quanto entrano in gioco anche fattori ideologici e opinioni personali su come si dovrebbe stare in coppia e fare i genitori. In molti casi, il mondo del diritto opera verso le vittime della fabbrica divorzista un vero e proprio esproprio di genitorialità». 
Il ruolo e il peso della donna, come madre ed ex moglie, hanno una preponderante rilevanza nel decidere la sorte di un matrimonio o di una famiglia.
 «Esiste un pregiudizio positivo a favore della moglie, in quanto coniuge che si presume più debole, che oggi rimane più vivo nel mondo del diritto che nella società reale. Così, la posizione dell'uomo e del padre ha finito per essere enormemente squilibrata sul piano giuridico. Ma il problema di fondo ancora una volta è culturale. Il femminismo degli anni della rivoluzione sessuale ha reso le donne in grado di decidere della vita o della morte dei loro figli, ma anche padrone della scelta su chi debba esserne il padre, ammesso e non concesso che ne vogliano uno. Ciò è avvenuto attraverso l'aborto e il divorzio facile garantiti dallo Stato assistenziale».

I figli sono il motivo più delicato e importante che il giudice è tenuto ad ascoltare e tenerne conto, quando si decide per una pratica di divorzio. È veramente così?
 «Dal momento che il matrimonio non gode più di alcuna tutela pubblica, il diritto di famiglia di tutti i Paesi occidentali ha spostato la sua attenzione "from partners to parents", per dirla con un giurista americano. Non conta più come si deve essere coppia, ma conta solo come si è genitori. L'interesse dei figli, almeno a parole, viene sempre al primo posto, in una qualsiasi pratica di separazione o divorzio. Ma a mio avviso è profondamente errato il modo in cui si interpreta l'interesse dei figli minori, in quanto - per incapacità di dire qualche "no" a chi pretende di separarsi dall'altro genitore - si presume che essi debbano essere preservati soltanto dalla conflittualità. Quindi, la prassi è sempre stata quella di disciplinare la separazione in modo rigido, togliendo al padre qualsiasi voce in capitolo, proprio per limitare il conflitto. Invece non è dalla conflittualità dei genitori che i figli dovrebbero essere preservati, quanto dalla loro separazione in se stessa. È questo che non si vuole ammettere, ed è per questo che le incoercibili esplosioni di violenza e di disagio che i divorzi creano nella società contemporanea esprimono, anche se non lo si riesce ad ammettere, la cattiva coscienza di tanti operatori».

Nicola Di Mauro

www.timeandmind.com